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La vita altrove, storie dall’Asia: Marta Roberti / Francesco Cavagnino

ASIA, LA VITA ALTROVE Lascia un commento

-di Ilaria Benini-

La vita altrove è una rubrica in cui andiamo alla scoperta delle storie di giovani italiani che hanno scelto di vivere in Asia – per un periodo o in pianta stabile –, alla ricerca di opportunità e felicità.

Abbiamo creato questa rubrica per costruire una rete ispirata dal nostro progetto editoriale Asia, che propone storie e saggi per avvicinarsi a regioni del mondo che stanno vivendo una trasformazione accelerata e travolgente.
Nuove aperture e maggiore libertà di espressione innescano opportunità di condivisione e scoperta: con le nostre pubblicazioni e iniziative intercettiamo l’energia in circolo nel mondo, attirando in Italia l’aria dinamica che si respira in paesi poco conosciuti, lasciandoci ispirare dalle strategie umane individuali e collettive che danno vita ai contesti asiatici.

Pensiamo che ogni vita possa essere fonte d’ispirazione creativa, una delle innumerevoli risposte alla curiosità per lo sconosciuto.
Grazie alla disponibilità di chi parteciperà alla nostra rubrica vogliamo offrire un modo vivo di esplorare l’Asia, una parte del nostro mondo.
C’è molto da scoprire, oltre le bacchette, le spiagge tropicali e le statuette di Buddha.

L’immagine di copertina è un’illustrazione originale di Marta Giunipero, studentessa al secondo anno di IED a Torino.

Nome
Marta Roberti

Età
Ho appena compiuto quarant’anni.

Dove vivi?
Sono appena rientrata a Roma, dopo il mio secondo soggiorno di un anno e mezzo in Asia, tra Shanghai, Taipei e infine Saigon (ribattezzata Hochimin dopo l’invasione comunista).

Come ci sei arrivata?
Il mio arrivo in Asia risale al 2014, quando il Kuandu Museum of Art a Taipei, a Taiwan, mi aveva selezionata per tre mesi di residenza comprensiva di una mostra finale.
Una residenza per artisti è un luogo gestito da persone coinvolte nel mondo dell’arte contemporanea, curatori o artisti, che scelgono di ospitare altri artisti, in genere di nazionalità diverse, al fine di generare nuovi rapporti umani e collaborativi dove la persona invitata ricambia l’ospitalità attraverso workshop e discussioni pubbliche a proposito della sua ricerca.
Quando lessi l’email che mi comunicava di essere stata selezionata per trasferirmi a Taiwan rimasi stupefatta e cominciai ad informarmi, poiché, a parte la mia passione per il taoismo e il Qi-gong, non avevo alcuna conoscenza della Repubblica di Cina. Nonostante i documentari e le informazioni lette sui libri e in internet, sentivo che stavo partendo per l’ignoto.

Cosa ti ha fatto restare?
Trascorsi i tre mesi della residenza, mi ero resa conto che non avevo conosciuto Taipei, poiché i ritmi richiesti dal Museo erano stati molto consistenti, includendo workshop, conferenze e la preparazione di una mostra.
Decisi di rimanere per un altro mese (non immaginando ancora che avrei continuato a rimandare la mia partenza per oltre un anno), poiché volevo capire meglio dove mi trovavo e per quale motivo mi stava piacendo; sentivo che c’era qualcosa di magico che mi stava trattenendo e che non era legato alle opportunità professionali, nonostante ne abbia avute diverse, quanto piuttosto alla percezione di un’atmosfera difficilmente descrivibile in termini di razionalità e calcolo progettuale.
La mia vita quotidiana era divenuta fitta di accadimenti sincronici, tra ciò che sentivo interiormente e ciò che mi accadeva in termini di incontri c’era una straordinaria sintonia: gli eventi si succedevano più come si sarebbero succeduti i movimenti di una danza piuttosto che i passi di un cammino che si muove verso una meta.
Mi rendevo conto che non erano solo le cose che mi accadevano ad essere più connesse con i miei desideri, ma che era anche uno stato della mia percezione; ero sedotta da ciò che non comprendevo, da sparsi frammenti di forme di vita che mi apparivano come fuori da una logica produttiva e razionale. Ho deciso quindi di rimanere ulteriormente perché volevo esplorare quella seduzione che l’Oriente (Taipei) mi provocava, andando a fondo attraverso la mia ricerca artistica, in quell’impossibilità di trovare nel mio linguaggio una parola diversa da ‘esotico’, per dire ciò che sentivo e provavo.

Cos’è per te l’Asia?
L’Asia mi sembra essere ciò che l’Occidente per costruire la sua identità ha rimosso come ‘altro’ da sé, così come ha fatto con la natura, il femminile, l’animale, la preistoria, o certe forme di filosofia che vengono indicate come “esoteriche”.
L’Oriente credo sia un luogo dell’anima, che la nostra formazione culturale rende quasi impossibile incontrare, ma che forse si può ritrovare proprio in ciò che la nostra storia del pensiero non racconta; definendosi “filosofia occidentale” questa forma di razionalismo scientifico e superstizioso esclude dal suo recinto altre forme di pensiero e soprattutto di intuizione.

Ci racconti un fatto quotidiano simbolico della tua vita lì?
Camminando ogni giorno in montagna incontravo donne e uomini che praticavano Qi-gong, una disciplina che comprende esercizi fisici oltre che di respirazione e meditazione.
Inoltre quasi quotidianamente sentivo da casa mia le urla di una persona che sotto una cascata non lontana da dove vivevo emanava grida fortissime. Anche questa era una pratica di Qi-gong o una forma di meditazione, immaginavo…

Di cosa ti occupi?

Lavoro come artista.


Nome
Francesco Cavagnino in Italia, 王相哲 (WángXiàngZhé) in Cina. Il mio nome cinese mi è stato dato dai miei genitori cinesi durante il mio periodo in Asia; è l’unione dei loro nomi e “zhé”, il carattere di “filosofia”.

Età
22.

Dove vivi?
Ho vissuto a Shíjiāzhuāng (石家庄), il capoluogo della provincia di Hebei. È una giovane città industriale a poche ore da Pechino, conosciuta per la scena musicale underground nata negli anni novanta.

Come ci sei arrivato?
Sono cresciuto nella profonda campagna piemontese, in un paesino isolato delle Langhe.
Sono partito che avevo sedici anni e non mi conoscevo affatto, ma avevo la curiosità di vedere cosa ci fosse al di là delle colline, per decidere solo dopo quale sarebbe stata la dimensione giusta per me.
Decisi di passare da un estremo all’altro: dalla mia cittadina di un migliaio di anime, a una megalopoli da dieci milioni di abitanti.

Cos’è per te l’Asia e la Cina? Cosa ti fa tornare?
Lo shock del primo viaggio in oriente è impagabile, e ridimensiona tutta la tua visione del mondo: l’Asia è un passo importante per iniziare a mettersi in discussione.
L’Asia è una nuova prospettiva su noi stessi e un vocabolario nuovo e misterioso per interpretare la realtà.
Quello che mi fa tornare tutte le volte è questo cambio di prospettiva. Tutte le risposte che ci diamo qui in occidente, in Asia prendono altre direzioni. Camminando tra la folla palpitante delle megalopoli cinesi, torni a interrogarti sulla tua posizione nel mondo. È sconvolgente, certo; ma fare parte di queste realtà gigantesche e vibranti è un’esperienza davvero stimolante.

Ci racconti un fatto quotidiano simbolico della tua vita lì?
La mia casa a Shíjiāzhuāng si trovava in uno dei nuovi complessi che sorgono costantemente intorno alle grandi città cinesi.
Ogni mattina mi aspettava un’ora di viaggio tra le grandi cinture della circonvallazione e i viali interminabili. Presto queste nuove distanze sono diventate la consuetudine, e ho iniziato a visitare quotidianamente Pechino, a tre ore di distanza con il treno K.
Il K è il treno più economico e quello degli incontri più unici: lavoratori che giornalmente migrano dalle campagne per lavorare in città, anziani con le immancabili provviste per il viaggio (tra semi di papavero, noodles precotti e grandi termos di acqua bollente), bambini incuriositi dalle facce straniere lontane dalle rotte turistiche.
Penso che viaggiare in treno sia un punto fondamentale per provare a capire la Cina. Lasciando le città, ci si trova presto catapultati nelle sterminate pianure lasciate incolte dopo “il grande balzo in avanti” di Mao.
La sensazione che si prova è quella di vivere in un tempo che scorre secondo due ritmi diversi: la corsa al futuro delle grandi città e le pianure dove il tempo è fermo da cinquant’anni. Si intravede la grande contraddizione e il grande fascino di una nazione che va troppo veloce e di un popolo che sta ancora cercando se stesso.

Di cosa ti occupi?
Sono videomaker e fotografo freelance a sfilate e fashion week in giro per il mondo.
Sto sviluppando un documentario legato alla mia esperienza in Asia in coproduzione con la Cina, e sto scrivendo un format televisivo per i broadcaster cinesi Hunan TV e Mango TV.

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