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Tipografia. Scendete voi?

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– di Stefano Delprete

I momenti belli, lavorando con i libri, sono molti, non così tanti come pensa chi, magari durante una cena, dopo aver chiesto «che lavoro fai?» e dopo aver sentito la risposta «lavoro in una casa editrice», termina con «che cosa meravigliosa stai tutto il giorno tra i libri e gli autori, che invidia, fai il lavoro più bello del mondo».

Ecco, sì, ma anche un po’ meno, mi viene da dire…

Però, è innegabile, quello editoriale rimane uno dei lavori più belli, bello nel senso di coinvolgente e sempre diverso, fatto di molti aspetti che vanno dal leggere allo spostare scatoloni, dal parlare con i librai al fare lo standista, dal dialogare con un grafico al lavorare su fogli Excel senza saper usare il programma.

Ma tra i tanti i momenti piacevoli di questo lavoro, ne voglio isolare uno, uno che arriva prima che il libro sia in libreria, ma quando ormai non si può fare più nulla per renderlo migliore, un momento sospeso tra la speranza di avere in mano un s­uccesso editoriale e il suo reale confronto con il mercato. Siamo in un non luogo in cui si aspetta che le cose si mettano in moto, ma con la macchina produttiva ormai ferma.

Circa una quindicina di giorni prima dell’uscita del libro «nelle migliori librerie italiane», il corriere citofona in via Buozzi 10 e strilla «Tipografia. Dieci colli. Scendete voi?». Quel momento lo si aspetta tutti; nei giorni precedenti almeno due o tre mail sono girate tra il tipografo e l’editore per chiedere «quando consegnate?» e quindi si è pronti allo squillo del citofono, lo si attende quasi guardando l’orologio. Ognuno in casa editrice ha i propri stati d’animo in quel momento, ma ogni volta che arriva un libro fresco di stampa per me la sensazione è la stessa e potrei definirla come «disincantato entusiasmo». In quei minuti in cui si scendono le scale (a piedi), si prendono le scatole dal furgoncino e salendo (in ascensore), si aprono per vedere «come è venuto», sembra davvero di scorgere la fine di un percorso iniziato chissà quanto tempo prima con un’intuizione, una lettura, uno scambio estemporaneo di mail con un autore, una chiacchierata con un amico, una segnalazione di un agente… Da quel momento in cui il libro è stato concepito all’istante in cui, in ascensore, lo si incontra davvero è successo spesso di tutto e tutto ti viene in mente aprendo gli scatoloni: confronti serrati con l’autore, qualche bisticcio, due o tre serate di rabbia assoluta, risate, grandi speranze, proclami di vendite, euforie, delusioni per il numero copie prenotate, scontro con il grafico, riappacificazione con il grafico, stima infinita per il grafico e via discorrendo. Poi, arriva l’ascensore e tutto sembra scomparire.

Può sembrare strano, ma la sensazione che si prova all’apertura degli scatoloni non cambia da libro a libro, tende a essere la stessa per ogni volume. Anche in questo caso, ognuno in casa editrice reagisce a modo suo: c’è chi è sempre un po’ deluso dal risultato finale anche si trovasse di fronte alla copertina più bella del mondo, chi nota le imperfezioni della colla sul dorso, chi si innamora a prima vista (e per sempre) del libro che tiene in mano… in ogni caso in quel momento si ha la sensazione che qualcosa sia sfumato per sempre: finisce la speranza di aver fatto un buon lavoro e comincia qualcosa che, per certi versi, non ha più a che fare con te che hai sudato su quell’ammasso iniziale di parole in word per dargli una dignitosa forma di brossura con alette, non ha più a che fare con i buoni propositi e con la tua professionalità, ma viene affidato ad altri che, credi, se ne prenderanno cura almeno come hai fatto tu fino a quel momento. Ora tocca ai promotori, alla comunicazione, all’ufficio stampa, ai librai, ai giornalisti, ai lettori, ai magazzinieri, anche un po’ a te, è vero, ma non più solo a te. Di questo ne sei un po’ sollevato e un po’ triste allo stesso tempo.

C’è però un altro istante che completa quello dell’incontro con il libro; è bello allo stesso modo e per certi versi ancora più emozionante perché in quel frangente chi lavora in casa editrice è un po’ il cerimoniere di questo passaggio. Voi avete mai visto la faccia di un autore, magari esordiente, che tiene per la prima volta il suo libro tra le mani? No? Peccato perché, ve lo garantisco, può valerne la pena.

– Continua

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