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Viaggio della memoria tra i dimenticati

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– di Francesca Mancini

Questo è il racconto di un viaggio della memoria, sulle tracce di un campo di concentramento in Germania che pochi in Italia conoscono, anche se lì sopravvissero per due anni, dall’ottobre del ’43 all’agosto del ’45 circa 5000 militari italiani, in condizioni disumane. Alcune centinaia non ce la fecero, per gli stenti o perché vittime del tiro al bersaglio. Sono ‘quelli del no’, militari che prigionieri dei tedeschi dopo l’8 settembre si rifiutarono di vestire la divisa nazista aderendo alla repubblica di Salò, scelta che li avrebbe riportati in Italia, e rifiutarono anche il lavoro per i tedeschi, che avrebbe loro garantito condizioni migliori. Tra di essi alcuni diventarono illustri, come lo scrittore Giovannino Guareschi, l’attore Gianrico Tedeschi, il politico Alessandro Natta. In totale furono 650.000 gli internati militari nei campi, ne morirono 70.000.

Wietzendorf
22 ottobre 2016

Sono in Germania, sono andata sulle tracce del campo di concentramento per militari dove una persona a me cara è sopravvissuta per due anni: dal 15 ottobre 1943 al 22 agosto 1945.

Un libro mi ha accompagnato, lì ho trovato i giorni esatti di arrivo e partenza.

Un libro che ora si trova solo in biblioteca, l’ho preso alla nazionale di Torino. È fuori-catalogo, pubblicato da Mursia nel 1973: Enzo de Bernart, Da Spalato a Wietzendorf 1943-1945 – Storia degli internati militari italiani.

Wietzendorf è a 21 km da Bergen Belsen.

Wietzendorf è una deliziosa cittadina, belle casette, fiori, merita senz’altro un premio per la pulizia e l’ordine. Ci dirigiamo dove pensiamo che possa essere stato il campo (prima di partire, su un sito tedesco abbiamo trovato la mappa dello STALAG XD): una lunga strada, appena fuori dal centro, costeggiata da belle case con garage e giardino, una campo da calcio, alberi, una pietra con una lapide scritta solo in tedesco che dovrebbe indicare il punto di ingresso al campo di concentramento, alberi, un magazzino di non so che, casette, un grande campo di pannelli fotovoltaici, un recinto con bellissimi cani lupo che ci abbaiano. E’ così, lì, dove decine di migliaia di uomini hanno sofferto ciò che non si può immaginare, c’è una pietra e dall’altro lato della strada una bella casetta.

pietraCammino, con i miei pensieri, lungo quella strada, alla ricerca di altre tracce; guardo la mappa, guardo google map, il campo era proprio lì, alla mia destra, e ora ci sono casette, un magazzino, pannelli fotovoltaici, un canile.

Il cimitero russo è più avanti, all’incrocio, a sinistra, un’indicazione: proseguo in mezzo a un boschetto, e vedo il monumento ai morti russi, 16.000 tra il 1941 e il 1942, in gran parte ventenni. Qui la zona è ben delimitata, curata, ampia, isolata.

russi1russi2Appena fuori dal cancelletto, dall’altra parte del cimitero rispetto al punto in cui sono entrata, una sorta di totem, alcuni pali con avvitati dei quadrati di terracotta: in ognuno un nome, una data di nascita e una di morte.

Wyssokow Dmitrij 3.11.21 – 7.12.41

Lipow Georgij 28.10.22 – 21.11.41

Forse nel tempo, socotto1cotto2no stati posti per onorare coloro di cui si è potuto sapere. Poche decine.

Le formelle di cotto mi fanno pensare alle pietre di inciampo, a Torino ce ne sono: un museo diffuso, nel tessuto urbano, a memoria.

Ritorno verso Wietzndorff, alla pietra, nelle righe in fondo capisco: Von 1943 bis 1945 … barackenlager franzosische und italienische Soldaten interniert

E poi la stazione, le stazioni non vengono mai spostate, le ferrovie non si spostano. Lì L. è passato di sicuro.

internati-militari-vita-di-campo-sitoWietzendorf – 23 ottobre 2016

Oggi è il tempo dell’indignazione: penso a quanto ho visto e a quanto non ho visto.

Nessuna informazione a Wietzendorf per indicare la presenza del campo di concentramento, nessuna informazione per indicare la presenza di un cimitero con 16.000 vittime del lager nazista. O sai che ci sono o non te ne accorgerai mai.

Scopro che una piazza a Wietzendorf si chiama Lager platz – ????? – cerco nel traduttore, lager è una parola comune, significa magazzino, campeggio, letto, campo; cado dalle nuvole della mia ignoranza, pensavo che lager significasse campo di sterminio e che quindi fosse una parola non più usata, abolita, cancellata; e invece no. Come può esserci una Lager Platz?

Una villetta davanti all’ingresso del Lager Stalag XD, è possibile? Si possono coltivare fiori, fare il caffè, ascoltare musica, guardare la televisone davanti all’ingresso di un Lager? Può essere?

Un campo da calcio accanto al Lager: ma lo sanno? I ragazzi, gli allenatori lo sanno?

casaApro il libro sulla storia degli internati militari italiani e leggo:

… si sparse la voce che a pochi chilometri da Bergen era stato scoperto e liberato il campo di sterminio di Belsen. I tedeschi mostravano infinita meraviglia: essi non avevano la minima idea che a poche centinaia di metri dalle loro abitazioni si fossero consumati così atroci delitti… In realtà qualcuno aveva notato che ogni giorno, dalla stazione ferroviaria di Bergen-Belsen, una lunga fila di circa mille prigionieri civili percorreva il grande viale alberato che conduceva a Belsen, e sempre, ogni giorno, nella stessa direzione. Non si erano fatti calcoli sulla capacità del tragico campo di Belsen, perché ci si era fermati alle emozioni: anzi gli abitanti di Bergen, gente di buon cuore, avevano dotato i rami biforcuti dei grandi alberi, lungo tutta la strada, di variopinte casette per gli uccellini, onde riparare dal freddo le povere bestiole nei lunghi mesi d’inverno. 

Continuo la lettura: un militare canadese a questa visione andò su tutte le furie, la sua indignazione fu tale che obbligò tutta la popolazione civile della zona a vedere tre o quattro documentari americani, proiettati a ciclo continuo, sui campi di sterminio liberati: Dachau, Mauthausen, Flossenburg e in seguito vi aggiunse alcune riprese effettuate a Belsen. I fornai non potevano consegnare il pane ai loro clienti se sulla carta di razionamento non figurasse il timbro del cinema a riprova della loro partecipazione.

Oggi, proprio oggi, sul Sole24ore è uscita una recensione di Ernesto Ferrero al libro di uno degli ultimi testimoni della Shoah, Max Mannheimer, un uomo gentile, sopravvissuto a quattro campi di concentramento e mancato a 97 anni, esattamente un mese fa. Il libro, Una speranza ostinata, è stato pubblicato da add all’inizio di settembre; in Germania era uscito nel 1985. Ripenso a quest’uomo, con cui sono entrata in contatto grazie al libro, era un uomo di speranza, nonostante i momenti bui, una persona ottimista e positiva.

Ripenso a L., anche lui una persona gentile, di speranza, ottimista e positiva.

Non li capisco, dei giganti per me.

Mi soffermo sulle ultime righe della recensione di Ferrero:

Oggi, che non dobbiamo nemmeno misurarci con sfide tanto tragiche, continuiamo troppo spesso a rifiutarci di vedere e capire, anche noi. Finché un giorno si oltrepassa senza nemmeno saperlo il punto di non ritorno.

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