Indonesia

Viaggio nella nazione improbabile

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– di Elizabeth Pisani – tratto da Indonesia ecc.

Da domani troverete in libreria Indonesia ecc.. Un libro che The Wall Street Journal ha definito “un’impresa spettacolare e uno dei migliori libri di viaggio mai letto”. Indonesia ecc. è il racconto di un’avventura lunga 20.000 km attraverso terra, mare e cielo indonesiani. L’autrice racconta un paese “inafferrabile” e “improbabile”, definibile solo attraverso molti “ecc.”, ma un libro che è soprattutto uno straordinario viaggio in cui Elizabeth Pisani con ogni mezzo ha viaggiato sola usando empatia e capacità di osservazione per offrirci un racconto divertente senza essere banale, informativo e mai noioso. Oggi nel nostro blog vi proponiamo un estratto che racconta alcune giornate della scrittrice sui traghetti indonesiani. Buona lettura.


Da Savu, ho preso un traghetto Pelni per Kupang, nella parte occidentale di Timor.
Mi sono guardata attorno per studiare i miei compagni di viaggio. Mi ero aspettata una decina di duri, invece il ponte era gremito; dovevano esserci circa trecento persone a bordo. Ogni centimetro quadro di spazio era occupato. Le persone erano accucciate in fortezze costruite con scatole di elettrodomestici, sacchi di riso, pile di uova in vassoi di cartone. Nessuno rispondeva al mio sguardo; l’atmosfera trasudava ostilità. Mi sono diretta verso un buco di circa sessanta centimetri per novanta dietro un sacco di aglio, ma sono stata bloccata da un vicino ringhiante. L’unico spazio vuoto sembrava essere sopra a un freezer caldo e ronzante. Lì, ho srotolato il mio materassino. Subito, una donna simile a un terrier mi è saltata addosso, minacciandomi con un gigantesco cucchiaio di legno. Un membro dell’equipaggio mi ha rimandato nel mio buco, facendo inviperire il vicino ringhiante. Saumlaki, dov’ero diretta, era a cinque giorni di distanza.

Con orrore, ho scoperto che le guerre territoriali si riaccendevano quasi a ogni fermata. Come mi aveva detto il comandante della capitaneria di porto, le perintis sono navi merci, e le merci vengono trasportate sottocoperta. Ciò significava che in molti dei porti in cui attraccavamo, sotto il sole a picco del giorno o a notte fonda, la tela cerata che ci copriva veniva tolta, le fortezze di scatole distrutte e i materassini arrotolati, i passeggeri scendevano sul molo da una passerella, e il ponte veniva sollevato perché la nave potesse vomitare il suo contenuto. Le fermate di scarico potevano durare da un paio d’ore a un’intera giornata, ma non appena la prima sezione del ponte tornava al suo posto, la battaglia per il territorio riprendeva. Passeggeri vecchi e nuovi sciamavano a bordo per occupare i posti migliori, dimentichi del fatto che le altre sezioni del ponte ancora oscillavano sulle corde ad altezza collo. Le urla si sprecavano. L’equipaggio urlava ai passeggeri che erano a rischio decapitazione. Le persone che avevano passato già un paio di giorni sulla nave urlavano contro i nuovi venuti per affermare il diritto di precedenza. I nuovi venuti urlavano per indicare che non volevano piegarsi. Le famiglie si urlavano istruzioni a vicenda creando manovre di aggiramento, mentre una brigata srotolava i materassini, l’altra costruiva castelli di scatole.

Con il tempo, le mie capacità di scelta del territorio e di imposizione della mia sovranità migliorarono. Volevo stare lontano dal karaoke che funzionava ventiquattr’ore su ventiquattro, ma nemmeno troppo vicino alle latrine puzzolenti. Un posto vicino a una “porta” – un’apertura nella tela cerata laterale – garantiva brezza e panorama, il che era piacevole, ma anche meno piacevoli secchiate di pioggia. Anche una lacerazione nella tela in alto poteva trasformare un giaciglio accogliente in una pozza, quindi bisognava sempre dare un’occhiata al tetto. Le famiglie numerose in genere erano pessime come vicini – i bambini indonesiani sono poco disciplinati e amano strillare. Ma certo non volevo stare vicino ai teppistelli con le taniche di vino di palma sopi, gli stereo portatili e le chitarre. Uno spazio sul fianco mi avrebbe permesso di muovermi con una certa facilità, ma significava anche che le persone mi avrebbero calpestato di continuo. Il secondo giorno mi sono decisa per un posto nell’angolo abbastanza tranquillo sul versante dei gabinetti, proprio di fianco all’abisso che portava alla stiva. Era in un cul-de-sac, quindi ero protetta su entrambi i lati. Sono riuscita ad assicurarmelo stringendo un’alleanza con una vecchia signora invalida e sua figlia.
Erano salite a bordo all’isola di Liran, dove non c’era nemmeno un attracco. Una smilza barca di pescatori si era accostata alla nostra chiatta, e la figlia aveva issato la madre da sotto. Un mozzo l’aveva afferrata dal ponte e dopo un po’ di oh, issa!, la signora era arrivata a bordo. La figlia si era arrampicata dopo di lei e io avevo attirato entrambe nella mia zona cuscinetto. Dopodiché, avevo fatto del mio meglio per costringere i passeggeri gironzolanti a mostrare un po’ di rispetto per gli anziani. Aveva funzionato.

La vita a bordo prese una specie di ritmo. La prua della nave, su vicino all’ancora, era aperta sul cielo, un posto ideale per le riflessioni all’alba. Alle nove del mattino, la ferocia del sole obbligava tutti a tornare nell’aria viziata sotto il tendone, appena mossa dal lento agitarsi di improvvisati ventagli di cartone. Nel tardo pomeriggio il sole tramontava alle nostre spalle. Quello era il momento più bello della giornata. La luce della sera infiammava la superficie dell’acqua e i delfini uscivano a giocare. Ogni giorno saltavano fuori dall’acqua in un arco e tornavano a immergersi, a volte balzando in verticale o esibendosi in piccole piroette in aria, per puro divertimento. Anche il più duro dei bevitori di sopi si faceva trasportare dalla magia di quello spettacolo, e indicava le coppie madre-figlio, ridendo deliziato quando un delfino si materializzava a un metro da noi. Poi la luce calava e iniziava il vero e proprio technicolor del tramonto, ciuffi di rosa che circondavano i grigi chiari delle nuvole in alto, mentre un calderone di fuoco fluttuava nel basso orizzonte, e il mare di un nero vitreo si increspava attorno all’imbarcazione. Dentro, le luci al neon attaccate alla bell’e meglio ai pali del tendone prendevano vita e il karaoke continuava il suo strazio, ma qui a prua era un momento di calma.


da Indonesia ecc. Viaggio nella nazione improbabile, di Elizabeth Pisani, traduzione di Gioia Guerzoni
video e immagini tratte dal blog di Elizabeth Pisani

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