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Reportage #3 – Le proteste alle Olimpiadi dei popoli indigeni

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– di Alfredo Spalla – dai Jogos Mundiais dos Povos Indigenas, Brasile

Terzo appuntamento con i reportage di Alfredo Spalla dai primi Giochi olimpici delle popolazioni indigene che si stanno svolgendo a Palmas, in Brasile.


Tutto comincia con Merongueg. Un indigeno atipico: corpulento, irascibile, ma dallo spirito guerriero. È lui il primo con cui riesco a parlare delle proteste dei Giochi Mondiali Indigeni. Lo incontro per caso in uno stand di artigianato, ma solo dopo capirò che quello delle proteste e delle rivendicazioni è uno dei fili conduttori delle manifestazioni di Palmas.

L’evento di Tocantins, infatti, pur avendo riunito popoli brasiliani e stranieri, non è gradito a tutti gli indigeni. Alcuni approfittano della visibilità per farsi sentire dal governo, altri decidono di boicottarlo. I rappresentanti dei krahô e degli apinajé, due etnie presenti nel Paese, hanno deciso di non partecipare ai Giochi in segno di protesta contro il governo e il congresso nazionale. I guarani-kaiowá – coinvolti in una sanguinosa guerra contro i fazendeiros del Mato Grosso do Sul – sono divisi: una delegazione è presente a Palmas, mentre la maggior parte dei leader ha apertamente criticato l’evento. Ma perché quest’acredine fra governo e popolazioni indigene? In tanti credono che le Olimpiadi siano solo un’operazione di marketing, uno “zuccherino” per fare passare la riforma costituzionale PEC 215. Si tratta di una riforma, ancora ferma alla Camera, che ridiscute i principi di demarcazione delle riserve indigene. Attualmente è l’esecutivo ad avere libertà assoluta sull’argomento, logicamente dopo aver consultato i propri organi competenti. Se la riforma dovesse passare, alcune decisioni sarebbero prese dal legislativo, ovvero dal Congresso. Il timore, fondato, degli indigeni è di finire nelle mani dei politici di Brasilia, che condividono numerosi interessi con gli imprenditori agricoli, i costruttori e le industrie minerarie. A ciò si aggiunge la possibilità di indennizzare, indistintamente, i proprietari dei terreni situati nelle riserve indigene. La questione è complessa per tutti: governo, congresso, indigeni. E soprattutto per Merongueg. Lui appartiene alla tribù xavante, tartassata fin dai primi contatti con l’uomo bianco, A Palmas, però, Merongueg è apparentemente venuto per vendere il suo artigianato.

Mentre passeggio all’interno del mercato, noto lo stand del popolo xavante. Non c’è nessuno, solo una scritta con la terra rossa: «Chiuso! Massacro: il nostro sangue non è in vendita». Un messaggio che stride con i turisti che sorridono e comprano souvenir. Mi fermo incuriosito; chiedo chi sia il proprietario. Nessuno sa nulla, pare sia sparito. Dopo mezz’ora arriva un inserviente per rimuovere la scritta dalle pareti, ma, a lavoro quasi completato, si materializza come un tornado Merongueg: «Cosa stai facendo? Non puoi pulire! Qui è chiuso per lutto». Una ragazza dell’organizzazione tenta di mediare, di non fargli alzare la voce, ma lui non ci sta. E mi racconta tutto: «Sono stati spesi tanti soldi per questa pagliacciata. Ci sono indigeni accampati in tutto il Brasile e il governo dice di non avere i fondi per risolvere il problema. Qui tutto si fa con i soldi, anche questa farsa dei Giochi! Io vendo artigianato, ma con ciò che guadagno non riesco a pagare i coloni affinché liberino le nostre terre. Non è sufficiente». Una serie di difficoltà materiali e immateriali, che intaccano le sue tradizioni: «Nel posto in cui vivo mancano acqua e legna, i miei figli non sanno cosa significa farsi il bagno al fiume. E respiriamo i pesticidi delle colture». Merongueg è una sorta di auriga, riesce a conciliare emotività e intelletto. Possiede un libro, in spagnolo, molto interessante sulle rivendicazioni indigene; glielo chiedo in prestito per farne qualche fotocopia. Non si fida, ma poi cede. Dopo un’oretta torno per restituirglielo, ma è sparito di nuovo. «È andato a registrare un’intervista alla “Capanna della saggezza”, lo spazio per dibattiti e congressi». L’ho appena conosciuto, ma non mi sembra il tipo da concedere una semplice intervista. Infatti, dieci minuti dopo, lo vedo invadere l’Arena durante la programmazione dei giochi. Mostra alcuni cartelli contro la PEC 215. A protestare sono solo in quattro, ed è un fuoco di paglia che si esaurisce in 5 minuti.

Il giorno successivo rilanciano, boicottando un dibattito cui stanno partecipando alcuni atleti professionisti brasiliani. Questa volta ci sono almeno una ventina di persone a manifestare. Merongueg chiede il microfono, ma glielo silenziano. Urla, si arrabbia e grida: «Volete zittirmi? Allora ammazzatemi!». Il clima di protesta è in ascesa, ma nessuno conosce quali saranno i prossimi passi di chi vuole far sentire il proprio dissenso. La giornata successiva scorre tranquilla, sono circa le 19.00 e manca solo l’ultima batteria dei 100 metri maschili. All’improvviso, però, circa 200 indigeni occupano l’Arena Verde. Vogliono essere ascoltati anche dal grande pubblico, che però non gradisce l’interruzione. Il dubbio non mi sfiora nemmeno, so che Merongueg c’è. E infatti è fra i leader, o almeno fra quelli che salgono sul palco per chiedere il microfono. L’organizzazione fa resistenza, finché non trova un compromesso: parlerà solo una donna in nome di tutti. Scelta sbagliata, perché la giovane Narubia Werreria è la più accanita dei presenti: «Oggi tocca ai popoli indigeni, ma chissà che domani non sia il vostro turno», grida in direzione del pubblico. Il dettaglio nascosto è che Narubia, che si sente parte dell’etnia karajá, è in realtà un’impiegata pubblica. Il giorno dopo scoprirò che nel governo del Tocantins ne hanno abbastanza del suo attivismo e sono già pronti a mettere un freno alle sue mire politiche. Fra i manifestanti c’è grande solidarietà, e la conferma è la presenza di etnie di tutto il mondo: «Meritiamo rispetto, in Argentina stiamo soffrendo una situazione simile», spiega Tini Karaì, dell’etnia mbya guaranì. «I pesticidi uccidono, siamo perseguitati dagli agricoltori. Non conosco bene le rivendicazioni brasiliane, ma siamo fratelli. Abbiamo gli stessi problemi».

Fra i leader c’è anche Sepe Ragati, un kuikuro: «Sono scomparse già troppe popolazioni indigene. Il turismo avanza; i pescatori ci rubano il pesce nelle riserve; i fazenderos distruggono la foresta per piantare soia; i pesticidi avvelenano le nostre acque e una grande infrastruttura passerà a 10 chilometri dal nostro villaggio. Non so nemmeno se esiste ancora la possibilità di tornare indietro, ma andremo a Brasilia per farci sentire». Io riesco a pensare solo a Merongueg, che aveva cominciato tutto da solo. So che a Brasilia ci sarà anche lui, con tutta la sue forza e la sua determinazione.

… continua

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