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Sumba: un’altra tappa del tour dei contrasti

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– Cronache dall’Asia – di Ilaria Benini –

Spiagge tropicali paradisiache, una manciata di turisti all’anno, rituali ancestrali e motorini truccati tra tombe megalitiche. Chi non ha voglia di andare a dare un’occhiata?

Il nome dell’isola, Sumba, si ripeteva nella mia testa, suonando come una pelle di bufalo percossa. La conoscevo come l’isola dei cavalli dal racconto dell’unico viaggiatore che l’aveva visitata che io avessi mai incontrato. Erano anni che desideravo andarci e quando mi sono innamorata di Indonesia ecc. Viaggio nella nazione improbabile, il libro di Elizabeth Pisani con cui abbiamo inaugurato il progetto Asia qui in add editore, ho capito che era arrivato il momento di andarci: inizia lì infatti il viaggio di Elizabeth.

“Arrivando nella Sumba di oggi dalla Jakarta di oggi, sembra di aver viaggiato nel tempo oltre che nello spazio. A Sumba un condominio è un palazzo di due piani, e ne esistono solo nelle due città più grandi dell’isola. Il paesaggio è punteggiato di tombe megalitiche, che sono sparse lungo il ciglio della strada, svettano davanti ai moderni bungalow e costeggiano le piazze dei mercati.

Dopo Jakarta avevo scelto Sumba in parte perché la ricordavo dalla mia prima visita nel 1991 come un angolo dimenticato del Paese, ignorato dai cambiamenti dell’era di Suharto e allora come oggi il posto più lontano da Jakarta che si potesse immaginare. Chissà se erano sopravvissute le tradizioni arcane in cui mi ero imbattuta nelle mie visite precedenti.

Vent’anni dopo aver preso il tè con una vecchietta morta, ho lasciato le valigie in una deprimente stanza d’albergo, ho chiesto allo staff di spazzare via gli scarafaggi morti e ho dato inizio all’esplorazione.”

I principali motivi che hanno portato il mondo a interessarsi a quest’isola sono: legno di sandalo (non ce n’è più traccia, le distese di alberi sono state abbattute in un paio di secoli), cavalli liberi dappertutto, la Pasola (“una forma di giostra equestre che è diventata un sostituto rituale per il sacrificio umano”), le tombe megalitiche e la società ritualistica costituita intorno a clan, spiagge ancora deserte (seppur già di proprietà privata di indonesiani, cinesi, francesi, russi, olandesi).

Sumba è così lontana da tutto che c’è chi – a sfregio di qualsiasi discorso post-coloniale – ne parla liberamente come di società primitiva: vivono vicini agli animali, orrore! sacrificano quegli stessi animali in un complicatissimo sistema di scambi vincolanti familiari, tragicamente anti-progresso! gli uomini portano sempre al fianco un machete, violenza primordiale!

Lo shock che scaturisce dall’incontro con questa società è amplificato dal fatto che è comodamente raggiungibile da Bali con un volo di un paio d’ore da 40 euro. Si passa con uno schiocco di dita da una spiaggia attrezzata con mega-store Zara a una dove si può dormire ospitati da un pescatore e per ricaricare il telefono bisogna affidarlo a qualcuno che in motorino vada presso un kantor, un ufficio, a qualche km di distanza in cima alla collina dove c’è l’unica presa elettrica. Giù in spiaggia ci si accontenta di illuminazione a 12 volt dalle 18 alle 20, poi si va a dormire.

Prima della mia partenza ho cercato qualche contatto sul posto per riuscire a entrare meglio nel contesto, in particolare per colmare le mancanze del mio bahasa indonesia, che è ancora ridicolo. Mi sono mossa cercando associazioni che operavano sul campo, ma nessuno in quel momento era sull’isola misteriosa. André Graff però era a Bali e così sono corsa scottandomi sotto il sole delle 14 a sentire i suoi consigli nella sonnacchiosa Sanur. André è un personaggio dei viaggi. Un ex baloonist, aeronauta di mongolfiere, che accompagnava nei mitici e nauseabondi anni Ottanta coppie di lusso a fare colazione sul Mont Blanc, perché no!? Da bravo personaggio dei viaggi ha vissuto una vita di contrasti e da tredici anni si è reinventato scavando pozzi a Sumba, risparmiando ore di fatica agli abitanti dei fortunati villaggi, che possono trasformare quel tempo guadagnato in quello che vogliono: ore di svago, di tenerezza, di studio.

A questo link potete trovare più informazioni sul progetto dei pozzi, che è alla ricerca di fondi.

André mi mette in guardia: l’isola è complicata, costa moltissimo, non cercare di metterti in contatto con altri occidentali perché sono tutti avidi investitori sotto mentite spoglie, non andare alla Pasola, il tuo faccino bianco non farà che galvanizzare l’aggressività dei cavalieri. Per qualche ora ho tentennato, aveva toccato i famigerati tasti deboli del viaggiatore etico, forse dovrei rimanere nel mio mondo e smettere di andare a ficcare il naso, maledetta me!

Fortunatamente non ho ceduto e sono partita scoprendo una terra meravigliosa e, come annunciato, piena di contraddizioni e fascino.

Mi sono così ritrovata negli scenari descritti da Elizabeth, solo che oltre a essere interessanti come nel libro sono incredibilmente belli. Non ci sono costruzioni per vallate e chilometri. La presenza umana si nota nelle coltivazioni e negli sporadici pali della luce.

Finché non si arriva a Kodi. E lì si è gettati in un tripudio di teste decorate con creste e disegni sulla rasata, marmitte che scoppiano, impennate e ubriachi occhi a mezz’asta. Questa punta a ovest dell’isola è la più povera, il livello di scolarizzazione è molto basso e i cavalli sono stati sostituiti dalle due ruote. Qui si svolge la Pasola più agguerrita. Fondamentalmente è uno sfoggio di stile, nell’abbigliamento, nella cavalcata, nel lancio del bastone. Finché qualcuno non è troppo provocatorio e la situazione degenera in rissa. A sorpresa mi sono ritrovata a nascondere il viso nella maglietta per proteggermi dai lacrimogeni sparati dalla polizia su una folla impazzita per un confronto tra clan a suon di pietre. Ma non c’è pericolo reale e basta scappare in spiaggia e rifarsi gli occhi.

Lo spirito tamarro, universale a ogni latitudine, non a caso è riuscito a portare le telecamere di Vice sotto questo sole infernale, che ha dedicato alla Pasola uno dei suoi video. Non è la migliore interpretazione documentaristica della realtà ma vi offre un po’ di immagini in movimento.

In questa zona, che insieme alla costa a sud-ovest è quella con i paesaggi più spettacolari e rigogliosi, si svilupperà un’industria del turismo. C’è molto allarme: tantissimi terreni e spiagge sono stati comprati da stranieri, nonostante non ci sia chiarezza sulla legalità contrattuale di queste acquisizioni. Per certi versi si temono interventi brutali di sviluppo che distruggeranno la natura immacolata, dall’altra è auspicabile che anche qui si creino risorse per uscire dalla povertà. I sumbanesi hanno avuto rapporti con l’esterno ridotti al confronto con il resto dell’Indonesia e si percepisce della diffidenza nei confronti dello straniero. Bisognerà tornare a sud, nell’arcipelago delle Piccole isole della Sonda, a vedere come i sumbanesi di ritorno da anni di lavoro a Bali metteranno in gioco l’esperienza acquisita e cosa ne sarà dei machete e della competizione tra clan.

 

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