libraio

Racconta un libraio, La sposa di polvere, 2° classificato

EDITORIA Leave a Comment

Racconta un libraio è un concorso letterario per racconti brevi che abbiano per protagonista chi vende libri. Il 20 ottobre la giuria si è espressa consegnando il titolo di racconto migliore a Marco Cavaliere, un giovanissimo nato a Napoli nel 1989. Il racconto di Marco si intitola Una nuova cliente e potete leggerlo direttamente sulla pagina dedicata di Racconta un libraio.

Racconta un libraio tocca un tema a noi caro, quello del riconoscimento del valore delle librerie, per questo abbiamo deciso di dare spazio a questa iniziativa, pubblicando sul nostro blog anche i racconti di chi non ha vinto il concorso, ma ha raccontato con passione e talento un bellissimo mestiere, fatto di parole, carta, incontri e consigli. Sempre sul nostro blog potete leggere Finesia di Alessio Innocenti, terzo classificato.
Buona lettura.

La sposa di polvere

– di Fabio Mercanti –

Aveva un appuntamento dal dermatologo per capire cosa diavolo fossero quelle strane chiazze che gli erano spuntate sul torace da almeno una settimana. Per un paio di giorni aveva trascurato sia le chiazze che il prurito, ma ormai non era più il caso di lasciar correre.

Uscì dalla metropolitana ascoltando My God dei Jethro Tull con l’iPod che sua figlia Jasmine aveva riempito della musica di tutti i capelloni che somigliavano a suo padre sulle vecchie foto raccolte alla rinfusa nella valigia blu a casa di nonna: Grateful Dead, Jefferson Airplane, Rolling Stones, Led Zeppelin e, appunto, i Jethro Tull. Figurarsi: a casa di nonna le foto sono in una valigia, mica negli album. Per quelli nati negli anni ’90 nelle valigie ci sono dollari e cocaina. Oppure documenti top secret che ti danno fama per 6 mesi mentre cerchi asilo politico in giro per qualche località esotica.

Al primo colpo di batteria, dopo un paio di minuti dall’inizio della canzone, avrebbe voluto dimenarsi, ma stava salendo le scale per uscire fuori dal mondo sotterraneo, e il fiato non poteva sostenerlo nel saltellare e reggersi su una gamba sola. E poi i suoi capelli erano corti e la barba tagliata il giorno prima.

Dopo quasi un chilometro a piedi – durante il quale lo shuffle aveva scelto per lui Black dog – passò davanti alla libreria Marcantoni e appena superato l’ingresso, rallentò il passo fino a fermarsi. Si voltò e tornò verso la serranda chiusa.

Si appoggiò al ferro impolverato e intossicato dallo smog della serranda infilandoci le braccia attraverso. Forse era meglio una di quelle serrande completamente chiuse, così da non far nascere la nostalgia. Guardò dentro: una scala di ferro artritica e impolverata era al centro della libreria Marcantoni, lì dove un tempo lui fieramente impilava i libri. Allargò lo sguardo oltre, a destra e a sinistra della scala: nessun libro, solo qualche mobile impolverato e senza senso. Strinse lo sguardo verso di sé, fino ad arrivare alla porta d’ingresso e alla serranda. Tra le due c’era una discarica di bottiglie d’acqua accartocciate, qualche lattina, coppette gelato e scontrini. Li fissò per un po’. Quando partì White Rabbit sentì lo stomaco chiudersi e contorcersi su se stesso, mentre la testa andava sempre più giù e le spalle si avvicinavano al collo. Strizzò gli occhi e venne fuori una lacrima. Per cosa? Per aver perso il lavoro, per la chiusura di un’importante libreria romana o per la crisi del settore?

Lasciò la serranda dopo averla afferrata per bene con le mani, sporcandosele. Tornò da dove era venuto e scese nuovamente in metropolitana: non era quella la fermata per il dermatologo, quella era la fermata per il lavoro che non c’è più.

Guido Conforti non se l’aspettava che la libreria Marcantoni chiudesse i battenti definitivamente. Continuava a sistemare libri, portare scatoloni su e giù dal magazzino alla libreria, parlare con i clienti, prendere ordini al telefono, consigliare libri e correre a destra e sinistra per la libreria, con fare sempre felice e ospitale, tanto da essere considerato da tutti il titolare della libreria. Aldo Marcantoni, invece, era sempre indaffarato tra scartoffie e conti, discutendo con i rappresentanti e con il commercialista e solo raramente sistemava un libro a scaffale. Il titolare serviva solo clienti stimabili o amici e se qualche cliente comune, vedendolo girovagare sicuro per la libreria, gli chiedeva una indicazione, lui subito chiamava a rapporto Guido Conforti, il suo collaboratore fidato, colui che conosceva la libreria a memoria dagli anni Ottanta fino a quel giorno.

No, non se l’aspettava proprio. Sapeva ciò che non andava: conosceva il mercato, i soliti pochi lettori, le grandi catene di librerie che viste da fuori sembrano pasticcerie con vetrine piene di barrette di cioccolata e torroni variegati. E poi Amazon e tutte le altre librerie senza librai e i migliaia di libri senza pagine che stanno tutti comodi nella tasca della giacca, smembrati e ricomposti in codice. Sapeva tutto, ma non avrebbe mai pensato di ritrovarsi al di qua della serranda, e dentro la libreria nulla se non mobili nudi e polvere.

Il titolare aveva capito da tempo che era il caso di smontare la baracca, ma non ne aveva mai parlato con Guido, forse per non rompere quell’incantesimo che andava avanti da tanti anni, da quando, poco più che ventenne, era entrato a lavorare in quella libreria, che al tempo era gestita unicamente da Marcantoni senior.

E così, mentre nella testa di Aldo Marcantoni tutto perdeva senso, Guido Conforti continuava la sua missione, quasi fosse unito a quel lavoro da fede incrollabile: finché morte non ci separi. Come un innamorato accecato, Conforti non si rendeva conto che la sua compagna non lo amava più, che non provava più nulla per lui e mentre tutt’intorno i suoi amici e colleghi avevano capito la situazione; lui, instancabile, continuava ad amarla del solito amore originale, come novelli fidanzati. Quando Marcantoni parlò della grande crisi del settore e dell’evidente impossibilità di tenere ancora in piedi l’attività, per Guido fu come un tradimento: un pretesto per metterlo di fronte all’evidenza che quella storia doveva finire e che, nonostante il suo amore e il suo impegno, niente poteva infrangere quel muro di disinteresse e quei conti in rosso.

E anche quel giorno, ormai senza lavoro, Guido Conforti lasciò la sua sposa e prese la metropolitana. Tornò a visitarne i ruderi dopo qualche mese senza trovare ormai più traccia di parole, pensieri, abbracci, risate ed emozioni.

Pitiriasi rosea di Gibert: ecco cosa erano quelle chiazze sul torace. Causa? Non si sa, la stanno studiando da un sacco di anni. Cura? Una pomata, delle compresse e un sapone che costa 40 euro il decilitro. Ti fai la doccia con il contagocce.

Acquistò tutto alla farmacia sotto casa spendendo troppo, per uno che è stato disoccupato per mesi, fino a quando la CreditPlus non aveva deciso di mettergli le cuffie in testa e di piazzarlo davanti a uno schermo con in mano un mouse, a raccontare la solita storia con lo stesso incipit: «Buongiorno signora sono Guido del servizio amministrativo».

Quando uno viene licenziato, inizia una nuova ricerca a partire da ciò che ha perduto. Guido Conforti, supportato da sua figlia Jasmine, si occupò del suo curriculum: un foglio di carta dove c’era scritto quando era nato e dove, la sua mail, il suo indirizzo e che per almeno 20 anni era stato il rispettabile apprendista e professionista libraio della Marcantoni. Il curriculum di sua figlia invece era pieno di mille attività svolte negli anni: corsi, progetti, tirocini, laboratori, workshop. Guido non poteva credere che sua figlia non trovasse un lavoro decente pur sapendo fare tutte quelle cose.

«Meglio tu pa’. Sai fare una cosa sola, ma la sai fare bene: punta tutto sulle librerie» gli aveva consigliato Jasmine.

Inviò il curriculum alle principali librerie di catena e lo portò a mano a quelle indipendenti che conosceva. All’inizio era cauto per paura di essere tempestato di proposte lavorative, poi Jasmine gli spiegò che non ci sarebbe stato quel pericolo e che poteva, anzi doveva, intensificare la ricerca. Il silenzio e la prolungata disoccupazione di Guido confermarono quanto sostenuto da sua figlia.

Constatando che Guido era e restava un disoccupato, Jasmine decise di iniziare un percorso psico-motivazionale con il padre.

«Pa’, credo sia il caso che tu inizi seriamente a cercare lavoro» gli disse un giorno vedendolo abbattuto sul divano con la barba giallognola di almeno una settimana e una lattina di birra in mano.

«Lo sto cercando Jas’, abbiamo mandato una marea di curriculum… Non so, forse dovrei fare qualche corso?».

«Corso? Corso?» gli chiese sua figlia ancora più forte «il signor Conforti vuole tornare a scuola?».

«Ehi Jas’, che ti prende? Cavolo mi sembri tua madre…».

«Tua madr… Cioè: mia madre? Pa’, forse non ti sei accorto che sono mesi che non lavori. Ok, hai le tue disponibilità, ma sei giovane e intelligente, non puoi darti per vinto».

«Lo sto cercando Jas’, ma non posso mica entrare armato in una libreria e puntare la pistola in testa al direttore» e mimando la scena disse «o mi assumi o ti faccio saltare le cervella».

«Ok pa’, capito, ma non è questo il punto. Quanti curriculum non hai inviato a delle librerie?».

«Cioè vuoi dire inviati per mestieri diversi dal libraio?».

«Già, proprio così. Quanti?».

«Be’, nessuno».

«Ecco. Io dico che dovresti darti una mossa e capire che lavoro puoi fare oltre vendere libri».

«Non credo di saper fare altro».

«Be’, sfrutta l’arma del commercio».

«Ovvero?».

«In fondo sei stato un commerciante, sai parlare alla gente, sai vendere. Sfrutta questa capacità e trova un altro lavoro».

Guido restò in silenzio e tracannò l’ultimo lungo sorso di birra dalla lattina.

Dato che il percorso psico-motivazionale in realtà era stato un duro rimprovero della serie “alza il culo e datti da fare”, Guido eseguì gli ordini e iniziò il lungo calvario della ricerca di lavoro, un lavoro qualsiasi. Anzi no, Jas’ gli aveva consigliato un settore preciso: commerciale e nelle vendite.

Lo stimolo fu efficace, ma certo Guido Conforti non trovò né il lavoro desiderato né una qualche mansione in ambito commerciale e nelle vendite. Con le cuffie in testa, lo accomodarono davanti a un computer a telefonare alle persone per ricordare che devono pagare le fatture. Questo gli ordinava il suo capo, per questo lo pagavano, questa era la sua nuova missione. A lui, che per vent’anni aveva fatto il libraio, la CreditPlus poteva offrire solo un ruolo da operatore telefonico.

Non sapeva neanche cosa fosse. Scorreva annunci di lavoro online e sfogliava pagine di riviste che dovrebbero aiutarti a inviare qualche curriculum, quando incontrò una parola sconosciuta: outsourcing. Mandò subito un sms a Jasmine: «Outsourcing, ne hai mai sentito parlare?».

Sua figlia gli telefonò dopo mezz’ora spiegandogli che era un buon modo per portare a casa qualche soldo e mantenere il cervello attivo. Così Guido inviò il curriculum alla CreditPlus e si lasciò convincere che quella potesse essere una buona soluzione.

Doveva dimostrare a Jas’ di essere un padre sveglio e giovanile e doveva dimostrare alla sua ex moglie che lui fosse in grado di cavarsela sempre in grande stile. In realtà, già immaginava la faccia di Claudia quando Jas’ le avrebbe raccontato che suo padre aveva trovato un nuovo lavoro in un call center. Avrebbe scosso la testa schifata arricciando un po’ il labbro superiore, come a dire che ridicola schiappa, non riesco ancora a immaginare di averlo sposato.

Lei era in compagnia delle sue ragioni e lui aveva perso i suoi alibi. La verità è che aveva fallito un’altra volta: prima non andandosene da Marcantoni per cercare qualcosa di meglio, poi dovendo lasciare Marcantoni per forza e approdando al precariato dei trentenni che lavorano nei vari call center per pagarsi l’affitto.

Quando Jas’ gli disse che la Libreria Marcantoni, o ciò che ne era rimasto, stava per diventare un negozio di souvenir, Guido Conforti tornò dalla sua amata per un ultimo saluto. Non la vedeva da quando era dovuto andare dal dermatologo e aveva sbagliato strada. Con il suo solito shuffle fece una passeggiata fino alla libreria, riascoltando gli amati anni Settanta.

Quelle stanze che portavano le impronte dei suoi passi avevano cambiato pavimento, le mura impregnate delle sue parole e consigli di letture erano state ricoperte di gingilli, i mobili che per anni avevano sorretto chili e chili di idee erano spariti, ammassati chissà dove.

Il dio random scelse per lui Going to California e Guido Conforti tornò sui suoi passi canticchiando…

I spent my days with a woman unkind,
smoked my stuff and drank all my wine…

 


 

Fabio Mercanti è nato a Fermo il 10 giugno 1985 e ha partecipato al concorso con il racconto La sposa di polvere.

Quando hai cominciato a scrivere?
Su quaderni o agende, racconti più o meno lunghi, mai autobiografici. Nel tempo ho cercato di modellare il mio stile, concentrandomi sulla struttura del racconto e soprattutto sono andato alla ricerca di personaggi che mi potessero aiutare a raccontare le storie che avevo in testa. Fortunatamente ho “incontrato” Guido Conforti, una sorta di mio alter ego professionale, protagonista del racconto La sposa di polvere, di un altro racconto breve intitolato La firma e del mio romanzo Operatori.

Hai una libreria di fiducia? Quale?
La libreria Coletti di Roma, dove lavoro.

Cosa stai leggendo in questo momento?
Ho appena finito di leggere Ferito a morte di La Capria (ringrazio ancora chi me lo ha consigliato) e ho appena iniziato L’uomo che cade di Don DeLillo.

Condividi