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Una canzone, un posto, un film: la bella estate di add editore

ARTI, INCENDI Lascia un commento

-dalla redazione di add-

Perché vuoi sprecare l’estate? Non puoi dormire con un occhio solo?
Cesare Pavese, La bella estate, Einaudi, 1949.

Alla fine di questa settimana la redazione di add editore andrà in ferie: prima di mandare le ultime mail, sistemare le scrivanie e salutarci/vi, ci siamo divertiti a mettere insieme questi consigli per l’estate.
Formula: una canzone, un posto del cuore, un film.

Francesca, editrice.

Una canzone
La mia canzone è My girl cantata dai Temptations, sentita la prima volta guardando Il grande freddo (The Big Chill) un film del 1983 diretto da Lawrence Kasdan.
Un attacco formidabile, che mi procura sempre una sorta di felicità, così come guardare i vari filmati che si trovano su youtube in cui i Temptations interpretano il brano, dagli originali del 1965 ai più recenti. Quando inizio non riesco a smettere.

Un posto
Le Marche sono la mia terra, lasciata quando tanta era l‘esigenza di mettersi in gioco facendo tabula rasa dei legami. Da qualche anno: #radici #borghi #rocche #chiese #teatri #bellezza #cultura #leopardifavoloso #leginestre #mare #colline #qualità #spontaneità #orizzonti #giacomelli #guercino  #lotto #pierodellafrancesca #raffaello #volponi #discrezione #concretezza #slowlife #struggimento
Un film
Rivedrei volentieri Pomodori verdi fritti di Jon Avnet, per la storia al femminile raccontata (il libro di Fannie Flagg Pomodori verdi fritti al caffè di Whistle Stop è molto più radicale) ma soprattutto per una scena, quella in cui la goffa, grassa, insicura Kathy Bates si prende il suo momento di rivincita al grido: ‘Towanda’, che cominciò a circolare allora tra le ragazze come un gioioso e liberatorio grido di battaglia.

Paolo, editore.

Una canzone
Stairway to heaven
dei Led Zeppellin.

Un luogo
Skopelos
, Sporadi.
Un film
Papillon,
di Franklin J. Schaffner.

Stefano, editor.

Una canzone
Non sono propriamente un ballerino, ma quando mi capita di sentire Groovejet di Spiller le gambe cominciano a muoversi.
Magari è una canzone uscita in un freddo dicembre di qualche anno fa, ma per me rimane il sapore dell’estate.

Un posto
Se penso a un luogo in cui ho passato una bella estate e in cui c’è molta sorpresa da vacanza, dico la Bretagna e dico soprattutto di alcuni angoli dai nomi improbabili (Plougonvelin, Porspoder, Lanildut…), quelli trovati per caso come sempre succede da quelle parti. Giri, ti imbatti, stai bene.
Un film
Mi sono perso un anno e due mesi di cinema perché se li è felicemente presi la mia “giovane” Nina e l’estate non prevede grandi tempi da passare davanti allo schermo.
Accumulerò altri titoli, altri desiderata, altro ritardo, ma l’attesa, dicono, serve ad accrescere il piacere della futura scoperta.

Ilaria
, editor della collana Asia.

Una canzone
Taj Mahal di Jorge Ben.
La musica brasiliana, tutta quella che ho ascoltato, mi mette tantissima gioia anche quando è triste. E questa canzone di Jorge Ben mi ha sempre fatto ridere perché non capivo come lui e i cori femminili e maschili potessero cantare Taj Mahal, quasi invocandolo, con tanto slancio.
Quindi risate estive e sensazione di sole caldo, brasiliano o indiano che sia.

Un posto
Il Ladakh, una regione himalayana nel nord dell’India, conosciuta anche come il “piccolo Tibet”.
Sono appena tornata da un viaggio di tre settimane e lo consiglio a chiunque, anche a chi non ama la montagna. Dopo varie esperienze traumatiche in adolescenza, in cui non potevo più soffrire le camminate di troppi giorni con uno zaino troppo pesante in spalla, e i discorsi sul “piacere della fatica”, ho abolito la montagna dalle mie destinazioni per moltissimi anni.
Ma adesso mi sto riavvicinando e ne sto riscoprendo la potenza e il fascino.
Il viaggio in autobus per raggiungere Leh, la capitale del Ladakh, lascia ammutoliti e commuove gli animi più teneri (tra cui il mio) per gli scenari, le forme e i colori delle rocce, geologia da decine di milioni di anni.
La popolazione segue il buddhismo tibetano, che ci ha regalato decine di monasteri arroccati ricchi di affreschi e mandala, oltre che un approccio alla vita fatto di generosità e condivisione.
C’è un breve documentario, Ancient future, che si trova in streaming e racconta di come la modernità abbia iniziato a cambiare la vita di questa regione a partire dagli anni Ottanta. Fino al 1974 non era possibile visitarla, né per gli stranieri né per gli indiani, a causa della vicinanza con il Pakistan e delle tensioni post-guerra.
Qui scorre l’Indo, intorno al quale si sviluppò una delle più antiche civiltà del mondo, e il paesaggio è generalmente desertico con degli scoppi di verde, oasi per gli uomini e gli animali.
Insomma ci sono molte traiettorie da seguire in un viaggio in Ladakh e qualsiasi ispirazione si segua regala momenti di comunione con la vita, gli uomini e il nostro pianeta che sono rari ormai.
Un film
Scelgo un film che è un po’ una mazzata e non so bene perché, ma può funzionare in qualche maratona di film e insonnia nel caldo appiccicoso di agosto.
Scelgo Furyo (uscito in UK con il titolo Merry Christmas, Mr. Lawrence e in Giappone come Senjō no Merī Kurisumasu 戦場のメリークリスマス) di Nagisa Oshima.
Naturalmente mi interessa consigliare qualcosa che dia una prospettiva asiatica sulle vicissitudini del mondo, come danno sia l’ambientazione durante la Seconda guerra mondiale in un campo di prigionia giapponese a Java (Indonesia) sia il trattamento delle complesse emozioni dei vari personaggi. In questi ultimi mesi di viaggio vicino a vari confini più o meno definiti ho sentito la storia molto vicino a me e credo questo sia il motivo per cui do questo consiglio.
Per gli esteti, film adorabile grazie alla fotografia e ai colori, mistici, e alla superba colonna sonora di Ryuichi Sakamoto.

Lorenzo, responsabile rapporto con i lettori.

Io vado al mare voi che fate?
C’è un po’ di vento ed è Vento d’estate la mia canzone preferita dell’estate, ma non quella cantata da Max Gazzè anni fa, ma quella che ieri sera al fresco ho sentito cantare da Niccolò Fabi, che poi l’ha scritta.
Non mi aspettate, forse mi perdo.

E l’estate per me è il vento, il sole, la pioggia del lago di Como, in quel pezzo di lago che va fra Lezzeno e Bellagio. Anche se il vento d’estate mi porta al mare.
E il vento d’estate arriva con le stagioni di Orange is the new black, e finisce con le stagioni di Narcos.
In questi anni va così, questi sono i miei consigli. Ma forse mi perdo.

Agnese, progetti per le scuole.

Una canzone
Summercat di Billie the Vision & the Dancers, basta ascoltarla per sentire i semini dell’anguria tra i denti e l’odore del sole sulla pelle.

Un posto
La spiaggia di Osnai in Corsica dove di giorno ci sono le mucche a prendere il sole e di notte si fa il bagno illuminati dal plancton.
Un film
Sole Alto di Dalibor Matanic : da vedere possibilmente in un cinema deserto quando fuori fanno quaranta gradi per uscire e sentire il proprio corpo vivo.
Un film che attraversa la guerra e l’amore della nostra memoria recente, mostra il tempo che passa e i luoghi che muoiono e rinascono ed entra dentro le persone, coppie interscambiabili con l’imperativo storico di essere.


Giulia
, social media.


Una canzone
Adriana Partimpim è un disco di canzoni per bambini della cantante portoghese Adriana Calcanhotto, dove “Partimpim” è il soprannome che le veniva dato da piccola. Sono canzoni giocose e a volte malinconiche, come può essere l’estate.
Me l’ha consigliato un amico a cui sono molto legata e quando le ascolto penso a tutti i viaggi che ci siamo fatti in vespa, anni fa.

Il luogo
Boccadasse, antico borgo marinaro di Genova.
Praticamente una spiaggia e tante casette colorate, stradine che salgono e scendono. Un luogo bellissimo per una fuga romantica o anche solo per una fuga dalla città.
Un film
L’estate è veramente il periodo in cui recuperare o rivedere serie tv.
Io tendo a fare binge watching, quindi è il momento in cui riprendo in mano telefilm con mille stagioni. Io ora sono impegnata a recuperare Girls, la serie di Lena Dunham in onda tra il 2012 e il 2017.
Se siete tristi invece, rivedere tutto Friends sarà un toccasana.

Daniela, commerciale-eventi nelle librerie.


Una canzone

Pull me under dei Dream Theater
Da ascoltare rigorosamente tra le 22 e le 2 del mattino, al caldo estivo, bevendo una birra.

Un posto
Terra Adelia, la base del Polo Sud magnetico. 33 abitanti. Ghiaccio ovunque. Un posto dove mi perderei volentieri.
Un film
L’estate di Kikujiro, di Takeshi Kitano: fresco, innocente, profondo, positivo.

 

Enea, stagista e responsabile blog Spazio B.

Una canzone
Nel 2010 ho fatto un viaggio in Svezia, da solo.
La prima sera passata a Stoccolma decido di andare a vedere Mattias dei Cats on fire che suona da solo in acustico al Södra Bar.
Dopo aver vagato con una valigia grande quanto una roulotte di medie dimensioni per tutta la città alla ricerca dell’ostello corro subito al locale: su internet dice che lo spettacolo inizierà alle 21 e nella mia testa di provinciale a vita al nord la puntualità è rigorosa, non come in Italia che sul volantino si scrive 22:30 e poi il gruppo spalla del gruppo spalla sale sul palco alle 2,30 del mattino.
La premura di arrivare puntuale è tanta, ma la strada per una volta è semplice: sempre dritto dall’ostello. Alle 21,15 però sono davanti al Södra Bar.
Devo essermi sbagliato, qui c’è scritto Södra Teatern: un edificio stupendo, monumentale ed elegantissimo.
Dopo un’iniziale momento di scoramento supero la timidezza e chiedo a una persona seduta dietro al bancone: sono nel posto giusto, il Södra Bar è il bar del teatro, collocato all’ultimo piano, distante solo tre rampe di scale.
Chiedo se posso andare, la persona dietro il bancone fa un cenno col capo: l’uomo del monte ha detto sì.
Salgo gli scalini e al bar non c’è nessuno: è una maledizione, penso, vuoi vedere che ho sbagliato giorno?
Sono le 21.30 e nessuno sta suonando, impossibile, al nord partono puntuali.
Per fortuna per ogni bancone c’è sempre una persona seduta dietro: «Mi scusi barista, ma il concerto di Mattias dei Cats on fire è qui, sono nel posto giusto?» Risposta: certo. E quando inizia? Risposta: il concerto inizia quando arrivano i musicisti.
Lo dice ridendo e io penso che è facile ridere quando si ha dalla propria la certezza della puntualità, la civiltà dei concerti a orari umani.
«E sarebbe così gentile da darmi qualcosa di fresco, un tè, ecco?» Ecco il tè, sono 150 sek.
Sorrido e prendo il mio bel tè fresco (già il giorno successivo avrei scoperto che 150 sek equivalgono a quindici euro: non gli avrei sorriso di certo di nuovo).
Il concerto inizia quando arrivano i musicisti: Mattias sarebbe arrivato tre ore dopo, bello fresco, il ciuffo impomatato, i jeans di Morrissey, la chitarra acustica tenuta come Elvis, sicuro di se e delle sue canzoni, ignaro totalmente che il luogo comune vuole i nordici precisi, di parola e ignaro anche della civiltà dei concerti a orari umani.
Nel frattempo: cosa si fa se si è sul tetto di un teatro nel centro di Stoccolma e tutte e tutti sembrano modelle e modelli di Calvin Klein, e tu hai la maglietta sudata del viaggio, tutte e tutti superano di media il metro e ottantacinque e tu sei a malapena un metro e settantasette – settantaquattro, con la gobba, tutti e tutte si conoscono fra loro e tu sei arrivato in città poche ore prima?
Ti siedi sul bordo di un divano e aspetti, sperando che nessuno si accorga che stai aspettando: leggi tutti i depliant, fingi di concentrarti su messaggi sul cellulare che semplicemente non esistono, fissi la folla come se stessi attendendo qualcuno.
Un’ora prima di Mattias però si è fatto largo sul palco un tizio in pullover dai modi gentili con lo sguardo limpido e un improbabile riporto. Si è presentato a bassa voce, nome e cognome – Gary Olson – e quando ha iniziato a cantare ha usato lo stesso tono sommesso di quando si è introdotto al pubblico ma, e qui accade la magia della pop music, funziona e dopo due ritornelli si capisce che il ragazzo ha un dono.
Io ancora non lo so ma Gary è il cantante dei Ladybug Transistor, eroi minori dell’indie-rock legati al collettivo Elephant 6 di Neutral Milk Hotel e Oliva Tremor Control.
Alla fine della serata le sue canzoni, belle e pulite vincono su quelle di Mattias, troppo preso dal trovare la posa giusta e ad aggiustare il suo tono baritonale.
Questo per dire che la mia canzone dell’estate è Clutching Stems dei Ladybug Transistor, un pezzo che di estivo non ha nulla e anzi profuma di brina e dicembre, ma che grazie a questo video girato nel classico motel-con-piscina americano, stipati in cinque fra la finestra e il letto, sorridenti, tristi e scanzonati, diventa perfetto per quelle giornate di vacanza in cui si può stare seduti sul balcone a guardare il vento caldo che passa fra i fiori.

Un posto
Scelgo un posto dove non sono mai stato ma dove andrò nei prossimi giorni: si chiama il Masetto, è una casa nel bosco immersa nella valle di Terragnolo (Trentino sud-orientale).
Giulia che insieme a Gianni e al cane Urca è l’anima di questo posto, dice così: «al Masetto si impara, si mangia, si dorme, si sperimenta. Non è una scuola ma ci va vicino, non è un’osteria ma alcune sere lo sembra, non è un ostello ma per certi versi lo ricorda, non è un rifugio ma ci assomiglia».
Nella pratica il Masetto ha due aule laboratorio perfette per non stare mai con le mani in mano.
È un luogo aperto, curioso, vivo: propone numerose attività dedicate all’infanzia, agli adulti, alle famiglie (qui ci si può iscrivere alle mille attività di agosto).
Lì cercherò un po’ di silenzio, un po’ di chiacchiere, un po’ di pace, un po’ di sentieri che non siano i marciapiedi, che tanto amo, della città.
Un po’ di ossigeno e di yogurt fresco: al ritorno proverò a scriverne qui.
Un film
Estate romana è un film del 2000 di Matteo Garrone che fa essenzialmente piangere.
Fa piangere da subito, sin dai primi minuti, non si nasconde: bastano poche inquadrature di Roma, la stazione, i monumenti impacchettati in vista dell’imminente giubileo, il tema della colonna sonora a firma Banda Osiris – mai così ispirati e struggenti – che cresce in sottofondo e una donna che scende dal treno e cammina nel traffico, i capelli appiccicati alla fronte, prima di attaccarsi con la voce rotta a un telefono pubblico.
L’estate può essere la più crudele fra le stagioni, quella che scoperchia solitudini, fallimenti, inadeguatezze: si sa, la città ad agosto si svuota, rimane chi ha qualche conto che non riesce a chiudere, con se stesso e con gli altri.
Qui Garrone racconta tre esistenze ai margini che si incrociano ma non si incontrano: lo fa intersecando realtà e finzione, malinconia e gusto dell’assurdo, ironia e disperazione, realismo e poesia.
Appoggia tutto il peso del mondo sulle spalle dei vinti che mette in scena, che anche quando vanno in gita al mare sono costretti a viaggiare con un mappamondo gigante (pezzo di una scenografia mai completata per un spettacolo teatrale) fissato sul tettuccio dell’auto.
L’immagine più iconica del film, in equilibrio fra surrealismo e amarezza infinita.

Immagine di copertina: particolare di A bigger splash di David Hockney (1967, Tate Museum).

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