I quattrocento colpi, Truffaut (articolo Di Pietro Blog)

Scuola: lo spazio del desiderio

SCUOLA, SOCIETÀ Lascia un commento

-di Maria Rosaria Chirulli-

Cosa leggono gli adolescenti a scuola? Di cosa scrivono? E come?
La scorsa settimana abbiamo riportato le riflessioni del professor Maragliano, docente di Tecnologie dell’Istruzione e dell’Apprendimento presso l’Università Roma Tre, che sostiene l’importanza di insegnare generi di scrittura che hanno diritto di esistenza anche fuori dalla scuola, che abbiano caratteristiche funzionali, pragmatiche e sociali. Ostinarsi nella scuola italiana a far scrivere il “tema”, un genere che vive solo dentro la scuola e inteso come esercizio di originalità individuale, non servirà a migliorare le capacità di scrittura degli studenti.

Diversi i risultati quando gli obiettivi sono chiari, i modelli praticabili, gli intenti condivisi.

Questi pensieri introducono il racconto dell’esperienza didattica che ha portato tre classi dell’IISS “Leonardo da Vinci” – settore Professionale indirizzo Comunicazione Pubblicitaria di Martina Franca – alla realizzazione dell’ebook dal titolo Cosa si prova? Te lo racconto nato dalla lettura del libro di Alessandra Di Pietro, Il gioco della bottiglia. Alcol e adolescenti, quello che non sappiamo.

Oggi proponiamo il racconto del percorso con le parole di Maria Rosaria Chirulli, responsabile del progetto.

«Le riflessioni, i commenti, i racconti, le locandine pubblicitarie che compongono questa raccolta che ora vede la luce, sono rimaste in una cartella del mio computer per quasi un anno: materia viva di un’esperienza molto intensa, vissuta con ragazze e ragazzi di tre classi dell’IISS “Leonardo da Vinci”.
Come spesso accade quando si vivono esperienze molto coinvolgenti, talora spiazzanti, il fattore tempo è decisivo perché la reazione emotiva si stemperi per dar luogo a riflessioni razionali, che permettano un’analisi più oggettiva di quanto si è vissuto, individuandone gli aspetti e i passaggi-chiave che l’hanno reso significativo non solo sul piano della ricaduta in termini di competenze, interessi e conoscenze, ma anche, e soprattutto, sul piano delle strategie cognitive e delle dinamiche relazionali poste in essere durante quel preciso percorso di apprendimento. […] Questo intervento introduttivo vuol essere il racconto di quanto è accaduto e delle risposte, positivamente imprevedibili, che ragazze e ragazzi hanno dato alla proposta di trasformare la lettura condivisa di un testo in forma cartacea, il saggio di Alessandra Di Pietro Il gioco della bottiglia, nella produzione di un ulteriore testo, questa volta però in formato digitale, che avesse come tema il rapporto fra adolescenti e alcol.
Risposte decisamente positive, in termini di ricaduta cognitiva e formativa, che avvalorano la tesi secondo cui il processo di apprendimento non sempre segue strade segnate, formali, ma si configura come un’avventura esplorativa lungo sentieri non noti, in cui la decisione intuitiva, il disordine, l’errore, la soluzione “trovata per caso”, conducono alla meta. […] Sono venuta a conoscenza del libro Il gioco della bottiglia grazie a Facebook, che utilizzo con sistematicità e considero un utile strumento informativo e di confronto.
Il mio interesse si è acceso come madre, certamente, ma soprattutto come insegnante di un istituto frequentato da adolescenti che non hanno mai nascosto la loro confidenza, chiamiamola così, con l’alcol. Ho letto il saggio con attenzione e voracità al tempo stesso.
Sono una lettrice convinta dello straordinario potere trasformativo della lettura, sia quando essa offre dati, informazioni utili per l’inesauribile processo della conoscenza e, quindi, della consapevolezza, sia quando, come accade con le ombre di una lanterna magica, permette di immaginare altri mondi ed altre vite.
Il libro di Alessandra Di Pietro rientra nella prima categoria.
L’autrice non è una moralizzatrice. È una donna, una madre, una giornalista lucida che dialoga, si confronta, vuole capire e far capire la complessità di un fenomeno attraverso una dettagliatissima analisi e il confronto fra più voci. Con Il gioco della bottiglia ha reso una lettura obiettiva dei dati sull’alcolismo fra i giovani, un fenomeno che (stando alle cifre riportate nel testo) sta calando, sebbene di strada ne resti da percorrere e sebbene il percepito sia il contrario, cioè che gli adolescenti dei giorni nostri bevano molto più rispetto al passato.
In realtà così non è.
A lettura finita “Ecco – mi sono detta – questo libro offre a insegnanti, genitori, studenti, quella spinta per capire senza giudicare e liberarsi dagli stereotipi.”
In particolare c’è stato un passaggio che mi ha colpito: “Sono sempre i ragazzi a offrire gli strumenti migliori della prevenzione. Con molta lucidità, constatano che se un coetaneo esagera, smette se a dirglielo sono i suoi pari e non i suoi genitori (l’educazione peer-to-peer). Senza esonerare gli adulti… Dunque è importante che circolino informazioni sul bere (possibilmente non terroristiche) ma con la consapevolezza che l’informazione da sola non previene le sperimentazioni e gli eccessi.”
Intrecciando la mia riflessione e le parole di Alessandra di Pietro ho deciso che avrei fatto del suo saggio un uso didattico, costruendo intorno ad esso un percorso che, partendo dalla lettura dapprima individuale e poi collettiva all’interno delle classi, sollecitasse l’ascolto reciproco e il dialogo con il testo, per concludersi con la scrittura.
“Prof. questo sì che è un libro vero!” è stata l’esclamazione a caldo di Valentina, una quindicenne alla quale avevo passato la mia copia del libro, in attesa che  arrivassero le altre copie ordinate per avviare e portare a termine il mio progetto. “Perché dici questo?” le ho chiesto. “Perché è proprio così, prof. Qui dentro ci siamo noi. Io mi sono ritrovata perfettamente.” L’entusiasmo di Valentina ha rafforzato il mio proposito didattico, offrendo nuovi spunti: non solo avrei fatto leggere in tutte le mie classi Il gioco della bottiglia, ma dopo il confronto avrei ideato un percorso di scrittura. Detto in parole semplici avrei predisposto una traccia per un compito in classe.
Così è stato e questa la traccia assegnata: “Dopo aver letto il saggio Il gioco della bottiglia di Alessandra Di Pietro, cimentati nella produzione di un tuo testo che affronti il tema ‘adolescenti e alcol’. Puoi scegliere la forma che ti è più congeniale: dall’intervista, al saggio breve; dal racconto verosimile all’autobiografia.
Utilizza un registro espressivo diretto ed efficace. Ipotizzando che il tuo contributo possa dar vita al sequel de Il gioco della bottiglia, fai in modo che le tue riflessioni siano sincere e originali, per arricchire di nuovi spunti il saggio e offrirne di ulteriori al dibattito sul tema in oggetto.”
La risposta è stata sorprendente: tutti hanno accolto con spirito costruttivo la produzione che li avrebbe impegnati, hanno scritto, raccontandosi senza veli e censure, perché avevano compreso che nessuna delle loro riflessioni sarebbe stata giudicata moralisticamente.
Leggere e scrivere a scuola, oltre a essere attività complesse legate allo sviluppo di capacità linguistiche ed espressive, sono un modo per leggersi dentro, per scoprire l’inatteso piacere che nasce nel momento in cui si riesce a intuire la tessitura dei testi, a penetrarvi con curiosità e sensibilità.
Per leggere/scrivere bene è necessario che ci sia la volontà di scoprire e di sorprendersi delle proprie scoperte, la disponibilità ad ascoltarsi, la pazienza dell’atto di leggere/scrivere, l’umiltà di ammettere i propri errori.
[…] Insegnando in un istituto professionale, dove la pratica didattica prevalente predilige l’approccio laboratoriale dell’imparare facendo, e avendo scelto di dare al percorso un taglio interdisciplinare coerente con l’indirizzo di studi seguito dalle classi interessate al progetto (“Comunicazione Pubblicitaria”), ho coinvolto la collega di Grafica Pubblicitaria, Stefania Pellegrini, che ha proposto di ideare e far realizzare una vera e propria campagna pubblicitaria di prevenzione all’abuso di alcol tra gli adolescenti.
E’ stata così creata una serie di locandine a tema, sempre ispirate al Il gioco della bottiglia, che nel loro insieme formavano un ulteriore e interessante tassello utile non solo per riflettere sulla tematica, ma soprattutto sull’immaginario visivo a cui ragazze e ragazze hanno attinto per le loro creazioni grafiche.
Insomma, in due mesi, l’idea iniziale (far leggere e scrivere) stava espandendosi imprevedibilmente.
La meta che ai primi di novembre mi ero proposta di raggiungere, a metà dicembre aveva aperto altri sentieri da esplorare.
[…] In tutte e tre le classi la motivazione ad andare avanti era alta. “Che dite, con tutti i vostri lavori facciamo un libro? Magari un ebook?” All’unanimità la risposta è stata affermativa.
Al rientro dalle vacanze natalizie tutte le produzioni, sia scritte che grafiche, dalla carta sono passate al digitale. Le abbiamo proiettate tra noi sulla LIM. Le abbiamo condivise, discusse, modificate. I testi proiettati sullo schermo e letti in modo collettivo, socializzati, diventavano terreno di confronto, sollecitavano nuovi interessi, producevano nuovi apprendimenti, in un clima caratterizzato da spirito ludico, con dinamiche informali ma non per questo meno efficaci. Anzi. Spesso erano proprio le ragazze e i ragazzi che suggerivano i correttivi, gli aggiustamenti.
È proprio vero: insieme si apprende meglio; lo spirito collaborativo è nelle corde degli adolescenti, per i quali la competizione rientra in un gioco che è quasi sempre di gruppo, di squadra, e non del singolo.
“E allora, lo facciamo questo ebook? Lo autoproduciamo? Sapete – dico loro – c’è una piattaforma di selfpublishing, si chiama Streetlib , vogliamo provarci?” “Prof. ma noi vogliamo il libro di carta”, commenta qualcuno. “Non è incompatibile – preciso – chi vorrà la forma cartacea potrà farne richiesta e la otterrà. Intanto cerchiamo di capire cos’è Streetlib.”
[…].
Le tre classi (una seconda, una quarta e una quinta) si riuniscono, discutono.
Dopo il confronto viene fuori il titolo Cosa si prova? Te lo racconto. Si lavora sulla bozza della copertina, si impagina, si cura la grafica e si monta un breve video.
Nel corso delle varie attività emergono, in modo del tutto spontaneo, le attitudini dei singoli.
Insomma ciascuno apporta il proprio contributo, corregge, integra i testi prodotti.
C’è chi fa outing. Come Marco: “Prof. voglio riscrivere il testo. Avevo preso da Internet. Non va bene in una pubblicazione.” “Potresti aggiungere le fonti e commentare”, gli suggerisco. “No, preferisco riscriverlo.”
Gli studenti non sono superficiali e disimpegnati come spesso li si fa apparire. Marco, autonomamente, si era reso conto che il compito che la scuola gli aveva assegnato era cosa seria, non un teatrino fine a se stesso: ci sarebbe stata la pubblicazione che è atto di responsabilità, onestà e consapevolezza. E Marco ha dimostrato responsabilità, onestà, consapevolezza senza aver bisogno che qualcun altro glielo facesse notare. Vedendo il progetto prender corpo, che non si trattava del solito aleatorio – immateriale, mi verrebbe da dire – “compito in classe”, il cui esito (positivo o negativo che sia) non cambia la vita più di tanto, ma di un’esperienza concreta, palpabile, un “fare” che non sarebbe stato sconfinato nei polverosi archivi della scuola, ma attraverso la Rete sarebbe entrato nel mondo vivo, ebbene Marco, vedendo tutto questo, come la maggioranza degli adolescenti che danno anima e corpo alla causa che ritengono giusta, ha smesso di bluffare.
Intanto il tempo passa. Siamo a fine febbraio e nuove idee germogliano.
Propongo un incontro con l’autrice de Il gioco della bottiglia Alessandra Di Pietro e con Roberto Maragliano, docente di Tecnologie dell’istruzione e dell’apprendimento presso l’Università Roma 3. Una condizione: che fossero loro a organizzare l’evento che si sarebbe svolto a scuola, prevedendo la presenza dei genitori e di rappresentanti delle istituzioni locali.
L’incontro non solo avrebbe permesso a ragazze e ragazzi di dialogare con l’autrice del libro che avevano letto e commentato, ma anche di presentare l’anteprima dell’ebook (leggendo le loro produzioni e illustrando le locandine pubblicitarie), testarne l’efficacia, raccontare passo passo l’esperienza, avendo come interlocutore un esperto di didattica e comunicazione digitale, oltre che pedagogista.
Impegnativa come proposta? Direi proprio di sì. Tanto altro lavoro andava fatto e i tempi erano abbastanza stretti. Gli studenti avrebbero accolto la proposta o si sarebbero tirati indietro? Delle due la prima.
Sorpresi? In appendice i documenti fotografici testimoniano l’esperienza.
Le ragazze e i ragazzi sono temerari, amano lanciarsi in imprese rischiose, un po’ come con i tuffi: più sono difficili più attraggono.
Fondamentale è crederci, avere un motivo per farlo e attribuire valore a ciò che si fa.
Un’unica richiesta è venuta da loro: garantire l’anonimato ai testi o usare uno pseudonimo.
Richiesta comprensibile: l’autenticità del testo entrava in conflitto con il rischio di essere giudicati dagli adulti, soprattutto.
L’intensità di lavoro a cui i ragazzi si sono sottoposti ha rafforzato la mia convinzione che la scuola del fare è sempre vincente, che non bisogna temere l’incertezza, l’inciampo lungo i sentieri di un agire scolastico di tipo informale: inciampare è inevitabile nella vita, perché non dovrebbe esserlo nella scuola? Ciò che si esplora per la prima volta porta sempre con sé una dose alta d’imprevedibilità ma alimenta la curiosità, vero carburante dell’apprendimento e ingrediente indispensabile per essere vivi. Cos’altro chiediamo a ragazze e ragazzi se non questo?
E in fondo anche per noi insegnanti vale la stessa regola. Siamo forse degli alieni?
“La scuola, unitamente alla famiglia, dovrebbe essere il filo di rame che trasmette la scossa” – ha scritto Antonella Ciliento (Asino chi legge, Guanda 2010): spazio e occasione per esperienze che sollecitino il desiderio, non camicia di forza che immobilizza. Ed è sul desiderio che si gioca oggi la sfida della scuola.
Per l’incontro con Di Pietro e Maragliano le attività da svolgersi sono tante e richiedono capacità organizzative e tecniche, intraprendenza, assunzione di responsabilità, equa distribuzione dei ruoli.
L’ideazione e realizzazione della locandina e degli inviti, la stesura dei comunicati stampa, la costruzione della scaletta degli interventi, la selezione dei testi da leggere e la modalità di presentazione della campagna pubblicitaria sul consumo consapevole di alcol impegnano le tre classi in un continuo confronto che intreccia sia i contenuti da comunicare che le modalità attraverso le quali rendere più efficace la comunicazione.

Un esempio dei lavori dei ragazzi dell’IISS “Leonardo da Vinci” di Martina Franca contenuti nell’ebook “Cosa si prova? Te lo racconto”.

Diventa centrale l’utilizzo del laboratorio e della Rete.
Pc, smartphone, Lim, e-mail sono i mezzi con i quali operare e interagire per assemblare e condividere le immagini, i video e i testi da presentare all’incontro.
La pubblicizzazione dell’evento viene realizzata anche su Facebook e Whatsapp è il mezzo di comunicazione più veloce per passarsi indicazioni e informazioni utili.
Analogico e digitale, reale e virtuale, online e offline si intrecciano senza soluzione di continuità.
Siamo in tre a coordinare il tutto: io, Stefania Pellegrini e Sabrina Geronimo, che segue i bisogni dei ragazzi diversamente abili e mi affianca nella rilettura di tutti i testi e nell’editing.
L’incontro stabilito si svolge in un clima sereno e spontaneo.
La collaborazione è l’aspetto che colpisce, unitamente alla gioia di vedere realizzato un progetto che è costato tanta fatica e tanto impegno. Da parte di tutti: insegnanti e alunni.
Ai lettori dell’ebook chiediamo quello che è l’intento formativo di tutto il percorso: sospendere il giudizio e comprendere le dinamiche psicologiche e affettive che trasformano il consumo dell’alcol in un problema, creando dipendenza. Se saremo riusciti a creare consapevolezza senza scandalizzare o demonizzare taluni comportamenti, avremo compiuto il primo passo necessario ad accompagnare i nostri giovani nel cammino della crescita responsabile, a “leggere” con le lenti giuste ciò che si agita nella mente degli adolescenti per  “scrivere” insieme nuove pagine di vita.»

Immagine di copertina: frame tratto da Les Quatre Cents Coups di François Truffaut (Francia,1959) .

 

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