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Racconta un libraio, Finesia 3° classificato

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Racconta un libraio è un concorso letterario per racconti brevi che abbiano per protagonista chi vende libri. Il 20 ottobre la giuria si è espressa consegnando il titolo di racconto migliore a Marco Cavaliere, un giovanissimo nato a Napoli nel 1989. Il racconto di Marco si intitola Una nuova cliente e potete leggerlo direttamente sulla pagina dedicata di Racconta un libraio.

Proprio oggi su il Corriere della Sera Romano Montroni ricorda che “gli unici in grado di dar vita a librerie capaci di attrarre i lettori sono i librai competenti e appassionati“. Racconta un libraio tocca un tema a noi caro, quello del riconoscimento del valore delle librerie, per questo abbiamo deciso di dare spazio a questa iniziativa, pubblicando sul nostro blog anche i racconti di chi non ha vinto il concorso, ma ha raccontato con passione e talento un bellissimo mestiere, fatto di parole, carta, incontri e consigli. Buona lettura

Finesia
– di Alessio Innocenti –

Forse il mio mezzo sorriso era stato male interpretato. Si era trattato di un gesto involontario, quasi meccanico, eppure era stato percepito dal mio interlocutore come un chiaro segno di incredulità. Lo avvertivo dallo sguardo obliquo, capace di scavalcare l’orlo degli occhiali, che il libraio mi aveva destinato; d’altronde, anche se davvero mi fossi mostrato scettico, non pensavo di dovermene giustificare. Ma l’uomo che avevo davanti non era dello stesso avviso. Provai ad abbozzare una difesa, mescolai le mie giustificazioni e i paradossi di quel poco che avevo ascoltato, cercando di giungere a una sintesi che, se non fosse bastata a discolparmi del tutto, avrebbe potuto almeno tranquillizzarlo. «E in più, non mi fraintenda, io amo ascoltare storie e racconti. Sono semplicemente stato colto impreparato dalla sua confidenza». L’uomo abbassò lo sguardo, lasciando che i suoi occhiali tornassero a dondolare sul petto, e appoggiò su di uno scaffale alcuni libri che aveva appena liberato da uno scatolone. «Ma la prego, continui, ha tutta la mia attenzione». Il libraio accarezzò il dorso di alcuni volumi e riprese a parlare: «A volte dimentico che il disagio che mi provoca lavorare in una libreria simile coincide con lo spaesamento dei clienti al mio racconto. Ancora non mi abituo, anche se sono anni ormai che ho abbandonato Finesia. Diciamo che abbiamo una differente concezione dei libri dalle mie parti», concluse l’uomo, quasi rassegnato davanti alla mia incomprensione. Cercai di convincerlo a continuare, e credo che la mia sincera insistenza fu apprezzata. «Come le dicevo, a Finesia i libri hanno un peso maggiore nella vita di ogni uomo. Potrei quasi dire che sono loro a scegliere il lettore, e non viceversa. Vede, per me questa libreria rappresenta il più completo e irrazionale disordine con cui io abbia mai avuto a che fare». Mentre ascoltavo queste parole, i miei occhi correvano lungo gli scaffali, per cercare di intuire le cause del disagio del mio interlocutore. Ma non riuscivo a individuarle. I libri erano come di consueto suddivisi per genere, e a loro volta suddivisi in ordine alfabetico per autore. Certo, forse l’accostamento dei vari settori mi lasciava leggermente perplesso, ma si trattava di una banale questione di gusti. «Devo essere sincero, non vedo un disordine particolare tra i libri», provai ad argomentare, ma il libraio sorrise, come per compatire l’ingenuità delle mie parole. «Inizialmente pensavo fosse una questione di pigrizia, ma forse è qualcosa di diverso, di più profondo. Le ho già accennato che a Finesia quasi ogni persona possiede un proprio negozio di libri, ma non le ho specificato qual è la peculiarità di ognuno di quei luoghi». Il libraio scrutò per qualche istante uno scaffale e ne estrasse un libro, che cominciò a rimirare e accarezzare, quasi fosse un essere vivente: «Guardi, questo è probabilmente il libro che ha segnato la mia vita». L’uomo rimirava il volume con commozione, come avesse riscoperto una sua vecchia foto e si meravigliasse di essere stato, un giorno, il giovane immortalato nello scatto. «Ecco, nella mia libreria a Finesia vendevo solo ed esclusivamente questo testo». Il mio sguardo si spostava irrequieto dal libro al mio interlocutore, indeciso su quale dei due soggetti soffermarsi. «Vendeva esclusivamente i libri di questo autore?» azzardai, cercando di rimediare allo stupore. «No, ha capito benissimo. Nella mia libreria avrebbe trovato solo ed esclusivamente questo libro». E aggiunse, quasi con tono divertito: «Ovviamente, in un gran numero di copie!».

«Lei quindi si è dedicato alla vendita di un solo libro in passato?».

«Esatto, per diversi anni. Ma non si scandalizzi, dalle mie parti questo comportamento è assolutamente nella norma. A Finesia ci sono quasi tanti negozi di libri quanti abitanti, e ogni libreria possiede solo e soltanto il libro che il proprietario di turno ha scelto di vendere». Avevo difficoltà a immaginare come una così fitta densità di librerie potesse inserirsi nella delicata architettura di una città. Provai a raffigurarmi delle possibili disposizioni, ma alla fine mi arresi e chiesi spiegazioni. «Non esiste un ordine ben preciso, né quartieri dedicati esclusivamente ai libri. Potreste imbattervi in lunghi, infiniti viali costellati di librerie, così come in un piccolo negozio nascosto in un vicolo. Io stesso credo di non aver mai visitato tutte le librerie esistenti a Finesia, e come me anche i miei concittadini». Cercai di mettere ordine ai miei dubbi, intervallando ai miei silenzi qualche sorriso di circostanza. Il libraio spendeva quei momenti continuando a sistemare alcuni libri, spuntandone i titoli da un foglio. «Ma come riuscite a trovare un libro di cui avete bisogno, o che volete semplicemente leggere? Avete un metodo che vi aiuti a districarvi tra queste infinite librerie?». L’uomo diede prima un’ultima occhiata veloce a una copertina, poi mi rispose: «Non le è mai capitato di credere che fosse un libro a cercarvi, a chiedervi di essere letto? Anche una sola volta, non avete sentito che non potevate leggere altro che quel determinato libro?». Il mio sguardo si perdeva tra gli scaffali, mentre con un gesto appena accennato annuivo in risposta a quelle domande. «A Finesia è quasi sempre questo il meccanismo che si mette in moto. Si vaga tra le vetrine e tra i carretti pieni di libri che occupano i marciapiedi, poi, improvvisamente, si decide di entrare in una libreria, si sfoglia un libro e si comprende che era quello che si cercava». Un elemento però mi riusciva difficile da comprendere, il più strano: «Ma perché un unico libro in ogni negozio?». Il libraio cominciò a camminare, voltandomi le spalle. Una donna gettò un timido sguardo alla vetrina, poi si allontanò rapidamente. Eravamo soli in compagnia dei libri. «Forse è questione d’amore. Ognuno di noi a Finesia dedica del tempo a un determinato libro, gli concede l’attenzione che è convinto meriti. Ne conosce ogni pagina, ogni riga, ed è disposto a cedere tutta questa sua personale conoscenza al lettore che ha appena varcato la soglia; contribuisce a togliere ogni dubbio, spinge all’acquisto, ma non per motivi veniali. Freme dal desiderio di condividere quella passione».

«Un amore che devo immaginare esauribile, se lei è qui ora» sospirai, pentendomi subito della mia indiscrezione. Il libraio però non sembrava particolarmente colpito dalla mia allusione. «Esiste forse una forma d’amore eterna? Come con le persone, i rapporti possono mutare. Leggete un altro libro, e improvvisamente vi innamorate di nuovo perdutamente. L’amore passato cede il posto al presente. Allora le librerie chiudono e ne aprono di nuove, in successione infinita». Non riuscivo a leggere nel volto del mio interlocutore il minimo segnale, il minimo indizio che potesse aiutarmi a definire l’effettiva veridicità di quel racconto. «Ma perché lei è fuggito?» L’uomo sembrava contrariato da quella mia domanda. «Una partenza non è necessariamente una fuga. Ero disilluso. Tanti come me credevano di poter dedicare davvero la vita a un libro. Poi tutto finisce, e ci si lascia trascinare via dalla corrente. Che mi ha condotto qui». Queste ultime parole furono pronunciate più con sofferenza che con rassegnazione, come se il dolore non fosse stato ancora stato anestetizzato dallo scorrere del tempo. Ma non riuscivo a evitare di lasciarmi sommergere dall’incredulità, per questo indicai al libraio un paio di libri che mi avevano segnato in maniera irreversibile. «A Finesia forse non li avrei mai potuti conoscere, perché non avrei saputo dove cercarli, mi ci sarei potuto imbattere per puro caso, e solo grazie al particolare capriccio del libraio di turno». L’uomo scosse la testa, divertito: «Se posso permettermi, lei si lascia facilmente condizionare dalle etichette, dai titoli, dagli autori. È vero, forse a Finesia non avrebbe mai letto questi libri, ma come può essere sicuro che non ne avrebbe letti altri, magari anche migliori, che le avrebbero cambiato l’esistenza in maniera ancora più decisiva?». L’uomo allora riprese a passeggiare tra gli scaffali, invitandomi a seguirlo. «Si è mai soffermato a pensare a quanta storia c’è dietro ogni libro, dietro ogni pagina, oserei dire dietro ogni parola? Da ognuno di questi volumi sembrano emanare gli anni di vita trascorsi a scriverli, leggerli, correggerli. Si intrecciano le vite non solo degli autori, ma di coloro a cui lo scrittore si è ispirato per modellare un personaggio, dell’amico a cui aveva fatto leggere una bozza, o del collega a cui aveva chiesto un parere». Il libraio continuava a camminare, con un passo cadenzato, quasi solenne, come si trovasse nel mezzo di una processione religiosa. «Immagini di dare una voce a ognuno dei libri che ci circonda in questo momento. Cosa sentirebbe? Rumore. Un frastuono di voci che si coprono e annullano l’una con l’altra, una confusione senza fine, dove anche la voce più autorevole verrebbe soppiantata dalla più rude». In quel momento alzai di nuovo gli occhi verso gli scaffali, e per qualche secondo mi sembrò realmente di riuscire a percepire quel frastuono immenso, come un rumore insopportabile, che penetrava nel mio cervello a tal punto da spingermi quasi a portare le mani alle orecchie. Si trattò di un attimo, poi quella sensazione svanì. Si era ormai fatto tardi. Avevo dimenticato quale libro volevo cercare, e decisi quindi di affidarmi nuovamente a quell’uomo; il libraio abbandonò lo scaffale vicino al quale stava lavorando, girò velocemente la testa e individuò un piccolo volume, appena appoggiato sull’orlo di una mensola. «Penso lei stesse cercando questo. O meglio, lui la stava aspettando». Lo ringraziai e mi incamminai verso l’uscita. Quasi distrattamente, sfogliai le pagine del libro, ma fui costretto a fermarmi. Pensai a uno scherzo di cattivo gusto, uno sciocco espediente per farmi innervosire o rubarmi del tempo prezioso. Continuavo a sfogliare le pagine, e mano a mano aumentavo la pressione sulla carta, rischiando quasi di strapparla. Non era il contenuto ad avermi irritato, o forse, in un certo senso, era così. Quel volumetto aveva le pagine completamente bianche. Mi voltai verso il libraio, che sembrava in attesa del mio sguardo interrogativo. «Non sempre i libri ci cercano per essere letti. A volte ci aspettano anche per essere scritti». Non sapevo cosa rispondere. Ero disorientato. Riuscii solamente a balbettare una domanda: «Ma Finesia esiste realmente?». L’uomo si lasciò andare per la prima volta a un sorriso completo, sincero, umano. Prese in mano una pila di libri e si avviò verso il magazzino. Sembrava sereno. «Questo, amico mio, lo deve decidere lei».


Alessio Innocenti è nato a Tivoli il 24 novembre 1988 e ha partecipato con il racconto Finesia.

Quando hai cominciato a scrivere?
Tutto è iniziato qualche anno fa, quando con alcuni amici abbiamo dato vita a una rivista culturale, Aspasia, che poi si è trasformata in un blog. Scrivere su Aspasia è stata un’ottima palestra, che mi ha spinto a mettermi alla prova anche nella narrativa. Per ora mi sono dedicato al racconto breve, che ritengo sia un genere con importanti prospettive future, a differenza del romanzo. In particolare, mi hanno sempre appassionato i racconti di Borges e Kafka, mentre solo recentemente ho scoperto quelli di Cortázar; ritengo questi autori, insieme a Calvino, i migliori rappresentanti di quella letteratura fantastica a cui cerco, nel mio piccolo e con tutti i limiti del caso, di ispirarmi.

Hai una libreria di fiducia? Quale?
In realtà non ho una sola libreria di riferimento, ce ne sono diverse, ma mi fa piacere citarne una, la libreria Suspense di Laura Zadra, nel quartiere Trieste a Roma, specializzata in letteratura gialla e noir. È una libreria che ho imparato a conoscere perché da poco più di un anno ha iniziato a lavorarci un mio caro amico, Fabrizio, che si è innamorato del mestiere di libraio in pochissimo tempo. Visto che già in passato lui rappresentava un mio punto di riferimento per tutta la letteratura che non conosco, in particolare quella americana, adesso lo è ancor di più. Anche se su Kerouac voglio tenere duro, nonostante tenti da anni di convincermi a leggere Sulla strada.

Cosa stai leggendo in questo momento?
I quarantanove racconti di Hemingway e Sylvia Beach and the lost generation di Noel Riley Fitch.

 

 

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