16 aprile 2016

16 aprile / Alcohol Prevention Day

– di Alessandra Di Pietro – autrice de Il Gioco della bottiglia. Alcol e adolescenti, quello che non sappia

Il giorno 21 aprile sarò a Martina Franca (in provincia di Taranto) e incontrerò gli studenti dell’Istituto professionale Leonardo da Vinci (classi II, VI e V sezione V) per la presentazione di un progetto didattico, unico in Italia, ovvero la realizzazione multimediale del sequel di un libro, in questo caso Il gioco della bottiglia. Alcol e adolescenti, quello che non sappiamo, che ho pubblicato in ottobre con add editore.

Sarà il nostro modo di onorare l’Alcohol prevention Day giornata di punta di un mese dedicato alla prevenzione alcologica, nel quale presso l’Istituto superiore di Sanità sarà presentato il report Istat 2016 sul consumo. Non dovrebbero esserci novità sostanziali rispetto allo scorso anno, di solito i dati di così larga portata hanno oscillazioni basse quindi sarà confermato l’andamento dello scorso anno: cala il consumo di alcol, aumentano gli astemi, diminuiscono i binge drinkers, ogni italiano beve mediamente circa 6 litri di alcol l’anno, soprattutto vino, e questa quota ci fa considerare dall’Organizzazione mondiale della Sanità, uno dei  Paesi più virtuosi nell’ambito delle strategie globali di contrasto al rischio alcolcorrelato.

Anche tra i ragazzi considerati il target più vulnerabile, insieme alle donne e agli over 65, i dati di consumo registrano arretramenti significativi se misurati negli ultimi dieci anni: il consumo quotidiano si è dimezzato per gli under 18 ed è sceso dal 12,6 al 7,9 per i 18-24 anni. I dati positivi sulla diminuzione avrebbero diritto a un maggiore spazio perché dimostrano che con l’alcol si può non cominciare, cominciare tardi, farne un uso occasionale e persino smettere.

Sentiremo ancora lanciare allarmi sul consumo dell’alcol per i più giovani come se azionare le sirene e creare agitazione tra i genitori soprattutto sia mai stato un modo efficace di contrastare uso e abuso. No, non lo è e lo dimostra il buon senso di ogni padre e di ogni madre che sa quali risultati produce strillare e proibire – nessuno – e lo confermano alcuni studi americani che monitorano campagne di prevenzione contro le sostanze psicotrope.

Non c’è un solo modo per essere efficaci, ma qualcosa sappiamo. Ad esempio l’epidemiologo Roberto Diecidue, nel Gioco della bottiglia, ci ha detto che è buonissima cosa «ritardare l’età della prima volta di tutte le sostanze. Non ha molto senso infatti focalizzarsi solo su una di esse. Studi internazionali abbastanza consolidati ci dicono che l’età di inizio al consumo di una qualsiasi sostanza cui segue un uso abituale è predittivo di una tendenza alla dipendenza».

In questa direzione funziona molto bene “Unplugged” un programma di prevenzione nelle scuole che si è dimostrato efficace nel prevenire l’uso di tabacco, cannabis ed episodi di ubriachezza nei ragazzi di 12-14 anni. Oppure i “Diari della salute” un programma scolastico che, come “Unplugged”, promuove il benessere tra i pre-adolescenti (12- 13 anni) per potenziare le capacità emotive e sociali dei ragazzi (life-skill) ed è destinato agli insegnanti e anche ai genitori. Perché il punto non è l’uso o l’abuso della singola sostanza quanto la capacità di ogni soggetto di crescere forte, capace di pensiero critico e di decisioni non conformiste (anche se ogni tanto andrebbe ricordato che 4 su dieci italiani sono astemi e sono in aumento, anche tra i giovani).

Torniamo però a noi e a Martina Franca. Come nasce, che cosa contiene e qual è l’obiettivo del primo sequel mutimediale del Gioco della Bottiglia?

L’idea nasce quando Maria Rosaria Chirulli, docente di italiano dell’Istituto legge il libro e intuisce che il testo può essere adatto per dialogare con adolescenti che, come ha scritto lei stessa su questo blog, «hanno “confidenza”, chiamiamola così, con l’alcol». Chirulli resta colpita dai dati che segnalano un calo del consumo in generale dell’alcol e anche tra i ragazzi – sebbene di strada ne resti da percorrere – ma soprattutto sente che il testo può offrire a insegnanti, genitori, studenti, una spinta per capire senza giudicare e liberarsi dagli stereotipi. 

In particolare, Chirulli scrive, «c’è stato un passaggio contenuto nel libro che mi ha colpito, probabilmente in quanto insegnante che si pone in ascolto delle proprie studentesse e studenti ed è questo: “Sono sempre i ragazzi a offrire gli strumenti migliori della prevenzione. Con molta lucidità , constatano che se un coetaneo esagera, smette se a dirglielo sono i suoi pari e non i suoi genitori (l’educazione peer to peer). Senza esonerare gli adulti… Dunque è importante che circolino informazioni sul bere (possibilmente non terroristiche) ma con la consapevolezza che l’informazione da sola non previene le sperimentazioni e gli eccessi».

Così, la professoressa d’italiano inizia con le tre classi di età differenti un’esperienza di lettura individuale e condivisa ma soprattutto di ascolto e dialogo sia con le testimonianze riportate nel testo che all’interno delle classi. Dopo aver creato un clima di fiducia e di agio, i ragazzi scrivono a loro volta dei testi dove raccontano le loro esperienze attivando un processo di riflessone sui comportamenti propri e degli amici. Da questa prima parte di lavoro, nasce la seconda ovvero la realizzazione di campagne pubblicitarie peer to peer, destinate ai coetanei che, dalla grafica al testo, sono state interamente realizzate dagli stessi ragazzi: le classi infatti sono a indirizzo grafico pubblicitario. Infine, tutti i lavori di testo e di grafica sono stati  impaginati e sono diventati un ebook con tanto di copertina che documenta  un percorso didattico e soprattutto lascia traccia di un percorso di confronto e crescita collettiva. A presentarlo con me ci sarà Roberto Maragliano, docente di Tecnologie dell’Istruzione e dell’Apprendimento presso l’Università Roma Tre.

Possiamo considerare il sequel de Il Gioco della Bottiglia  un’attività di prevenzione? L’ho chiesto alla sociologa Franca Beccaria che insegna Sociologia della salute all’Università di Torino, fondatrice di Eclectica, istituto di formazione e ricerca sociale, esperta di prevenzione: «I programmi di prevenzione vanno iniziati molto prima, durante le scuole medie almeno, ma le attività didattiche come quella impostata nell’Istituto professionale di Martina Franca sono utilissime perché innescano processi di riflessione tra ragazzi che hanno già sperimentato e sono nella fase della vita in cui si passa a uso regolare o ad abuso.  Inoltre è valida la modalità con cui avvengono: non lezioni frontali di esperti ma processi di confronto tra pari su comportamenti che loro stessi mettono in atto tutti i giorni».

 

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