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Cronaca dall’esilio: quella (a)normale xenofobia dei bambini.

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– di Shady Hamadi – autore di Esilio dalla Siria La felicità araba

“Dicono che tutti i musulmani siano come l’Isis” dico. “No!” risponde, ad alta voce, un ragazzino di dodici anni seduto in prima fila. È nato da genitori marocchini in un paesino veneto, amministrato dalla destra. Il suo “no!” che rompe il silenzio in cui era caduta la sala della biblioteca dove stavo tenendo la conferenza, vale molto perché ci allerta su un possibile futuro. Il ragazzino ha risposto, automaticamente, ”no” quando mi ha sentito pronunciare quella frase perché, mi ha spiegato qualcuno, intorno a lui i suoi compagni ‘italiani’ – tanto quanto lui, perché è nato e cresciuto in Italia e con ciò non dovrebbe essere differente dagli altri – lo insultano. Gli danno del “marocchino”, “musulmano”. Forse, qualcuno, lo apostrofano con del “terrorista”. Questo accade perchè i ragazzini e i bambini riflettono ciò che sta intorno a loro: sono lo specchio delle nostre società. Io non ho vissuto il razzismo, anzi. Spesso mi è sembrato di essere qualcosa di esotico. Questo perchè appartengo a una delle prime generazioni di figli di immigrati o coppie miste. Lo sdoganamento della xenofobia, declinata in qualcosa di normale, è stata recepita dai più piccoli che riproducono quello che i loro genitori gli insegnano. Ma parlare in malo modo, con ignoranza e xenofobia, di islam, isis o immigrati a dei bambini produce in questi la nascita di stereotipi che, come ho scritto in passato, diventano senso comune. Come crescerà quel bambino di genitori marocchini che viene discriminato e ghettizzato così precocemente dai suoi coetanei? Il peso del razzismo come influirà su di lui? Quel “no!” che come un riflesso incondizionato è uscito dalla sua bocca era carico di disperazione: come se dovesse riaffermare costantemente che lui non sta con loro, con l’Isis. È il danno della società moderna e iper connessa, disinteressate e incapace di creare filtri che non mettano a confronto ragazzini con argomenti di attualità e problemi che devono venir spiegati con saggezza. Siamo nuovi all’immigrazione e per questo abbiamo la possibilità di non sbagliare. Abbiamo una storia che ci insegna che quando abbiamo trovato in altri il capro espiatorio sul quale gettare i nostri problemi, perchè la politica ha preferito questa soluzione, si sono aperte fasi drammatiche. La Francia ha il terrorismo in casa perchè non ha saputo gestire il confronto con l’altro, lavorando sull’inclusione e risolvendo con questi individui le questioni coloniali che si trascinano ancora oggi. Noi, in Italia, possiamo far meglio. Ma bisogna cominciare da oggi. Scegliamo la responsabilità. Cerchiamo di guardare al futuro e non all’immediato, lavorando sulle nuove generazioni che costruiranno la società del domani.

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