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Occorre essere attenti per essere padroni di se stessi

DIRITTI, PERSONAGGI, SOCIETÀ Leave a Comment

-di Enea Brigatti-
Per me il 25 aprile è un giorno di sole.
Uno di quei giorni che una volta diventati passato si ricordano per il colore del cielo e per la giacca a vento lasciata appesa all’attaccapanni, che non è più necessaria.
Regolato da gesti piccoli, sempre uguali negli anni: la sveglia a metà mattina, il caffè subito sul fuoco, i calzini rossi tirati fuori dal cassetto, fischiettare in tono minore Bella Ciao e poi la solita telefonata: “Ciao nonna, il nonno è già uscito vero?”.
Negli ultimi anni, con l’esplosione dei social network, la figura del nonno partigiano è diventata un luogo comune, una statuina che ognuno di noi ogni 25 aprile spolvera ed espone nella propria vetrina personale, smaniosi come siamo di cercare ovunque legittimazione e consensi.
Mio nonno è un uomo di poche parole, burbero e allo stesso tempo tenero come ogni artigiano lissonese che si rispetti; è nato nel 1927 e il nazifascismo ha rovinato la sua giovinezza, come quella di molti altri suoi coetanei.
Nato in una famiglia numerosa, cattolico, non ha preso la via delle armi, non è partito per i monti ma, prendendo in prestito una frase che Franco Antonicelli aveva usato per parlare di se stesso, nel periodo fascista fece il suo dovere: non fu fascista.
Ai nipoti ha insegnato i valori dell’antifascismo alla sua maniera, tacendo per lo più: qualche parola qua e là, spesso rabbiosa se si parlava di camicie nere e invasori tedeschi.
Una rabbia che lo ha sempre accompagnato, riconoscibile e mai sopita.
Una volta l’amico Cosimo Argentina mi ha detto che aveva cominciato a interessarsi ai libri perché suo padre appena poteva ne teneva sempre in mano uno, senza mai esortarlo esplicitamente a fare lo stesso.
Ecco, io ho cominciato a capirci qualcosa di dittature e resistenze perché mio nonno, pur non parlandone quasi mai, aveva negli occhi sempre quegli anni lì.

Mio nonno Giuseppe e io un 25 aprile di qualche anno fa.

Crescendo ho cominciato a chiedergli di ricordare insieme a me, ho registrato di nascosto la sua voce nei rari momenti in cui decideva di raccontare, e ogni 25 aprile sono stato con lui alla piccola parata che si svolge nel centro di Lissone per ricordare le vittime del regime: ragazzi che si erano ribellati, fucilati in piazza dai fascisti.
Lui a tutto questo però, sfugge, anche letteralmente: se per il 25 aprile ci diamo appuntamento a casa sua per le 11.00 puntualmente esce di casa alle 8.30 da solo, a piedi, partecipa anche alla messa celebrativa, mi depista seguendo una strada diversa da quella del corteo ufficiale: trasforma la mia mattinata in una piccola caccia all’uomo fino a che non lo ritrovo fra i tanti visi, in piazza, giusto in tempo per ascoltare Fischia il vento suonata dalla banda e assistere alla posa delle corone di fiori da parte delle staffette partigiane vicino alla targa dedicata ai caduti. Ma si tratta di pochi minuti poi dice “Dai, andiamo a casa”.
Mia nonna sostiene che non parli volentieri di quegli anni perché significherebbe commuoversi e sì sa che per un uomo commuoversi davanti agli altri rimane una questione privata, è sempre difficile: si tratta di ricordare le pistole, i coprifuoco, la fame terribile, la paura, le ispezioni, gli squadristi.
Quando mi dice “Dai, andiamo a casa” mi porge il braccio però, e quei pochi metri fatti insieme così sono tutto il mio 25 aprile.

Quest’anno però è diverso: mi sveglio a Torino, la finestra è piena di nuvole bianche e grigie, la moka è nuova e fa ancora un caffè dal retrogusto ferroso, i calzini rossi sono nel cestone della biancheria da lavare.
Il calendario segna il 25 aprile: come festeggiare?

Il 25 aprile è un giorno da passare fuori, nonostante il cielo che promette la pioggia e la giacca a vento lasciata sull’attaccapanni per prendere il parka dall’armadio.

Si tratta di stare insieme, preferibilmente camminando o ascoltando le storie di chi ha costruito la libertà, di chi ci ha permesso una quotidianità normale.
Azioni semplici e parole chiare.
Quando arrivo ai Quartieri Juvarriani nei quali ha sede il Polo del ‘900, centro culturale che riunisce 19 istituti torinesi legati alla salvaguardia della memoria di quegli anni, la sala congressi è gremita: l’attore Marco Gobetti è pronto a recitare una lezione sulla figura indimenticata di Franco Antonicelli, al quale sono dedicati diversi appuntamenti durante tutta la giornata.

Marco Gobetti.

La storia di Antonicelli è la storia della resistenza italiana, ma anche della cultura del nostro Paese: «finissimo letterato […] uomo di bell’aspetto e rara e accurata eleganza, […] dalla tempra fortissima e dalla inesorabile determinazione […] celata dalla sua festosa umanissima gentilezza»come lo aveva definito Alessandro Galante Garrone, Antonicelli è stato un uomo che ha  sempre cercato di essere in sintonia con il presente, senza che questo significasse accettarlo passivamente o attendere che accadessero le cose, ma anzi impegnandosi per cercare di cambiarlo in meglio, quel presente.

Cesare Pavese, Leone Ginzburg, Franco Antonicelli e Augusto Frassinelli.

L’amore per gli studi letterari, il liceo classico D’Azeglio di Torino – prima come studente e poi come insegnante – dove incontra Bobbio e Agosti, Cosmo e Mila, Pavese e Ginzburg, l’esperienza in carcere e poi al confino in Calabria per i suoi rapporti ravvicinati con il gruppo di Giustizia e Libertà, la ricostruzione del partito Liberale che lo porta a un nuovo arresto, la libertà e l’adesione al CLN di cui assumerà poi la presidenza, gli anni del dopoguerra dedicati alla costituzione dell’Unione Culturale, un luogo dove poter studiare la realtà politica e sociale italiana e internazionale tramite le arti : Antonicelli ha sempre fatto seguire al pensiero azioni che non servissero solo a se stesso ma a tutti quanti, che è poi il modo più antico di fare politica.

polo del 900 per blog

Il Polo del ‘900.

«Abbiamo voluto celebrare Franco Antonicelli per due ragioni: la prima è che si tratta di uno dei fondatori di buona parte degli Istituti che fanno parte del Polo del 900 e la seconda è perché è la persona che ha fisicamente incarnato il passaggio, nell’aprile del 1945, dalla guerra alla pace: come presidente del CLN è quello che scrive tutti i discorsi pubblici attorno ai quali si riunisce l’Italia.»
Barbara Berruti è la vice-direttrice dell’Istoreto, uno degli enti che ha organizzato questa giornata di festa al Polo del ‘900. È a lei che mi rivolgo per capire meglio come il 25 aprile possa essere ancora un momento di riflessione e stimolo e non solamente una celebrazione retorica, per quanto ancora emozionante.
«Festeggiare il 25 aprile significa recuperare la storia  di quei venti mesi di resistenza che sono stati veramente un momento unico nella storia del nostro Paese, un momento di ribellione ragionata, di disobbedienza civile di alto livello in cui una intera generazione che era stata educata all’agire ma non al disobbedire in realtà ha preso coscienza di sé e ha voluto costruire un mondo diverso, basato su un progetto politico alto.
È un momento fondativo della nostra repubblica, ricordarlo ci aiuta a riappropriarci di una lezione importante per due motivi: riconoscere quando è necessario saper dire di no di fronte alle ingiustizie e quando serve abbattere le questioni ideologiche per raggiungere un obiettivo comune; la cosa straordinaria che c’è stata nella Resistenza e che si trattava di un gruppo di persone che avevano opinioni politiche diverse – che si sono manifestate successivamente – ma che in quel momento si sono uniti perché consapevoli che volessero andare insieme da un’altra parte.
Era una generazione di “uomini del presente“: delle persone che abbiamo conosciuto, quando c’erano, nessuno ha mai detto “i nostri tempi erano migliori” anche se avrebbero potuto dirlo e sostenerlo pubblicamente, ma al contrario cercavano continuamente di riportare i propri valori nel presente che stavano vivendo: questo è un messaggio forte che spesso quando ci si trova a fare educazione si dimentica, si fa la lezioncina morale, salendo sul piedistallo.
Antonicelli invece è proprio una figura anti-stereotipo: si imbellettava e profumava, aveva questa aria elegante e un po’ aristocratica, ma poi scendeva in piazza parlava agli operai e diceva delle cose di straordinaria limpidezza e andava dritto al punto delle questioni.»

La giornata prosegue, cominciano i concerti sul sagrato del Polo del 900, Marco Gobetti termina la sua recita e passa il testimone a Domenico Scarpa per parlare di Antonicelli come uomo di editoria, capace di inventare il titolo a un libro che Primo Levi voleva chiamare Sul fondo o i Sommersi e i salvati cambiandolo invece in Se questo è un uomo, o di curare le edizioni dei primi volumi illustrati di Topolino (non i fumetti, ma le storie tratte dai primi cortometraggi Disney) importati in Italia usando come punto di riferimento la traduzione che Pavese aveva fatto per il Dedalus di Joyce.

Il direttore editoriale di add Stefano Delprete mostra a Nina la prima edizione di “Se questo è un uomo”.

Per me è tempo di spostarmi verso il cinema Massimo, dove è in programma la proiezione di Libere, il documentario che Rossella Schillaci ha dedicato alle donne durante la resistenza e nel primo dopoguerra, del quale parlerò nel prossimo articolo qui su Spazio B.
Sulla strada verso il cinema, approfittando di un po’ di anticipo e dell’aria fresca del tardo pomeriggio, allungo il percorso passando davanti alla casa di Ada e Piero Gobetti, il posto dal quale sono passate tutte le menti migliori della resistenza torinese, o come le chiamava Vittorio Foa «la gente per bene, che aveva scelto il proprio posto nella vita. Quelli che arrivavano lì dentro discutevano e si domandavano: che cosa posso fare oggi? Quello che ognuno cercava di fare, era di fare qualcosa di utile per tutti».

via Fabro 6 – la casa di Ada e Piero Gobetti.

Eccolo che torna, il bene per tutti, il bene pensato e poi agito.
Quello che poi le generazioni successive, tra cui la mia, non sono più state capaci di mettere in pratica fino in fondo.
Guardo le finestre di casa Gobetti in via Fabro e mi vengono in mente le parole di Antonicelli che un altro Gobetti, Marco, aveva riferito poco prima durante il suo spettacolo, estrapolandole da un discorso commemorativo di Calvino del 1977: una amica lo aveva attaccato un po’ per scherzo ma anche un po’ sul serio dicendogli: «Se l’italia è così è tutta colpa vostra, avete fatto un’insurrezione, avete avuto tutto il potere anche se per breve tempo, perché non avete cambiato di più l’italia? Perché non siete andati avanti, cosa avete fatto di tutto questo potere?».
Antonicelli, senza scomporsi le aveva risposto «Hai ragione cara ma bisogna compatirci: era la prima volta».

Franco Antonicelli. Manifestazione del 6 maggio 1945. Archivio Istoreto. © Istoreto

Immagine di copertina: Manifesto serigrafato a-mano dagli studenti del Movimento Studentesco di Architettura su progetto di Albe-Steiner, 1973.

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