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Se non lo facciamo noi non è detto che lo faccia qualcun altro: inutile, una rivista.

ARTI, EDITORIA Lascia un commento

-di Enea Brigatti-

«Ci domandavamo una cosa: ma quelli come te, il pesce lo mangiano?»
Avere ospite a cena un vegetariano può essere a volte una brutta storia.
Si può essere negazionisti («Ho preparato questi tramezzini al tonno, visto che non mangi la carne…») oppure si può essere Matteo Scandolin.
Matteo è parte della redazione di inutile, un’associazione culturale che è anche una rivista letteraria, dalla sua fondazione nel 2005.
Ci siamo conosciuti a febbraio di quest’anno, alla Libreria Bodoni: Matteo era lì con Federica Bordin – un’altra delle redattrici di inutile, insieme a Francesca Massarenti, Gloria Baldoni e Marianna Crasto – per presentare Effemeridi, ultimo fra i tanti progetti legati alla rivista.
Io ero in penultima fila a sinistra, solita sedia,
Dopo l’incontro ci siamo trovati allo stesso tavolo, in pizzeria.
Poco dopo ancora allo stesso bancone, al pub.
Quella sera avevo pensato «Passo in libreria e poi vado a casa di fretta, ho un sacco di lavoro lasciato indietro».
Fortunatamente sono una persona priva di ferrea autodisciplina, ho deciso di restare e rimandare al giorno successivo quel lavoro.

Sono passati dei mesi e stasera Matteo mi ha invitato a cena a casa sua, a Milano, per parlare di tutto un po’, ma soprattutto di inutile e delle sue mille forme.
«C’è qualcosa che non mangi?»
«Matteo, sono vegetariano, perdonami»
«Nessun problema».
Bene.
Quando arrivo a casa sua, dopo aver percorso con l’auto quella lingua di fuoco arancione che è viale Monza da giugno ad agosto, mi dice «Siediti, ti ho preparato il bibimbap».
Aiuto.
La rassicurazione arriva presto, e lascia spazio alla commozione: il bibimbap (letteralmente «riso mescolato») è un piatto coreano che si presenta come un misto di riso e verdure, uova e carne di manzo o pollo.
Nella versione di casa Scandolin la carne scompare e rimangono solo riso, uova e verdure di tutti i tipi.
Nel bipimbap c’è molto di Matteo: generosità e voglia di mettere a proprio agio chi gli sta di fronte.
A tavola lasciamo fuori dalla discussione libri e riviste, le chiacchiere sono tutte su Transformers (Matteo sempre insieme a Federica e al critico Aldo Fresia conduce un podcast radiofonico dedicato al cinema, Ricciotto) e sul dramma di trovare casa in una grande città (Virginia, la ragazza di Matteo, e io in questo campo siamo delle autorità certificate).
Quando ci raggiunge Federica siamo pronti a iniziare l’intervista: purtroppo la redazione di inutile per motivi geografici non è al completo.
Rispetto alla cena l’atmosfera non cambia.

Facciamo i seri.

Federica: Io mi prendo molto sul serio.
Matteo: L’altra sera il critico cinematografico Aldo Fresia ha paragonato Effemeridi a Il tempo, la rivista che ha diretto per un periodo Dostoevskij.
Citando un nome di uno scrittore russo si entra automaticamente in un clima di serietà, no?

Eccome. Andiamo subito al nucleo della questione: come siete arrivati a voler pubblicare una rivista letteraria?

M L’unica strada diretta che vedo io passa per l’Uomo Ragno pubblicato dalla Star Comics e poi da Marvel Italia, per Star Trek – The Next Generation, per Guccini e Gabriele, un vecchio amico che voleva fare una rivista insieme: per me è una strada unica, una direzione continua.
Se consideriamo poi il fatto che sia cresciuto in una casa piena di libri e le velleità da scrittore che ho avuto in gioventù, una rivista mi sembrava la cosa più naturale da fare per incidere un po’ il mondo.
F A me piacciono i libri come cose.
Questo è il motivo perché qui a Milano quando studio ho la necessità di andare in biblioteca, dove quando voglio distrarmi posso perdermi fra gli scaffali, e per cui da bambina ero una delle frequentatrici più fedeli della biblioteca di Campodarsego, il paese dove sono nata.
Non ho mai avuto particolari velleità da scrittrice perché nei miei confronti applico un’auto-censura piuttosto severa, però mi piacciono le storie, ragione per la quale a un certo punto ho allargato il mio campo di interessi anche al cinema e ai suoi meccanismi; soprattutto però mi piacciono le parole e l’italiano: sono sempre stata quella saccente della famiglia, che rimproverava fratelli, sorelle e genitori se non si esprimevano nella maniera più giusta.
L’editoria, e in questo caso fare una rivista, ha su di me un effetto calmante, e non è una cosa da poco.

Citando il maestro Masini: perché lo fate?

M Una volta, nel 2009 credo, ci scrisse la Radiotelevisione Svizzera in occasione della giornata internazionale del libro: volevano intervistare noi di inutile per un servizio radiofonico.
Quando ho risposto ero con il cellulare in una calle a Venezia, vicino al posto in cui lavoravo: a un certo la giornalista mi chiede «Ma perché lo fate?» e io con una sincerità abbastanza disgustosa ho risposto «Perché vogliamo cambiare il mondo».
Risultato: l’intervista non è mai andata in onda in radio.
Però ripensandoci ora è vero: da un lato lo faccio per ribellione nei confronti di un sistema culturale che non mi piace e dall’altro perché voglio lasciare il mondo, anche se solo di poco, migliore rispetto a come l’ho trovato.
Questa cosa la si può fare in mille modi diversi: un esempio potrebbe essere il volontariato, ma la cosa che so fare meglio io è far scrivere gli altri, e in quella ho deciso di impegnarmi.
F Io cambiare il mondo no, quella visione non mi appartiene, non ho la forza rivoluzionaria che ha nel cuore Matteo: sono molto più tranquilla, lo faccio perché se non lo facciamo noi non è detto che lo faccia qualcun altro e perché sento l’esigenza di dedicarmi a una cosa fatta da me in maniera indipendente.
Ho la necessità di avere la responsabilità e la libertà di prendere delle decisioni, e vedere cosa succede in base a quelle decisioni.

Matteo e Oban: notare la coda appoggiata sul braccio.

Parliamo dei racconti: vi arrivano o li chiedete?

M Entrambe le cose: li chiediamo a chi ha già pubblicato con noi e che vorremmo continuasse a farlo o a chi ci piacerebbe ospitare.
Tutto il resto sono proposte che ci arrivano nella casella di posta elettronica.

Quali sono i criteri per essere pubblicati sulla rivista?

F
Siamo in cinque, con criteri molto diversi nel valutare lo stile, i temi o  anche solo l’approccio nel messaggio di presentazione: prevale la maggioranza ragionatissima.
A volte diciamo dei no se si tratta di una scrittrice o uno scrittore alle prime prove, non del tutto ancora convincenti, allora può capitare di lavorarci insieme per arrivare a un’evoluzione nelle proposte successive.
M Inizialmente motivavamo tutto, ora se qualcuno non riceve una risposta è perché non ci ha colpito: il silenzio non è una cattiveria, ma solo una condizione necessaria a livello di tempistiche.

C’è qualcosa che cercate nei racconti? Un elemento che considerate indispensabile per accendere la vostra attenzione.

M Io cerco storie di vita normali, ma sono aperto alle eccezioni: proprio nell’ultimo mese abbiamo pubblicato un racconto che contiene un sottomarino e uno scenario post-atomico che in quattromila battute dipinge un mondo intero in una mnaiera che fa sobbalzare sulla sedia.
Comunque sì, di solito storie normali con personaggi normali e dialoghi normali: io sui dialoghi mi arrabbio molto perché è una delle prime cose che mi fa saltare la sospensione dell’incredulità, se scrivi una cosa perfetta e poi le persone non parlano come le persone nella vita vera crolla tutto.
F Un racconto per colpirmi deve darmi la possibilità di poter immaginare una storia dietro quella che sto leggendo, poter visualizzare una backstory.
Questo a livello di contenuto, a livello di forma sono invece per la sobrietà: mi piace molto la storia autocontenuta che spiega una cosa per dirtene un’altra, dove lo scrittore non è così evidente.
M Questo anch’io: voglio leggere un racconto, non tu come lo scrivi quel racconto.

Matteo tu hai iniziato nel 2005, la rivista è ufficialmente partita nel 2007.
Ora siamo nel 2017: come si è incontrata la redazione attuale?

M La redazione di adesso è la più stabile fra quelle che abbiamo avuto negli ultimi anni, un gruppo di cui vado molto orgoglioso,
Marianna Crasto è entrata nel 2014 ed è l’unica che ha partecipato alla conclusione di un processo di trasformazione: dai ragazzini che eravamo a una cosa più matura sia in termini di produzione che di riflessione su quello che facciamo come rivista.
Nel 2015 avevo affidato tutto a Nicolò Porcelluzzi che aveva impostato la rivista come un best of della produzione contemporanea italiana e straniera, affiancato da Marianna e Francesca.
Poi anche Nicolò ha dovuto abbandonare per mancanza di tempo e io ho ripreso in mano la rivista per un moto d’orgoglio: non volevo che inutile si fermasse e quindi ho investito di nuovo energie, tempo e professionalità nella sua realizzazione.
Il fuoco di inutile però rimane il medesimo: un lavoro sui racconti di qualità.

Perché avevi lasciato?

M Non sopportavo più la supponenza di quelli che ti raccontano che ti stanno regalando qualcosa di valore, ma che in realtà ti stanno vendendo un frigorifero e si comportano come se stessero salvando il mondo. Tutto qui.

Federica come sei arrivata in redazione?

F Ho scritto una tesi triennale sui podcast, coinvolgendo anche Matteo in quanto fondatore insieme a tante altre persone di uno dei maggiori network di podcast italiani, Querty.
Avevo chiesto loro un’intervista, con lui ci siamo incontrati a Mestre e ci siamo trovati bene da subito: poco dopo abbiamo iniziato a collaborare, nel 2016.

C’è stato un momento durante tutti questi anni in cui avete pensato: abbiamo un numero in uscita che ci farà svoltare?

M Sì, senza dubbio.
Ma uno dei maggiori problemi che abbiamo è la comunicazione di quello che facciamo.
Nel numero 50 della rivista ad esempio avevamo interviste a Jennifer Egan, Riccardo Falcinelli, Luca Rastello, Matteo Bordone: quando è uscito ho pensato non tanto che avremmo svoltato, ma che quantomeno saremmo stati maggiormente riconosciuti.
In realtà non successe nulla, al di là della considerazione che avevamo conquistato fra chi però già ci conosceva.
Sapere comunicare ciò che si fa ha delle regole che vanno imparate e rispettate, è un altro tipo di competenza rispetto a fare una rivista. Noi ci stiamo lavorando, ma è un problema che ci trasciniamo da sempre.
F.La comunicazione rimane un problema dovuto al fatto che nessuno di noi la trova una cosa concettualmente utile, inutile girarci intorno.

Effemeridi, l’ultimo progetto nato in casa inutile ha un format piuttosto basico: un articolo e un’illustrazione.

F L’abbiamo pensato da subito così, unisce una valutazione estetica con una utilitaristica: essendo Effemeridi ispirata ai numeri di inutile piegati, quadrati o rettangolari, che avevano sempre un’illustrazione di copertina, abbiamo usato lo stesso approccio.
Poi essendo i numeri legati ognuno a una tematica, abbiamo avuto l’idea che anche le illustrazioni potessero essere tematiche e quindi andare di pari passo con il testo.

Il primo numero di Effemeridi

Un anno dopo che è uscito il primo numero di Effemeridi: siete soddisfatti?

F A livello di produzione sì: io ho fatto tutta la parte grafica della quale sono e sarò perennemente scontenta finché non ci sarà un’altra persona a farlo, ma quello è un problema mio perché non mi piace come lavoro.
A livello di prodotto e di contenuto invece sono soddisfatta: i racconti sono di qualità, Matteo conosceva bene già gli autori; per le illustrazioni abbiamo sperimentato nuovi autori ed è andata bene.
È la prima volta che sono coinvolta in un processo editoriale, seppur indipendente e autoprodotto, e vedere lavorare con tanta passione e serietà è stato molto formativo.
Così per quanto la rivista sia mia di nome, il primo anno ho tentato di lavorare seguendo Matteo.

Gli originali della copertina del primo numero di Effemeridi, illustrazione di Andrea Musso, prova di stampa di Betterpress Lab.

A bottega da Scandolin.
F
 Esattamente. Per i prossimi numeri andiamo avanti con l’idea dell’Atlante degli anni Duemila, l’obiettivo è arrivare in pari con gli anni, che significa arrivare al 2024. (Effemeridi è una pubblicazione mensile, organizzata per temi quadrimestrali. Ogni quadrimestre si occupa di un anno, a partire dal 2001: per quattro mesi gli autori che si avvicendano parlano di un libro, un film, un concerto, un evento culturale che ha segnato in qualche modo le loro vite e che per loro è importante)
M Non bisogna mai dimenticare che chi fa le cose si stanca molto prima di chi ne fruisce, eh.
F Nella mia testa c’è l’idea di cambiare la grafica, cercare di rinnovare la rivista ogni anno, di fare qualcosa di diverso: chiamare nomi più noti e allo stesso tempo scovare qualcuno di emergente.

Quindi non c’è da parte vostra la volontà di rimanere alternativi al circuito dell’editoria istituzionale.

F Dipende cosa intendiamo con nomi noti: quali sono? Se lo chiedi a me non lo so, dovrei mettermi qui a pensare e chiedere «Matteo quali sono i nomi grossi?».
Potrei andare in viale Gorizia 22 dove abitava Vittorini, suonare e vedere chi mi apre la porta, al massimo.
Vorrei fare con Effemeridi la stessa cosa di inutile: andare avanti facendo semplicemente il nostro, se riusciamo a coinvolgere nomi più noti devono essere un valore aggiunto, non è tanto quello che ha fatto che ci interessa quanto quello che fa insieme a noi.
M Nel 2009 ho mandato una mail a Daniel Wallace perché avevo letto Big Fish e visto il film che ne hanno tratto,
mi erano piaciuti molto entrambi.
Così gli ho scritto: «Non possiamo pagare, ma se ti fa piacere vedere un tuo racconto tradotto in italiano, noi siamo qui».
Mi ha risposto subito dicendo di sì e dopo mezzora mi aveva spedito tre racconti e qualche illustrazione fatta da lui stesso sul momento.
Purtroppo anche questa cosa l’abbiamo pubblicizzata poco: i nomi grossi in inutile ci sono sempre stati, solamente già nel numero 2 abbiamo pubblicato un articolo di Luca Rastello, poi Max Collini nel 15, solo per fare due nomi. Non abbiamo sempre cercato solo gli esordienti.

Hai mai avuto voglia di lavorare nell’editoria o preferisci dividere la passione personale dalla questione professionale?

M Vorrei che inutile potesse mantenerci o comunque potesse pagare i contributi di chi ci scrive: stiamo lavorando in quella direzione, ma è un lavoro a lungo termine.
Per ora vorrei portare la rivista in giro, abbiamo già fatto diversi incontri per farla conoscere.

Federica tu vuoi lavorare coi libri.

F Io in realtà vorrei fare la bibliotecaria, poter avere a che fare con i libri senza la pressione di dimostrare qualcosa.
Con inutile ed Effemeridi sentiamo la pressione perché ce la autoimponiamo, ma io vorrei lavorare con i libri e non con le persone che lavorano con i libri.

Il numero 5 di Effemeridi illustrato da Little Points.

Come associazione inutile dove volete andare e cosa vi interesserebbe fare?

M Questa è un’ottima domanda e grazie per avercela posta, ma non so risponderti.
Nonostante ci metta piede il meno possibile, sono molto legato alle mie terre d’origine (Matteo è di Mestre – ndr) verso le quali in un certo senso sento una specie di debito di gratitudine.
Mi piacerebbe restituire qualcosa di quello che ho ricevuto, seppure non sia stato sempre bello: servirebbe però una continuità che per ora non mi posso permettere, abitando a Milano.

Quando fate inutile?

M
Tra le sei e mezza e le otto e mezza del mattino, poi durante le pause pranzo e caffè, dopo cena.
F La mattina quando sono in biblioteca leggo tutto quello che è arrivato, poi ci sentiamo una volta al mese tutti insieme.
Ricevo cinquanta notifiche al giorno sul cellulare che riguardano la rivista, ognuno di noi ci lavora quando ha un momento libero: a volte quel momento per caso è lo stesso per tutti, ma raramente.

Mi dite qualcosa di voi due, sul vostro rapporto?

F Io ricevo le idee che arrivano a flusso continuo da Matteo, e faccio di tutto per smontarle.
Quelle che non riesco a smontare restano, e quelle che riesco a smontare se ne vanno e poi tornano, così che io possa smontarle di nuovo.

Su cosa non andate d’accordo?

M Sui film francesi.
F Sui film francesi. E sulle bestemmie, perché io ho un passato cattolico, quando qualcuno bestemmia vedo la faccia di mia mamma contratta in segno di disapprovazione e mi sento in colpa per l’altra persona.
Ci sono un sacco di cose su cui andiamo d’accordo però. Apprezzo molto i suoi calembour ad esempio.

Tu Matteo da cosa riconosci una persona che pensi possa diventare una collaboratrice/un collaboratore di inutile?

M Dall’umiltà. Ci sono molti motivi per cui puoi fare una cosa culturale che non ha sbocchi come una rivista: una è perché sei un arrivista e l’altra è fare le cose perché ti piace farle; in lei ho riconosciuto la voglia di fare e soprattutto molta maturità rispetto all’età anagrafica.
Per le altre redattrici di inutileFrancesca, Gloria e Marianna – è valsa la stessa cosa: bravura assoluta, affidabilità, passione evidente.
Negli anni ho preso delle sbandate per dei collaboratori che poi non si sono rivelati all’altezza, ora ho imparato a far fare loro delle prove: se già si attivano è qualcosa.

Come hai capito che Federica era quella giusta?

M Dopo averla incontrata ho detto subito ad Aldo (Fresia, co-conduttore con Matteo e Federica del podcast di cinema Ricciotto – ndr): questa dobbiamo tenerla d’occhio, trovare dei soldi per pagarla e farla lavorare con noi.

Voi due lavorate insieme anche a Ricciotto, un podcast dedicato al cinema che vi piace: non avete mai pensato di estendere la cosa anche a inutile, fare un podcast letterario?

M Certo. A me piacerebbe fare un podcast che parli delle difficoltà di fare una rivista: registrare le nostre riunioni di redazione.
F Ma in redazione non siamo convinti di questa cosa: quando è arrivata l’idea ho fatto mille domande perché è difficile fare una cosa del genere senza essere del tutto autoreferenziali.

Se chiudete gli occhi un secondo e pensate al nome che vorreste maggiormente per la rivista, chi vi viene in mente.

F Vittorini, nessuna esitazione.
M Io invece sogno un racconto scritto da Katy Perry.
F Perché, scrive racconti?
M No, ma ho in bozza da mesi un mail dove le chiedo se avesse voglia di scriverne uno. E ho iniziato più di una volta la stessa cosa per Guccini, ma a mano.
F Seriamente: io vorrei fare un numero di poesia, invece.

Dimmi chi ti piace e ti dirò chi sei: è il vostro momento per fare la lista delle cose che vi rendono felici.

M
Giorgio Conte, Ivano Fossati, Il Gladiatore, i Blues Brothers, Mad Max Fury Road, Il grande Lebowski, Buffy l’Ammazzavampiri, Star Trek, Battlestar Galactica.
F Io sto scoprendo una certa passione per la cultura visuale: il mio film preferito è Videodrome di Cronenberg e non mi è mai stato chiaro il perché, ora che sto studiando per un esame di cultura visuale comincio a capire che questa preferenza è legata al modo in cui il linguaggio dell’immagine spiega tanto l’immagine quanto il contesto storico, ma qui chiudo perché parlare di questa cosa diverte solo me e il professore.
Mi piacciono le teorie dell’immagine, che in realtà si rifanno molto all’idea di poter visualizzare la storia che leggo durante  il racconto, la possibilità di immaginare di cui dicevo prima parlando dei racconti.
Fra le ultime cotte: Tim Key che è un poeta surrealista contemporaneo molto simile per certi versi a Daniil Charms.
E poi i Talking Heads, sempre, perché è il tipo di musica che mi fa venire voglia di vivere per sempre e ammazzarmi all’istante, quel limbo perfetto di estasi.

Matteo quando hai iniziato avevi un punto di riferimento, qualcuno o qualcosa a cui ti ispiravi?

M Quando abbiamo iniziato pensavamo di aver fatto la cosa più bella del mondo: poi abbiamo visto Eleanor Rigby (storica rivista letteraria di area lombarda, fra i suoi collaboratori maggiori Giorgio Fontana).
Erano meglio loro, nulla da fare.

L’orologio segna l’una: fra poche ore ho il treno di ritorno per Torino, Matteo ha la sveglia per l’ufficio e Federica è nel mezzo della più crudele delle sessioni d’esame, quella estiva.
Ci salutiamo.
Fuori, Milano è un grumo di asfalto e neon.
Ripenso a quella sera di febbraio fuori dalla libreria, ai cappotti e ai cappelli di lana, alle mani in tasca e al freddo dritto sulle caviglie.
«Vieni anche tu a mangiare con noi?»
Benedetta scarsa autodisciplina, per una volta

Immagine di copertina: This is a chord, this is another, this is a third. Now form a band, diagramma interno alla fanzine Sideburns (USA 1977).

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