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Raccontare l’economia, si può.

ARTI, SOCIETÀ Lascia un commento

– di Enea Brigatti-

«Pronto?».
A rispondere è una voce inaspettatamente raggiante per essere le nove del mattino, di un uomo che si direbbe adulto, con una flessione rassicurante, priva di ostilità.
Il primo ostacolo è superato: non ho mai avuto la confidenza necessaria con la pratica comune della telefonata, temo sempre di disturbare, non riesco a fare le pause al momento giusto, parlo quando parla l’interlocutore e taccio quando chi si trova dall’altra parte del filo tace.
Ma oggi è diverso, voglio sapere qualcosa di più riguardo Raccontare l’altraeconomia, una mostra di pubblicazioni realizzate dagli studenti del corso di Visual Design del Master in Human-Computer Interaction della Facoltà di Scienze Cognitive dell’Università degli Studi di Trento.
Ad attrarmi nel manifesto della mostra è stato il titolo, accompagnato dall’illustrazione di un iceberg minimale ma d’impatto (scoprirò in seguito che quell’iceberg ha radici lontane, e che rappresenta molto di più rispetto a una semplice illustrazione).


In casa editrice sono le settimane di preparazione all’uscita di La ricchezza nascosta delle nazioni, il saggio di Gabriel Zucman – classe 1986, assistente all’Università di Berkeley – che secondo il parere di Thomas Piketty, uno dei più affermati esperti internazionali di economia, «ha scritto il miglior libro sui paradisi fiscali e su quello che si può fare per contrastarli».
Un libro agile, che punta dritto al cuore della questione, che riesce a coinvolgere il lettore meno esperto come quello più preparato: dalla sua ha un’estrema capacità di sintesi, un linguaggio che non affonda nel tecnicismo e un approccio alla problematica (con relativa proposta di soluzione) che non lascia spazio a equivoci.
La mia impressione è che Zucman e gli studenti di cui si parla nella locandina della mostra combattano la stessa battaglia: far emergere il concetto di economia dal cono d’ombra che occupa nell’immaginario collettivo, per poterne parlare in maniera accessibile, inclusiva, sensibilizzando le persone nei confronti di tematiche sociali il cui meccanismo per essere compreso passa obbligatoriamente da un’analisi economica.
Sul web le informazioni sono concise ma accurate: Raccontare l’altraeconomia è un’iniziativa a cura di Brave New Alps, una coppia di ricercatori universitari che produce progetti di design che coinvolgono le persone nel discutere e ripensare temi sociali, politici e ambientali.
In basso a destra, sulla locandina, ci sono due numeri di telefono da contattare in caso si volesse visitare la mostra: bando alla timidezza, Rovereto dista trecentotrentanove chilometri da Torino, la mia possibilità di poter vedere i lavori dal vivo è pari allo zero per cento e mi piacerebbe farmi raccontare direttamente da chi si è fatto carico dell’organizzazione che cosa sia e da dove nasce Raccontare l’altraeconomia.
E qui torniamo a quel «Pronto?» iniziale: a rispondermi è Fabio Franz, che insieme a Bianca Elzenbauer rappresenta la metà esatta di Brave New Alps.
Ci presentiamo, gli spiego da dove nasca la mia curiosità nei confronti del progetto e ci diamo appuntamento per una chiamata via Skype nei giorni successivi.
Quando lo ritrovo qualche giorno dopo sullo schermo del pc, Fabio è a casa, i piccoli pianti della figlia a fare da colonna sonora intermittente ai nostri discorsi.
La nostra chiacchierata può cominciare.

IL PROGETTO RACCONTARE L’ALTRAECONOMIA

«Abbiamo deciso di far lavorare gli studenti sulle tematiche di ricerca che ci interessano, portando avanti un ideale di design che non sia basato sulla forma e fine a sé stesso: un’idea obsoleta secondo noi della disciplina e che andrebbe estirpata al più presto.
Come Brave New Alps siamo interessati a un design che si occupi di tematiche sociali, che utilizzi gli strumenti della comunicazione, della grafica, dell’editoria, della tipografia per lavorare su determinati argomenti e veicolare un determinato messaggio.
Questo è il nostro modo di fare design, è quello che abbiamo imparato e che stiamo praticando da dieci anni a questa parte, ed è quello che vogliamo portare nel mondo accademico attraverso diversi fronti d’impegno.
La mostra è il risultato di una serie di indicazioni che abbiamo dato agli studenti durante la prima lezione del modulo del Master.
In quaranta ore di corso abbiamo voluto unire agli stimoli, che derivano dall’indagine e dall’analisi, l’insegnamento degli strumenti della grafica, un’infarinatura che potesse essere utile agli studenti in ottica professionale: molti di loro non lavoreranno come designer singoli, ma troveranno più che altro spazio in grandi team interdisciplinari in cui viene richiesto un occhio critico allenato cui coniugare una base solida di conoscenza degli strumenti della tipografia e della grafica.
Abbiamo chiesto agli studenti di lavorare o singolarmente o in gruppo e di ricercare un luogo, un’attività, un’iniziativa, un gruppo  o un’istituzione che stimolasse interesse e di indagarne le diverse economie: una ricerca ad ampio spettro che va ad analizzare sia economie con scambio monetario di merce, tipicamente capitalistiche, sia tutte le economie altre, le economie di comunità che mettono al centro l’ambiente e l’essere umano prima del profitto personale, per osservarne i diversi scambi economici che le rendono possibili.
La risposta degli studenti è stata molto eterogenea, alcuni hanno focalizzato il proprio lavoro sull’indagine critica della realtà presa in considerazione, altri hanno presentato artefatti o pubblicazioni di sostegno alle realtà cui si sono accostati, creando ad esempio materiali promozionali».

Copertina di “Ora pedala” progetto di Silvia Tulli, esposto durante la mostra ‘Raccontare l’altraeconomia’ al QuerciaLAB di Rovereto.

Interno di “Ora Pedala”, progetto di Silvia Tulli, esposto durante la mostra ‘Raccontare l’altraeconomia’ al QuerciaLAB di Rovereto.

L’ISPIRAZIONE PER LA MOSTRA

«L’immagine dell’iceberg che abbiamo usato per il manifesto della mostra è un adattamento di un diagramma disegnato dal collettivo J. K. Gibson-Graham, un collettivo di geografe femministe australiane che per molto tempo ha teorizzato che l’economia non sia solo la parte emersa dell’iceberg.
Il gruppo sostiene l’idea che quando parliamo di economia stiamo parlando di diversità, di una varietà di scambi economici; rivendicano l’idea che l’economia non sia un macchina capitalistica che funziona secondo delle regole oggettive sulle quali le persone comuni non possano intervenire.
Una teoria che sposta l’asse della partecipazione attiva della cittadinanza da un ruolo passivo, intimorito, a un ruolo attivo che vede il suo compimento in pratiche quotidiane di scambio, interventi dal basso che diventano così la materia del sistema economico.
Quello che ci interessa è come le pratiche economiche che rientrano nella parte sommersa dell’iceberg, che sono queste economie di comunità, possano rappresentare una sorta di vettore per creare dei movimenti dal basso di persone che si organizzano, che danno vita a delle strutture, degli spazi o delle reti di scambio, ad esempio i Gruppi di acquisto solidale che creano quell’ecologia di pratiche di commoning, di costruzione del comune e creano nuovi spazi non capitalistici per promuovere un’idea altra di socialità».

IL DESIGN

«Da tanto tempo noi lavoriamo su un design che vada al di là degli orizzonti mediatici che ha assunto nel tempo: il designer deve possedere tutti gli strumenti visivi e formali utili per esprimersi al meglio, ma è anche una persona che sa fare ricerca, si interessa di tematiche sociali, politiche, che spinge per un certo tipo di cambiamento sociale.
Secondo la nostra esperienza, e alla luce anche di collaborazioni con altre realtà, ci rendiamo conto che la figura del designer è necessariamente poliedrica.
Oltre a capacità formali e relazionali, deve sapere scrivere testi e allo stesso tempo rendere visivo un linguaggio: è sempre più una figura flessibile alla quale si richiede la capacità di creare spazi altri in cui le persone possano vivere insieme, in cui vengono facilitate e coltivate le relazioni sociali.
Nei nostri ultimi lavori abbiamo lavorato molto con questa idea dello spazio, abbiamo sperimentato come il design possa essere un catalizzatore per altre forme di aggregazione sociale.
Lavorando poi sulla dimensione spaziale, la questione della comunicazione diventa fondamentale: è un tassello insostituibile per creare una sorta di immagine dello spazio, per creare attaccamento agli spazi da parte delle persone».

IL PERCORSO PROFESSIONALE

«Abbiamo lavorato all’inizio nel contesto delle industrie creative; le realtà che ci offrivano uno spazio per sperimentare erano collocate principalmente nel settore dell’arte (le classiche residenze d’artista). Esperienze molto stimolanti ma anche schizofreniche, che ci obbligavano a fare le valigie e passare di progetto in progetto.
Il nostro interesse è sempre stato creare un rapporto sociale che abbia una certa durata temporale, ma con il nostro modo di lavorare arriviamo in un posto, instauriamo rapporti sociali, si imposta una certa programmazione culturale e poi nel momento più bello siamo costretti a spostarci in un altro posto.
A un certo punto diventa troppo: è un meccanismo difficile da affrontare perché coinvolge relazioni che si abbandonano da un momento all’altro.
Ci siamo chiesti: come facciamo a tornare in Italia attivando le nostre reti in un contesto molto normale, che non è né città né campagna, come quello di Rovereto?
Quando Bianca ha finito il dottorato ne ho iniziato uno io, con l’obiettivo di sfruttare quei tre anni e quel minimo supporto finanziario che il dottorato assicura nel Regno Unito, per creare un lavoro molto più lento, sviluppando un progetto di ricerca in cui la Vallagarina occupasse un ruolo da protagonista: un fatto reso possibile dal contratto di dottorato by practice che ci permette di lavorare sul campo, qui in Vallagarina.
In questo modo ho un’occasione concreta di creare dei ponti con il mondo accademico, di usare ricerche di stampo teorico per informare la pratica facendo dondolare il mio percorso fra due mondi molto spesso troppo lontani».

IL CONTESTO D’INDAGINE

«Inizialmente ci sentivamo come alieni perché abbiamo abbandonato questi posti in giovane età per andare a formarci all’estero, al ritorno in Vallagarina abbiamo impiegato un po’ di tempo per comprenderne le dinamiche socio-economiche-politiche e come posizionarci nei loro confronti.
Il primo periodo è stato contrassegnato da una serie fitta di incontri, tavole rotonde, scambi e piccole pubblicazioni ospitate di volta in volta in biblioteche, sale comunali, spazi municipali.
A un certo punto abbiamo compreso di stare replicando lo stesso nomadismo che aveva accompagnato le nostre precedenti esperienze in giro per il mondo, solamente in scala ridotta».

IL PROGETTO QuerciaLAB

«Da tempo fantasticavamo sull’apertura di uno spazio da animare, dove si potesse fare cultura.
Nel nostro lavoro abbiamo ragionato molto sull’economia dei beni comuni, a un certo punto ci siamo detti che sarebbe stato il momento di attivarne noi una.
Abbiamo comprato una vecchia stampante risograph con l’idea di trovare uno spazio e successivamente capire come mettere a disposizione degli altri le nostre capacità di grafici e la nostra conoscenza delle tecniche di stampa.
A questo punto è arrivata l’idea di inaugurare una stamperia sociale, che porta con sé l’idea di mettere a disposizione dei gruppi del territorio impegnati nel sociale macchinari e materiali di stampa e comunicazione a basso costo.
Così abbiamo cominciato a mappare gli spazi dismessi presenti a Rovereto: un’amica che si occupa di accoglienza per rifugiati e richiedenti asilo ci ha parlato di uno spazio da 200 metri quadri dove si fa anche prima accoglienza, un hotel caduto in disuso che è stato trasformato in un centro di prima accoglienza per un’ottantina di persone.
Da progetto di piccola stamperia sociale lo spazio ha trovato un nome, QuerciaLAB, e ampliato gli orizzonti.
Ora è un maker-space dove le persone del territorio di Rovereto possono entrare in contatto con i richiedenti asilo attorno a delle attività legate alla lavorazione del legno, alla sartoria e a tecniche di stampa artigianali: si tratta di un progetto in divenire, lo stiamo costruendo giorno per giorno.
Sicuramente dopo Raccontare l’altraeconomia prevediamo altre mostre e, ricollegandoci proprio alle tematiche di cui abbiamo parlato in precedenza,  vorremmo capire se possa diventare davvero un centro di ricerca e di risorse per la comunità e soprattutto per l’economia di comunità».

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