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La globalizzazione spegne e amplifica la diversità. Niente di nuovo. Ma valeva la pena tradurre Leopardi in birmano?

ARTI, ASIA, EDITORIA, SOCIETÀ Lascia un commento

– di Ilaria Benini

1a. seismographic soundsNell’editoriale di giugno di WIRE – Adventures in Sound and Music, Derek Walmsley scrive degli incontri transcontinentali che influenzano dancefloor occidentali, produzioni editoriali (Seismographic Sounds – Visions of a New World edito da Norient Network for Local and Global Sounds and Media Culture) e in generale la fruizione musicale odierna.

La possibilità sempre più capillare di ascoltare musiche dagli angoli più remoti del mondo grazie al web fa esplodere il vero potenziale universale della musica. Per la gioia di David Byrne, che da decenni lavora per costruire il santuario di quella che chiamavamo world music. Non a caso, sulla radio incorporata nel suo sito ogni mese viene caricato un nuovo podcast di meraviglie: Ya Watani – Syria, Dabke, Druzes; Middle Eastern & Maghreb Disco Funk from the Golden Era; Alternative Swedish mixtape.

La musica ha il potere di funzionare e arrivare al pubblico anche se canta una lingua incomprensibile, è la musica in sé la lingua universale. Eppure l’inglese la fa da padrona anche in campo musicale.

2. emmy the greatEmmy the Great, una cantante pop originaria di Hong Kong, racconta sul Guardian di aver scelto di iniziare per la prima volta dopo anni di carriera in inglese a cantare “nella lingua in cui parlo a mia mamma”, cioè il mandarino. E lo stesso hanno fatto altre colleghe, come la gallese Gwenno Saunders (ricordate le Pipettes?) e Maria Usbeck, la cui prima lingua è lo spagnolo.

È ora di mandare in pensione l’inglese come lingua franca del pop, e noi italiani questo lo possiamo capire, con il mainstream musicale alla radio popolare che ci appassiona a canzoni in inglese pur senza cogliere al volo i testi.

La forza della musica di rispettare la diversità del mondo e valorizzarne la varietà è magnifica rispetto ai muri comunicativi imposti dalla lingua della letteratura.

Possiamo liberamente appassionarci al suono dello psych-rock sud coreano degli anni Settanta! Ma a un romanzo in una lingua che non conosciamo?

Gwenno Saunders ha fatto una bella operazione: ha scritto un disco ispirato da un romanzo di science-fiction in cui un eroe riesce a vincere contro i padroni robot parlando gallese, una lingua morente che i suoi nemici non erano in grado di decifrare. Per combattere la globalizzazione, che sta uccidendo la diversità, Gwenno canta nel suo gallese natale per lottare contro il fatto che per ogni lingua che muore l’intera storia di un popolo scompare.

Nel mio lavoro la questione della lingua si pone quotidianamente, dalla domanda “vale la pena tradurre questo testo in italiano?” a “come faccio a capire se questo libro birmano è valido?”. Nel mio lavoro sono schiacciata dall’ambivalente ruolo liberatorio e monopolizzatore dell’inglese. Il desiderio di dare un palcoscenico a una storia senza voce o di soccorrere una storia morente, in sostanza di dare centralità a mondi e vite percepiti come marginali, si scontra perennemente con Babele.

Lo strumento magico della traduzione permette alle storie di circolare tra una cultura e le altre. Bisogna imparare però ad usarlo, ha millemila comandi, input, output, effetti, tranelli, sorprese.

Qualche giorno fa pubblicavo, su una delle pagine facebook che gestisco (quella di Flux Kit Connecting Cultures, progetto di scambi culturali tra Europa e Asia, in particolare Myanmar/ex Birmania), la copertina di Mare di papaveri di Amitav Ghosh perché il pubblico di quella pagina è in particolare birmano e, mentre a Yangon si svolgeva il Link the Wor(l)d Festival dedicato alla traduzione, volevo incoraggiare il duro lavoro dei traduttori birmani mostrando un’opera di traduzione di grande valore e successo.

Gli autori di quest’opera sono Anna Nadotti e Norman Gobetti, che nella Nota dei traduttori spiegano il valore politico della lingua di questo romanzo.

– Ogni personaggio infatti parla un inglese diverso, contaminato ora dal bengali, l’hindi e l’urdu, ora dal bhojpuri, ora dal cinese, ora dal francese, ora dal lascari, la lingua dei marinai a bordo delle navi che incrociavano nell’Oceano Indiano, ora dallo “zubben”, «la sfavillante lingua d’Oriente, solo una spruzzatina di parole negre mescolate con un po’ di oscenità», come la descrive uno dei personaggi del libro.

La lingua è la vera protagonista del romanzo e a essa l’autore presta una meticolosa attenzione anche nelle scelte grafiche e redazionali richieste ai suoi editori ovunque nel mondo […] Tutte scelte dettate dalla volontà di non creare gerarchie tra le parole, di non accreditare il mito di una lingua pura, una lingua universale, e nello stesso tempo di non incoraggiare una lettura esotista, sottraendosi a ogni possibile normalizzazione lessicale o grammaticale. –

Amitav ghosh a yangon

Amitav Ghosh a Yangon

Il Myanmar è stato isolato per circa cinquant’anni e la globalizzazione l’ha sfiorato. Tanti degli strumenti che abbiamo faticosamente messo in azione negli ultimi decenni nel mondo ci stanno arrivando adesso, piano piano. Internet ad esempio: in attesa di un nuovo cavo sottomarino che dal 2017 (si spera) aumenterà la banda per il traffico dati, si naviga a ritmo di una 56k e il web è per la maggioranza assimilato a facebook.

La traduzione è una delle tante vittime di questo isolamento. Ancora oggi si parla del ruolo seminale dell’antologia di poesia occidentale in traduzione Under the Shade of the Pine Tree, pubblicata nel 1968 a cura del linguista e critico Maung Tha Noe. Includeva poesie di T. S. Eliot, Sylvia Plath, Ted Hughes e del nostro Leopardi, il più antico anagraficamente della selezione. Dopo ha dominato la censura e questo raro esemplare di scambio culturale è stato cruciale per la formazione di molti poeti e scrittori.

Da quando le riforme hanno permesso di disinibire il mondo letterario, la traduzione ha acquisito sempre più rilevanza come tema di dibattito intellettuale e focus di workshop e festival.

Il Myanmar, con la sua situazione disastrata, è un Paese che mi regala illusioni. È il mio Paese-mondo: quella realtà dove riesco a vedere meglio le dinamiche umane e della società, che poi ritrovo ovunque. E in quel contesto funziona il mio ottimismo gramsciano (citato così spesso in Asia, dall’Indonesia a Taiwan), che mi fa credere nel futuro birmano.

Come riporta Joseph Freeman su New Republic, nel nuovo Parlamento birmano, il cui governo si è insediato ufficialmente il 31 marzo 2016, siedono – perché eletti – un blogger e undici poeti. “Il nuovo governo del Myanmar potrebbe essere il più letterario in Asia, se non nel mondo”, scrive.

Il nuovo ministro dell’informazione è Pe Myint, autore di racconti e traduttore di un po’ di tutto, da libri motivazionali a Checkhov e Turgenev. Pe Myint è membro del Myanmar Literature Development Committee, una delle organizzazioni coinvolte nella Casa delle Letterature, che aprirà grazie a fondi norvegesi.

In Parlamento siede oggi il più noto blogger birmano: Nay Phone Latt, che ho incontrato tante volte, ma con cui non sono mai riuscita a sedermi con calma per un’intervista, sempre troppo impegnato (Oriana Fallaci mi sta lanciando dei gavettoni addosso).

Nay Phone Latt è stato arrestato nel 2008, quando aveva 28 anni, in seguito alla sua attività online che fornì informazioni critiche riguardo le operazioni militari durante la Rivoluzione Zafferano del 2007.

È stato liberato il 13 gennaio 2012 insieme ad altri 650 prigionieri in un’amnistia generale, parte delle iniziative presidenziali per segnare il nuovo corso di uscita dalla dittatura.

Insieme a Ma Thida Sanchaung, celebre autrice e attivista, ha fondato PEN Myanmar, la sezione locale dell’associazione per la libertà d’espressione e la letteratura, che ha svolto un grande lavoro di sensibilizzazione internazionale sulle storie dei numerosi prigionieri politici di tutto il mondo a causa della loro attività di scrittori.

E se il Myanmar fosse così drasticamente in ritardo su tutto da avere delle chances di cambiare in maniera unica e positiva? E se la combinazione di attenzione internazionale per la sua grande Sfortuna e l’Avanguardia di poche forze interne, rimaste attente e resistenti durante i cinquant’anni di dittatura, portasse a risultati inaspettati?

So che il Male vincerà sempre sul Bene, ma il Myanmar mi induce a sperare!

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