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Sento la corrente

ARTI, INCENDI, SCUOLA Lascia un commento

-di Lavinia Cafaro-

Vi presentiamo Sento la corrente, il libro che alcuni studenti dell’Istituto Sociale di Torino hanno redatto come prodotto finale del percorso didattico Narrazioni combustibili. Il racconto qui estratto è di Lavinia Cafaro

Un ringraziamento particolare alla professoressa Anna Giulia Garnieri.

La mia passione: le parole.
Delle parole siamo abituati a concentrarci sul significato, su quello che ognuna di esse assume se inserita in un frase: il mondo caotico che corre e poche volte si ferma veramente ci ha abituati a vedere prima di tutto l’aspetto pratico delle cose.
Mentre si tiene un discorso di rado si fa attenzione alla melodia che si sta producendo, alla musicalità del DNA contenuto in ogni lettera, virgola, punto esclamativo. Chi scrive fa lo stesso: non pensa all’importanza che assume il diametro delle “o”, l’angolo acuto della “a” maiuscola, i gemelli che si possono intravedere in una doppia “t”. L’unico momento in cui ci accorgiamo di quanto alcune forme stiano male una dietro l’altra è quando leggiamo il nostro codice fiscale o la password del WI-FI, il codice del treno che si confonde in quel trionfo di caselle elettroniche che ruotano sul cartellone.
Alcune parole “stonano”, altre sono incredibilmente intonate: la meraviglia in ognuno di noi è proprio l’avere la possibilità di comporre la propria descrizione del mondo scegliendo non solo il “motivetto” ma persino la copertina dello spartito, il carattere e le illustrazioni. Le favole io me le immagino scritte con forme morbide e parole delicate che diventano una ninna nanna se lette dalla mamma; l’esame orale è un’onda di “eheh”, “ahhhh”: espressioni pure, che hanno un impatto brusco su chi ci ascolta perché quelle “h” che tanto somigliano ad un trono ospitano tensione ed angoscia.L’ultimo gossip la mia migliore amica me lo racconta con la bocca perennemente aperta per lo sdegno o la gioia che nascono la notizia. Un segreto è fatto di parole brevi, che possono stare nell’orecchio al quale si sussurrano. Ogni cosa ha una sua parola, ogni parola ha una melodia, una forma, un suo posto privilegiato nel mondo. È come quel quadro che conoscono tutti e che tutti usano per descrivere un fenomeno che vogliono diffondere, è il simbolo del nostro essere uomini. La parola è un’opera d’arte. Noi siamo un’opera d’arte.Sono stata voluta, questo è poco ma sicuro. Mia madre e mio padre si sono conosciuti quando erano molto giovani grazie ad un’amica comune che li ha presentati; sono stati insieme alcuni mesi per poi lasciarsi e riprendersi dopo dieci anni: si sono sposati il 30 Marzo, appena in tempo per il pesce d’Aprile. Cinque anni dopo, nel giorno 29 del mese di Giugno dell’ultimo anno del ventunesimo secolo, sono arrivata io: mi sono fatta attendere e il mio arrivo è stato preceduto da una serie di eventi particolari.Il giorno in cui è morto mio nonno, mio padre è dovuto volare a Lecce, la sua città d’origine, per sostenere mia nonna e salutare suo padre per l’ultima volta.
Quel giorno non pianse.

È squillato un telefono nel lungo corridoio dell’ospedale del capoluogo salentino: era un altro ospedale, quello di Torino, che avvisava mio padre che mia madre era stata ricoverata per delle gravi perdite dovute alle scosse del tram su cui stava viaggiando. Io ero un bocciolo di tre mesi ed ho rischiato di non sbocciare per un viaggio sulle rotaie, luogo dove oggi come allora viaggiano i treni: la cosa che più mi rilassa al mondo. Per i successivi mesi di gravidanza mia madre è stata costretta a letto fino a quando, in una fresca mattina d’estate le hanno detto che era il momento di tirarmi fuori di lì.

Probabilmente le stelle erano già al corrente del futuro che avrebbe atteso la nostra famiglia e in quell’occasione hanno deciso di rendere il tutto più semplice possibile: grazie ad un taglio all’addome di mia madre alle 8:36 del mattino sono riuscita ad urlare che ero sbocciata e che mi sarei radicata sulla terra dove sarei rimasta per molto tempo. L’infermiera è uscita dalla sala operatoria e ha detto: “Di chi è questa bella bambina piena di capelli?”. “Se è bella deve essere mia per forza” ha risposto mio padre che ha fatto un sorriso che, secondo mia nonna, non aveva mai fatto in vita sua.
Mi fece il primo bagnetto.

Piena di capelli lo sono ancora e sulla Terra ci sono: ho mantenuto le mie promesse e così hanno fatto anche le stelle che hanno eseguito per filo e per segno le istruzioni che avevano ricevuto riguardo il mio piccolo nucleo familiare. A tre anni ho iniziato a non rispettare più le mie promesse e ho tentato di andare dalle stelle a dirgliene quattro (e con il senno di poi non sarebbe stata nemmeno un’idea così malsana) ma l’amore che tanto mi ha voluta deve averle intenerite e mi hanno concesso di sorridere ancora, come ha fatto mio padre nel giorno in cui sono nata.
Mi hanno fatto un bagno in ospedale la mattina in cui mi hanno dimessa nel giorno 29 del mese di Gennaio.
Le stelle non sono riuscite a portare me nel loro firmamento e hanno tentato di portarci mia madre ma si è rivelato soltanto l’ennesimo spaventoso e meraviglioso loro fallimento. È il giorno 29 del mese di Marzo, la vigilia dell’anniversario di matrimonio dei miei genitori: mio padre si è unito a quel firmamento: è andato a dirgliene quattro per tutto quello che hanno fatto passare a me e mia madre, ma evidentemente sono state catturate dalla sua luce speciale tanto da non volercelo più mandare indietro.
Gli feci il bagno come lui fece a me. Quel giorno non piansi.

Il libro completo è sfogliabile qui:

 

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