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10 anni da Utoya: la voce di Marco Magnone

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Dieci anni fa oggi – il 22 luglio del 2011 – in Norvegia un uomo esce di casa e uccide a sangue freddo settantasette persone, la stragrande maggioranza ragazzi e ragazze tra i quattordici e i diciotto anni che stavano partecipando a un campo estivo sull’isola di Utoya, poco a nord di Oslo. Quell’uomo, quel terrorista, si chiama Anders Behring Breivik, e il suo non è il gesto di un folle, il colpo di testa di un mostro, bensì la realizzazione di un piano. Architettato con cura, consapevolezza, un passo alla volta. Ma perché?

Perché secondo Breivik quei ragazzi e quelle ragazze sono colpevoli. Colpevoli di far parte di una popolare associazione politica giovanile – la AUF, legata al Partito Laburista Norvegese – che dal secondo dopoguerra ha avuto un ruolo di primo piano nell’indirizzare le politiche del governo nazionale nella direzione opposta alle posizioni di destra estrema e xenofoba a cui Breivik si è via via avvicinato nel corso degli anni. Di conseguenza un giorno Breivik decide che non può più starsene a guardare gli scempi di quelle politiche tanto democratiche, multiculturali, inclusive e rispettose delle minoranze e di chiunque a eccezione dei valori della cultura tradizionale norvegese, che sente di dover difendere in prima persona, dal momento che nessun altro muove un dito. È così che gli viene in mente un’idea: provare a impedire che in futuro nuovi politici laburisti continuino gli scempi dei loro predecessori. E il miglior modo per farlo è toglierne di mezzo il più possibile, prima che possano fare danni. Ovvero, prima che possano diventare adulti.

Ora, proviamo a immaginare che cos’è successo quel giorno a Utoya. Al campo ci sono decine, centinaia, di ragazzi e ragazze che vogliono godersi qualche giorno fuori casa, lontano dai genitori e insieme a nuovi e vecchi amici, ma allo stesso tempo che vogliono anche riflettere sulle cause a loro più care, condividere opinioni, confrontarsi con gli altri. Cose del genere. Di fronte a loro però dieci anni fa oggi si presenta un uomo, solo con la propria rabbia, una pistola e un fucile. Quello che succede a questo punto non è più un fatto di cronaca, e non è più nemmeno qualcosa che riguarda solo la Norvegia.

È l’archetipo di due idee opposte di futuro – da una parte c’è la fiducia, dall’altra la paura – l’una davanti all’altra.
E se quel 22 luglio di dieci anni fa oggi poteva sembrare che ad aver la meglio sia stata la cieca paura, mutata in odio di Breivik, io credo che la parte più importante dell’intera vicenda di Utoya sia quella che viene dopo. Quella che non racconta di una caduta, bensì di un riscatto.

Sì perché già pochi giorni dopo a Oslo migliaia di persone si stringono l’una all’altra per manifestare tutte insieme contro quello che ha fatto Breivik e contro ogni forma di odio e violenza.
Perché nelle settimane che seguono molti giovani che fino ad allora non avevano mai pensato di fare politica in prima persona decidono di iscriversi alle formazioni giovanili dell’intero arco parlamentare democratico.
E perché nei mesi successivi molti dei sopravvissuti a Utoya iniziano a pensare a come e quando tornare sull’isola.
Per non rinunciare alla vita, agli ideali e ai valori in cui credono, dopo aver già dovuto rinunciare a troppi amici, compagni, fratelli e sorelle. Quando ciò avverrà, nel 2015, quando riapriranno i campi estivi a Utoya, al molo dell’isola si presenteranno oltre 1200 ragazzi e ragazze, più del doppio rispetto a quel maledetto giorno del 2011. E così, grazie a tutti quei ragazzi e quelle ragazze, noi oggi possiamo celebrare la vittoria non della paura ma della fiducia nel futuro. E questo è fondamentale, ma non basta per farci abbassare la guardia. Perché certo, Breivik è stato catturato, processato e al momento sta ancora scontando la pena inflittagli per quanto commesso, ma ciò ci garantisce che un giorno, prima o poi, da qualche parte del mondo, non possa presentarsi qualcuno tanto imbevuto del suo stesso odio da essere disposto a passare dalla violenza delle idee e delle parole a quella dei fatti?

Ciò che ho raccontato finora forse può sembrare qualcosa che non ci riguarda, qualcosa che arriva da un altro mondo e da un altro tempo.

In fondo, che cosa c’entra l’Italia con la Norvegia, un paese all’angolo opposto d’Europa, diverso in tutto da noi? E poi, sono cose ormai vecchie di anni, a chi potrebbero ancora interessare?

Ecco, senza bisogno di tornare indietro fino al 3 febbraio del 2018, quando a Macerata un uomo di nome Luca Traini ha preso una pistola, è salito in macchina, e si è messo a sparare verso le persone di colore che incrociava per strada come fosse in un videogioco, a gennaio di quest’anno a Savona è stato arrestato Andrea Cavalleri. Andrea Cavalleri è un suprematista di ventidue anni, accusato di associazione a delinquere con finalità di terrorismo e discriminazione razziale, che sul web dichiarava di ispirarsi sapete a che cosa? Alla strage di Utoya. Ma il suo non è l’unico esempio, né il più recente. È di quest’estate infatti la notizia di un gruppo di neonazisti smantellato a Milano poco prima che potessero entrare in azione. Tra i nomi di battaglia scelti dai membri della banda, tutti appena ventenni, c’era proprio quello di Breivik.

Anche se questi episodi di cronaca locale per fortuna non hanno avuto le drammatiche conseguenze dell’attacco terroristico di Utoya, a me pensare che qualcuno possa prendere ispirazione da Breivik e da quello che ha fatto a dieci anni fa, mette i brividi. E non posso fare a meno di ripensare a come sia sempre responsabilità di ognuno di noi – indipendentemente da chi siamo, da quanti anni abbiamo, da cosa facciamo nella vita – dare un contributo, per quanto piccolo, all’eterno confronto tra chi sceglie di avere fiducia, e chi di lasciarsi dominare dalla paura. Quest’ultima strada spesso è più facile, comoda. Non costa alcuna fatica, nessuno sforzo. Al contrario, avere fiducia – in se stessi, negli altri, nel futuro – è una disciplina che richiede costanza, impegno, pazienza. Come ogni forma di allenamento, va praticata ogni giorno ripartendo da zero. Perché solo così potrà darci i suoi frutti. Permettere anche a noi di rialzarci, sempre e comunque.

Marco Magnone

 

Autore e docente alla scuola Holden, Marco Magnone ha pubblicato con add  Europa in viaggio. Storie di ponti e muri: un libro che, attraversando lo spazio e il tempo, racconta le due idee di Europa e di mondo, una fondata sul bisogno di nemici, l’altra sulla speranza di pace.

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