Olimpiadi

Reportage #4 – Gli sport indigeni

SOCIETÀ, SPORT Leave a Comment

– di Alfredo Spalla

Da Palmas arriva la quarta puntata del reportage di Alfredo Spalla dedicato ai Jogos Mundiais dos Povos Indigenas.


«Perché si tirano la sabbia? Come mai colpiscono la palla solo di testa? Non potrebbero usare un guanto meno pesante?». Assistere agli sport di tradizione indigena solleva sempre interrogativi. Nei giorni di #Palmas2015 ho visto molte persone sbalordite dall’apparente mancanza di logica delle gare sportive cui stavano assistendo. Pubblico, stampa, e gli stessi organizzatori, tutti alla ricerca di un senso, di una spiegazione, mania che si potrebbe definire “occidentale”, ossia voler rendere tutto didascalico, comprensibile, replicabile.

Gli indios, invece, spesso praticano uno sport semplicemente per mantenerne viva la propria tradizione, la cultura. L’attività in sé non dev’essere “sensata”; l’importante è che sia autentica e divertente per chi la pratica. Non per chi la vede dagli spalti.

Uno dei primi sport autoctoni cui assisto viene dal Messico: la Pelota Mixteca. Si gioca cinque contro cinque; ogni giocatore indossa un guanto di sei chili e deve colpire una palla di circa un chilo. Il campo è delimitato, lungo e stretto, e i punti si contano come nel tennis, a game da 15. Potrebbe sembrare baseball giocato con le mani, tennis senza racchetta, o volley con i guanti. Ma non è nulla di tutto ciò: è Pelota Mixteca, gioco dalla tradizione millenaria dello Stato di Oaxaca, dove originariamente nacque il popolo mixteco, pre-ispanico.

La spettacolarità dell’esibizione dipende dall’abilità degli atleti, dalla forza che riescono a imprimere alla palla. Per precauzione, a bordo campo vengono fatti allontanare tutti. «È un attimo rompersi il naso!», gridano i messicani. In una pausa, riesco ad avvicinare Angel Arellanes. È qui insieme ai suoi fratelli e ha un’associazione che promuove la Pelota (pagina facebook): «Purtroppo questa tradizione si sta perdendo. Viviamo a Città del Messico, ma spesso ci facciamo 5-6 ore di macchina per andare a giocare a Oaxaca. Solo lì riusciamo a trovare giocatori di un certo livello, ormai. Ci vediamo quasi ogni weekend: o andiamo noi o vengono loro. Il problema è la scarsa diffusione fra i giovani. Stiamo facendo di tutto per promuovere questo gioco: social media, gite, incontri». Dallo zaino tira fuori una toppa e un adesivo per regalarmeli. Vuole che la divulghi anch’io. Non tutto, però, è autentico nella Pelota Mixteca. Un delegato messicano mi spiega che le scommesse hanno rovinato questa tradizione indigena. Chiedo spiegazioni ad Angel: «Sì, è vero. Ci sono molte persone che puntano soldi sulle partite, esagerando. Noi preferiamo non farlo, rovina lo spirito. Un’altra preoccupazione sono le attività che vengono insegnate a scuola. Perché solo basket, volley e calcio? La Pelota Mixteca è un gioco millenario, rappresenta la lotta fra il giorno e la notte. E oggi saremo al massimo in mille a praticarlo in tutto il Messico», conclude amareggiato Angel.

Saranno anche meno di mille, invece, gli indigeni che giocano il jikunahati, conosciuto anche come futebol de cabeça. Il calcio con la testa. A tenerlo in vita sono i giovani delle etnie paresí e manoki, entrambe brasiliane. La palla è fatta con il lattice estratto dalla siringueira, l’albero della gomma. Lo sciamano si occupa di confezionarla artigianalmente sotto il sole cocente, per gonfiarla al punto giusto. Antonio, il giovane coordinatore dei paresí, s’identifica con il suo sport: «Ha un valore inestimabile, fa parte della nostra cultura e identità. Lo preserveremo per molti anni ancora, non credo che il calcio tradizionale ne metta a rischio la sopravvivenza. Ci piacciono entrambi».

Vedere Antonio in azione è uno spettacolo: si getta, vestito con i costumi tipici, con la testa fra la sabbia, dando un impulso incredibile con il collo. L’impressione è che si possa dare una facciata in terra da un momento all’altro: «Per fortuna non mi sono mai fatto male, sì qualche sbucciatura al ginocchio ma niente di serio. Non mi sono mai allenato, il jikunahati si gioca e basta. I nostri antenati raccontano che siamo nati dalla pietra, e insieme a noi è arrivato il futebol de cabeça».

Jorge Alves, questo il suo nome in portoghese è invece a Palmas per mostrare la cultura del popolo kaingang, uno dei più numerosi del Brasile. Viene dal Paranà, regione al sud, ma tanti altri parenti (circa 33.064) vivono fra Santa Catarina, Rio Grande do Sul e Sao Paulo. Insieme ai compagni, si esibisce nel kajer, un’attività che nasce come forma di ringraziamento al macaco. Gli atleti si dividono in due cerchi: uno interno e uno esterno. Quelli più interni devono difendere un oggetto da quelli esterni, che invece devono saltare, scimmiottando un macaco, per conquistarlo. «A volte usiamo un’arancia, una mela, in questo caso una palla. Quelli interni, che si stringono abbracciati, hanno il permesso di stare in piedi, gli altri no, devono rimanere in ginocchio. Si va avanti fino allo sfinimento di uno dei due gruppi; è un modo per fraternizzare e sfidarsi». Il rituale, però, prevede che una parte del corpo sia cosparsa di un liquido che, per i kaingang, ha un valore particolare: «Secondo la nostra tradizione, il lato sinistro del fisico è quello più debole, più soggetto al maligno. Per tenere lontane le tentazioni, ci cospargiamo la parte sinistra con il veleno del cobra jararaca, che veneriamo».

Si gioca in circolo anche il pukana, un’attività presentata dai Maori neozelandesi. I guerrieri si scambiano alcune formule, fra cui la parola «Pukana» e mostrano all’altro la propria attitudine alla sfida. Chi sbaglia, di solito, va al centro e affronta un avversario nella disputa di un disco. Chi perde anche questa battaglia, viene sommerso dai compagni e riceve sabbia in gesto di umiliazione. «Serve a migliorare la coordinazione del corpo e aiuta a costruire le relazioni, incentivando le amicizie», spiega Hanna. Non esiste jikunahati senza la leggenda della pietra, non c’è kajer senza veleno di cobra o pukana senza umiliazione. Gli sport indigeni non si fermano alle dimostrazioni di forza, ma sono custodi di culture millenarie.

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