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Narrazioni combustibili: racconti da Cesena

Scuola

Vi presentiamo Narrazioni combustibili, il libro che alcuni studenti del Liceo Vincenzo Monti di Cesena hanno redatto come prodotto finale del percorso didattico Narrazioni combustibili. Il racconto qui estratto è di Giulia Di Girolamo

Red Hot Chili Peppers

Percorrevamo il mare e la luce rosa del tramonto di agosto filtrava attraverso il vetro del finestrino della vecchia Toyota di mio padre, creando un’atmosfera rilassata che adoro da sempre.
Mi rigiravo continuamente sul sedile alla ricerca di una posizione comoda per riposare che, nonostante i vari tentativi, non trovai. Così decisi di accendere la radio per tenermi occupata, sperando in qualcosa che riuscisse a farmi stare sveglia fino a casa. Per anni ero stata immersa nella totale apatia delle classifiche top 50, senza trovare nulla che mi rappresentasse o che avrei messo volentieri tra i “preferiti” in ambito musicale; erano per lo più le solite canzoni che passano a ripetizione per radio e che diventano pallose già al quinto ascolto.
Per radio, quel giorno, passò una canzone che mi fece scoprire un nuovo mondo, un nuovo genere e un nuovo gruppo che mi accompagna ogni giorno da circa due anni. “Pá, mi passi la penna?” e mi scrissi qualche parola del testo sulla mano, così avrei potuto ritrovarla facilmente una volta arrivata a casa: You don’t form in the wet sand; I do (tu non lasci impronte nella sabbia bagnata, io sí).
Nella canzone si parla di lotta, di dipendenza, di amore, di speranza e successo; tutto ciò che compone la vita di Anthony Kiedis.
My shadow side so amplified, keeps coming back dissatisfied” (il mio lato oscuro così amplificato, continua a tornare insoddisfatto).
My sunny side has up and died” (il mio lato solare si è alzato ed è morto).
È il racconto di un uomo che lotta contro se stesso per inseguire i suoi sogni, tra il suo “lato solare” e il “lato oscuro”: uno rappresenta la maschera che indossa agli occhi degli altri, la finta vita felice che finge di avere; l’altro rappresenta tutto ciò che ha dentro, i suoi pensieri e la sua ricerca della verità.
Tutto questo a un certo punto si intrecciò alla mia vita: fu quando mio nonno venne ricoverato in ospedale, in rianimazione, e il pensiero costante che non potesse farcela mi tormentava senza mai lasciarmi.
Non potevo che ripensare a quando ero piccola, ai pochi giorni che passavo a Pescara, quando stavamo insieme a giocare e a dondolare sull’altalena del parco. Il suo crollo mi prese alla sprovvista: nonostante gli anni era una persona molto forte, che prendeva di petto tutto ciò che gli capitava, senza mai mostrare alcun segno di cedimento. Durante questa dura prova, il mio tentativo era sempre quello di mostrarmi inflessibile all’esterno, di riuscire a sopportare tutto ciò che stava accadendo e che era evidentemente troppo grande per una ragazzina di 14 anni.
La forza e la volontà di andare avanti nonostante tutto non mi erano mai mancate, ma in questo caso scoprii sensazioni nuove che modificarono il mio modo di reagire alla situazione. La paura di perdere qualcuno che si ama è difficile da nascondere.
Era una sorta di lotta tra i vari sentimenti e il provare a mostrarsi stabile all’esterno. “Elementary son, but it’s so...” (è semplice figlio, ma è così…).
È facile tornare a far finta che sia tutto a posto, a na- scondersi da se stessi. È questo che Kiedis dice in un ipotetico discorso con il figlio.
Ed è quello che è riuscito a dire a me in quel contesto che mi ha lasciato una cicatrice profonda ma anche un nuovo metodo per affrontare la vita.

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