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Un ponte fra la shoah e la Siria: oltre le celebrazioni del Giorno della Memoria

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– di Shady Hamadi – autore del La felicità araba

Sarò provocatorio: non credo che il Giorno della Memoria serva. È inutile, se si confina tutto nel semplice atto celebrativo di un evento passato. È inutile, se insegniamo la memoria e pratichiamo l’amnesia. È inutile, se pensiamo che la tragedia dell’Olocausto sia qualcosa di irripetibile, in forme diverse, e quindi non comparabile con quello che avviene oggi.

Occupandomi della Siria dal 2011, osservando da vicino gli accadimenti, credo che sia emerso un comportamento generalizzato che, ahimè, colpisce come un morbo i conflitti in corso al di là di quell’entità chiamata Occidente. Sto parlando dell’indifferenza. Sia chiaro, l’indifferenza non affligge solo larghe fette dell’opinione pubblica internazionale che osserva la tragedia siriana; ne sono infatti vittime anche i siriani stessi. Mentre scrivo queste parole, le caffetterie a Damasco e Homs, i ristoranti nel centro città, sono pieni di persone. A pochi chilometri da loro, ad esempio nella Ghouta – periferia di Damasco – la gente muore di fame. Nelle caffetterie si continua indisturbati a bere caffè e tè, consapevoli che, a dieci minuti di distanza, c’è chi muore di fame.

Eppure, questo è un comportamento che ritroviamo in tutte le guerre, da quella del Libano – dove si vedevano persone nei ristoranti, mentre a un chilometro si sparava – fino alla Seconda guerra mondiale, con le feste a Berlino, Monaco, mentre nei campi di concentramento la gente veniva macellata. Per il caso siriano potremmo dire che le persone nei ristoranti, nelle discoteche, rappresentano la necessità che la vita continui nonostante la guerra. Non possiamo, noi siriani, immaginarci tutti a lutto, anche se la guerra avvolge le nostre città. Bisogna trovare un equilibrio fra la morte che ci assedia e la necessità, umana, di sopravvivere – anche spiritualmente.
Ricordo dei ragazzi di Aleppo che gestiscono una associazione per il supporto psicologico dei bambini: la terapia (che pare funzionare) è quella di farli ballare e cantare. Questi bambini di Aleppo che ballano e cantano, insieme agli adulti, potrebbero essere accusati di indifferenza perché sono felici, per un attimo spensierati, mentre all’angolo della strada qualcuno muore?

Credo che chi vive all’interno dei Paesi in guerra abbia diritto a rapportarsi verso la guerra come meglio crede. Differente è quanto avvenuto in Germania, dove un gruppo di persone, accomunate dalla fede, veniva internato e mandato al macello – grazie a un consenso quasi generale (nonostante ci furono tedeschi che si opposero) – perché ritenuto differente, “altro” da “noi”.

Semplificando il messaggio più importante che l’Olocausto ci lascia, durante la Giornata della Memoria ci dicono e ci ripetono:

mai più nessuno dovrà compiere questi massacri. Mai più dovremo accettare la guerra.

Bansky

L’ultima opera di Banksy, ispirata a Les Misérables, apparsa a Londra davanti all’ambasciata francese. Il codice QR rimanda a un video dell’operazione di sgombero del 5 gennaio scorso del campo profughi di Calais.

Inesorabilmente, dopo la fine delle cerimonie, torniamo però a riaccettarla, dopo avere abbandonato il nostro rifiuto della guerra fuori dai mausolei che ci ricordano il monito della Shoah. Noi, che viviamo fuori dai Paesi in conflitto, che percepiamo i morti siriani, congolesi o nigeriani così tanto lontani da noi, a causa della loro identità, dovremmo praticare una cittadinanza attiva, insieme all’esercizio concreto della memoria. Solo così avrebbero senso le celebrazioni. Non lo facciamo – almeno la maggior parte di noi non lo fa -, questa è la verità.

Così accettiamo che Cesar, nome fittizio di un uomo dei servizi segreti siriani, ora al riparo all’estero, pubblichi 55mila fotografie di 11mila persone torturate a morte nelle carceri del regime di Assad, senza gridare a gran voce che il governo di Damasco è responsabile per la loro morte.
Accettiamo che, ogni giorno, cento persone in Siria muoiano sotto le bombe sganciate dagli aerei russi, della coalizione internazionale, del regime siriano, o uccise da gruppi fondamentalisti come l’Isis – perché forse, in fondo, sono musulmani, quindi tanto meglio. Che ci importa? La guerra è lontana da Milano, da Roma. Saliamo sulle barricate solo quando gli attentati colpiscono le nostre città e quindi, come risposta, c’è poi qualcuno che dice che l’immigrazione va fermata oppure ci conquisteranno e noi porteremo il nemico in casa.

Non pensiamo a risolvere le guerre attraverso una politica estera virtuosa. Sono i nostri stessi politici, quelli che affollano le cerimonie per il Giorno della Memoria, a essere i primi a non ascoltare il grido delle vittime e a conoscere la verità, senza volerla vedere. A questo proposito, come non ricordare Jan Karski, emissario della Resistenza polacca che cercò di spiegare la Shoah perfino ai giudici della Corte Suprema americana e al presidente Roosevelt in persona, senza tuttavia essere creduto?

Dell’importanza di usare concretamente la Storia – e in particolare l’esperienza dell’Olocausto ho parlato martedì al centro Missionario Pime, provando a costruire un ponte fra la Shoah e la Siria attraverso un dialogo tra me, Gabriele Nissim, storico e presidente di Gariwo, e Stefano Pasta, della Comunità di Sant’Egidio e ne riparlerò al Festival della Memoria di Ercolano.


Tratto da http://it.gariwo.net/editoriali/un-ponte-fra-la-shoah-e-la-siria-14429.html

 

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