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Siamo Tutti Migranti: storie di migrazioni

DIRITTI, SOCIETÀ Leave a Comment

-di Simona Raimondo-

Cos’hanno in comune un ragazzo sudanese venuto in Italia per fuggire dalla guerra e un ragazzo italiano trapiantato in Inghilterra per lavoro? A una prima e veloce analisi, si potrebbe dire “niente”: è vero, tutti e due si sono mossi dalle loro case, ma per motivi e con destinazioni diverse.
Eppure, conoscendoli meglio, si scoprirebbe che in comune hanno una cosa importante: la paura di non veder realizzare i loro sogni.

Alì viene dal Sudan, ha 30 anni e vive in Italia da 8; è arrivato attraverso il Mediterraneo, ha raggiunto Roma, poi Foggia e infine Torino alla ricerca di un lavoro, una vita, una realtà che fossero adatte a lui.
Nino ha 28 anni, vive ad Amsterdam da 6 mesi e prima ancora ha vissuto a Manchester per 4 anni, è nato e cresciuto a Catania. Hanno entrambi un sorriso contagioso e la stessa luce negli occhi, sono sicura che, se si conoscessero, andrebbero d’accordo.

illustrazione di Susanna Galfrè.

Quando ho cominciato a mettere insieme i pezzi delle loro storie, ho scoperto che entrambi hanno passato la loro prima notte in “terra straniera” dormendo – letteralmente – per strada, entrambi hanno perso il padre mentre erano lontani da casa, entrambi hanno un legame fortissimo con la madre, di cui si sentono responsabili.
Hanno scelto d’intraprendere un viaggio verso l’ignoto con la sola certezza di non avere altre strade per rendere possibile il loro futuro.
Hanno in comune la condizione di “migranti”: viaggiatori per necessità, costretti a spostarsi per non vedere morire i loro sogni, la speranza della vita migliore che sanno di meritare. Entrambi spesso alle prese con pregiudizi, indifferenza, paura del diverso, cattiveria e chiusura.
Quella di chi, anche oggi che costruirsi una vita lontano dal Paese in cui si è nati è diventata la norma, continua a guardare agli “stranieri” come a intrusi pericolosi, potenziali minacce anziché individui produttivi per la società. Infine – o soprattutto –, entrambi sono facce di una stessa medaglia, protagonisti di una storia a due voci che i sociologi definiscono “Le Due Grandi Migrazioni del Nuovo Millennio”: quella da e quella verso l’Italia.

Anche io, nel mio piccolo, per due anni mi sono sentita un po’ “migrante”.
Nel 2015 ho compiuto il mio viaggio di sola andata dal sud al nord, lasciando Catania, la città in cui sono nata e sono vissuta per quasi trent’anni, per trasferirmi a Torino nonostante fossi certa che non mi sarei mai abituata a vivere in una città senza il mare.
Secondo le statistiche di quell’anno, ho fatto crescere di una unità quei 9.823 siciliani che, prima di me, hanno lasciato l’Isola per andare a cercare lavoro al nord.
Altri 730.000 erano già partiti per qualche paese estero: così, tra i “fuori sede” dal sud al nord e gli espatriati dall’Italia al mondo, dall’Isola è andato via il 14,4% dei 3 milioni di giovani che la popolavano. Forse la scelta di partire dipende da quel 57,2% che vale alla Sicilia il terzo posto sul podio delle regioni italiane col più alto tasso di disoccupazione giovanile in Italia. Non è certo un bronzo di cui andare fieri.

È, però, una considerazione che ha contribuito alla nascita dell’idea per Siamo Tutti Migranti, un reportage che ho realizzato col desiderio di raccontare storie di migrazioni che non parlassero di “immigrati”, ma di migranti: di persone, oltre i dati e i titoli sui giornali. A quel tipo di persone non appartengono soltanto i ragazzi e le ragazze, gli uomini, le donne che arrivano dall’Africa e dal Medio Oriente, come Alì, ma anche quei giovani italiani che, come Nino, lasciano l’Italia per andare a cercare lavoro in altre parti d’Europa e del mondo; di quelle persone faccio parte anch’io.

Nonostante ciò, quando ho scelto di chiamare il reportage Siamo Tutti Migranti, avevo il timore che sembrasse più lo slogan per una campagna di sensibilizzazione che un titolo, e quel dubbio mi è rimasto anche quando ho parlato in pubblico del progetto per la prima volta.
Ho continuato a pensarlo anche dopo, tutte le volte che riprendevo il reportage per modificare, aggiungere, rileggere; l’intenzione di cambiare davvero il titolo, però, non l’ho mai avuta: qualcosa mi diceva che quelle parole avevano il suono delle parole giuste nel posto giusto.

Oggi sul titolo che ho scelto non ho più dubbi: Siamo tutti migranti non è un monito, è una realtà che non possiamo evitare.
È il catalizzatore dietro e dentro il mio reportage, che ha l’intento di diventare mezzo per raccontare altre storie di migrazioni come quelle di Nino e Alì, come la mia, come quelle dei giovani migranti del nostro tempo.
Lo potete leggere, e vedere, qui.

Simona Raimondo è nata a Catania nel 1988. Ha studiato Scienze della Comunicazione e si è diplomata in Storytelling e Perfoming arts alla Scuola Holden nel 2017.
Le illustrazioni sono di Susanna Galfrè, studentessa al secondo anno di IED a Torino.

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