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Reportage #2 – Olimpiadi dei popoli indigeni

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– di Alfredo Spalla – dai Jogos Mundiais dos Povos Indigenas, Brasile

Continua, in esclusiva per il nostro blog, il reportage di Alfredo Spalla dai primi Giochi olimpici delle popolazioni indigene che si stanno svolgendo a Palmas, in Brasile.


Fra arco, frecce e lance, c’è anche chi sta riscoprendo la propria identità grazie alle Olimpiadi indigene. Poter mostrare la propria cultura al Mondo non è un’opportunità frequente per le popolazioni native. Per essere indigeno, però, non serve avere costumi tradizionali, la faccia dipinta e i tratti riconoscibili. È ciò che ci insegna Gustavo Fernandez. Gustavo ha lineamenti europei, una maglietta celeste, pantaloncini neri e una cocar (il tipico copricapo) con poche piume. Viene dall’Uruguay. Nel tiro della lancia (che differisce dal giavellotto soprattutto per i materiali utilizzati) non è un fenomeno. Anzi, è tra gli ultimi. Però per lui e la sua associazione è importante essere presenti a questo appuntamento: «Abbiamo iniziato il nostro percorso tanti anni fa, partecipando alle riunioni spirituali di alcuni popoli indigeni dell’America Centrale», racconta. Lui, come tanti altri, era alla ricerca delle proprie radici charrúa, il popolo originario dell’Uruguay, con stanziamenti anche nel Rio Grande do Sul in Brasile e in Argentina.

Il 1831, però, ne segnò la fine. Alcuni la chiamano «la battaglia» di Salsipuedes, altri il «massacro». Per Gustavo il termine «genocidio» è più appropriato: «La cultura indigena è stata distrutta. Adesso stiamo cercando di ricomporne i pezzi attraverso il linguaggio, i vestiti, le danze, le canzoni, gli sciamani». Poi, un giorno come un altro, in una di queste riunioni, qualcuno li illumina: «Dovete smetterla di vedervi come bianchi, tirate fuori il vostro lato indigeno! La terra che calpestate è charrúa, voi siete charrúa!». A quel punto Gustavo abbandona le riunioni degli altri popoli indigeni e crea il proprio gruppo: il Clan Chonik. «Mio padre mi raccontava spesso del giorno in cui incontrò la sua nonna indigena. Parlava di questa persona anziana, quasi cieca, che viveva in un luogo isolato. Questa è una situazione che condivido con molti uruguaiani. Il problema è che molti discendenti charrúa sono della periferia, non hanno soldi né consapevolezza delle proprie origini». Una pausa per bere e tirare la lancia il più lontano possibile. Prestazione rivedibile, ma a Gustavo non importa: «Siamo qui per avere visibilità, per poter discutere con le altre delegazioni. In Uruguay si parla tanto della garra charrúa. Nella nazionale di calcio ci sono tanti discendenti dei nativi, basterebbe che riconoscessero le loro origini con orgoglio».

Alla fine, Gustavo vuole dimostrare la propria solidarietà a un gruppo di indigeni che sta protestando contro il governo brasiliano. Non vogliono la PEC215, una misura che limiterebbe l’autonomia nella definizione delle riserve. La causa è sentita in tutta l’Arena dos Jogos. E durante l’invasione di campo piovono solo applausi per i manifestanti. Anche Bismarck è d’accordo con le rivendicazioni di questi gruppi. È dell’etnia Tapirapé, e il suo vero nome è Xay, che in tupi-guaraní significa «Luna». È stato un colombiano a ribattezzarlo Bismarck. «Son qui per disputare arco e freccia, non per giocare a calcio. Dobbiamo far vedere i nostri sport, non imitare quelli degli altri. La nostra competizione non è fatta per ottenere qualcosa di materiale, ma per venire riconosciuti come i guerrieri più forti». Secondo le ultime stime, i Tapirapé sono solo 655 e vivono fra le regioni di Mato Grosso e Tocantins. La popolazione è sensibilmente diminuita dopo i contatti con i missionari e le aziende produttrici di lattice. Gli attacchi dei Kayapó, un altro gruppo indigeno, non hanno facilitato la sopravvivenza dei parenti di Xay. Oggi, secondo lui, la popolazione Tapirapé è tornata a crescere: «Siamo divisi in sette villaggi, ma soffriamo costantemente attacchi dei produttori di legno e di minerali. Ammazzano animali e indios, senza distinzione. Dicono che non esistiamo, però noi siamo qui per dimostrarlo. Salvaguardiamo l’alimentazione, la cultura e lo sport. E invece ci discriminano, ci ridicolizzano per come siamo vestiti, dicono che mangiamo le persone. Ma per piacere…». Per la gara di tiro con l’arco, Xay ha un segreto: caccia ogni giorno, non lo fa per divertimento. «Io stesso produco le mie lance. Lo faccio quotidianamente, perché poi le perdo nella foresta. L’arco lo costruisco con il legno della palma, mentre sulla punta della freccia metto l’osso di un macaco affilato o la coda di una razza, il pesce. Perforano qualsiasi cosa. Di solito caccio macachi e queixada (un suino selvatico)».

Per andare “in guerra”, però, servono gli accorgimenti e la benedizione del Pajé, lo sciamano. Si fa chiamare Ivo, e si esprime ai minimi esistenti del tono di voce: «I guerrieri sono divisi in due clan. Devono allenarsi costantemente per poter raccogliere la sfida in qualsiasi momento. Buco la loro pelle con i denti del pesce Cachorra, elimino il sangue cattivo e passo un farmaco a base di cobra Sucurí o di pesce elettrico». Dopo questo rituale, Xay e i suoi compagni possono contare sulla protezione dello sciamano, che invoca gli spiriti favorevoli e allontana quelli maligni.

Pati e Pitawa, invece, sono due giovani dell’etnia Pataxó. Vivono in un villaggio vicino a Porto Seguro, nella regione di Bahia. «Non lontano dal ritiro della Germania al Mondiale», spiegano divertiti. Loro non sono old school; amano il calcio e pensano che sia utile anche per gli indigeni: «È uno sport universale, perché non dovremmo praticarlo anche noi? Aiuta tanti indigeni a stare lontani dalle droghe e dall’alcol, tentazioni dell’uomo bianco. Aumenta l’autostima e ci permette di divertirci nel fine settimana. Non è che se indossiamo un paio di Nike smettiamo di essere indios o tradiamo la nostra cultura. Ci piace il calcio, usiamo qualche capo firmato, ma non per questo stiamo perdendo le nostre tradizioni».

… continua

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