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Racconta un librario: «Quasi come un racconto russo».

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-di Emanuele Finardi-

Racconta un libraio è un concorso letterario per racconti che abbiano librai come protagonisti: lo scopo è quello di diffondere l’importanza di questo mestiere non solo culturale, ma anche sociale, e di valorizzare il genere racconto.
La giuria del concorso è formata da librai e da uno scrittore di racconti. Dopo un’attenta selezione curata da un comitato di lettura, i dieci autori finalisti lavorano all’editing dei testi con gli editor di Racconta un libraio, e infine i giurati emettono il verdetto finale.

Pubblichiamo qui il racconto del secondo classificato di questa seconda edizione del concorso, Emanuele Finardi.

Bruno amava fare delle docce lunghissime ogni mattina. Lunghissime e bollenti. Come se il vapore potesse fare una carezza a tutti i sogni a cui teneva. Proteggendoli al meglio.
Gabri si godeva invece le sue docce veloci, da atleta. Veloci e gelate. Come se il ghiaccio potesse dare un primo segnale d’allarme su quanto sarebbe stata dura la giornata. Preparandola al peggio.
Bruno e Gabri gestivano insieme una bancarella di libri usati a Milano. Per lui era il luogo dove alimentare le sue fantasie, mentre per lei era la palestra dove combattere per pagare l’affitto di casa a fine mese. Chissà chi aveva ragione: forse tutti e due.
Bruno dedicava ai libri quella cura e quell’amore che Gabri avrebbe voluto per sé. Li puliva periodicamente accarezzandoli con delicatezza; li archiviava dedicando a ogni testo occhiate che trasudavano fascinazione; ad alcuni regalava dei mazzi di fiori per ringraziarli delle emozioni che gli avevano dato. Non lo faceva con cattiveria, o per togliere qualcosa alla sua compagna, ma lo faceva, ogni giorno. E in alcuni giorni Gabri avrebbe voluto tanto essere una pagina di carta toccata con estasi, o anche solo un segnalibro messo al posto giusto dentro la geografia di un innamorato.
Nonostante questo non litigavano mai – ve lo posso dire con certezza – se non per la disposizione dei libri sul banco che avevano in via San Marco o per i consigli da dare a un cliente, milanese o turista che fosse. Bruno amava Calvino, Gabri invece Pasolini: la verve delle fantasmagorie contro la vis polemica del corsaro. Gabri spesso la metteva sul sociale: – Ci siamo distratti un momento, e Pasolini è diventato aggettivo, avverbio e, peggio ancora, un semplice intercalare. Pasolini non è più un nome, ha perso la maiuscola ed è a un passo dal diventare una imprecazione! – le sue parole avevano sempre una connotazione da disastro antropologico, unite all’intercalare appena punteggiato di strascichi da centro sociale: voglio dire, nella misura in cui, insomma, cioè.
Bruno le rispondeva con uno sguardo il cui senso era più o meno: smettetela di rimpiangere Pasolini. E per assecondarla aggiungeva: – Certo, magari Calvino sarà un perfetto scrittore minore, ma Pasolini è un grande scrittore mancato. Calvino è pieno di limiti ma è sempre presente a se stesso. La sua inventiva fantastica è fatta di piccole scoperte che mascherano grandi fughe.

Per Gabri però Calvino era veramente troppo sabaudo; diceva: – È uno che cerca di tenersi stretto il suo lettore rassicurandolo con la scusa di storie ragionate in alambicco e vagamente comprensibili. Calvino per lei nascondeva le sofferenze senza commuoversi tanto quanto Pasolini, da buon friulano, ne faceva la linfa essenziale del suo verso. Lui, Pasolini, non avrebbe mai inventato Palomar, uno che guarda il mondo da un telescopio, e non si sarebbe mai ritirato sugli alberi come il barone rampante. Era uno che combatteva in trincea sul Carso ogni giorno con la sua penna, in onore ai reduci di guerra.
Gabri amava Pasolini perché, come quando guardava a sé stessa, lo sentiva pieno di difetti: tutti i suoi libri sono sfrenati e impazienti, tanto ambiziosi. Inesatti, magari, per nulla geometrici, ma capaci di affrontare la storia del mondo confessando senza filtri angosce e passioni inflessibili. Lui procede amando e accusando. E accusando chi non lo ama. Prende per la gola i suoi lettori. Agisce con un bisturi per radiografare il loro cuore ipocrita e le loro viscere più recondite. Anche quando scrive male, il sottinteso è che la verità va oltre lo stile: anzi lo distrugge. Gabri, come il suo Pasolini, non poteva che esprimersi passionalmente, e ideologicamente, perché il suo dato di esperienza era una visione violenta, erotica, autobiografica del mondo. Gabri, mano nella mano con Pasolini, fiutava dovunque possibili lager, e vedeva in ogni burocrate un nazista potenziale. Da abbattere.

Quando Gabri partiva con queste tirate, Bruno non ribatteva mai. Qualsiasi cosa lei dicesse non avrebbe mai potuto scalfire la sua passione per Calvino, tanto quanto non poteva dissuaderlo dall’impegnarsi nell’attività compulsiva che più amava: cancellare dai libri usati ogni traccia possibile di appunto. Pagina dopo pagina, con pazienza, anche per più giorni, per evitare di stropicciare le pagine del libro, di consumare l’inchiostro della stampa o di ammorbidire eccessivamente la costa. Cancellare tutti i segni possibili del passato per lui non era un hobby o un’azione finalizzata alla attività commerciale, era un bisogno: una metafora del tentativo di tenere sempre pulita la sua coscienza dalle responsabilità o dai pareri altrui, per poter meglio galleggiare piacevolmente in un quotidiano dove aveva sempre bisogno di morbide certezze.
«Il segreto per superare la sua nevrosi ossessiva è un insieme di leggerezza e esattezza. Devi dare visibilità alla molteplicità delle cose ma senza perderti. Ricordati di cominciare e finire. Cominciare e finire. Sempre»,  gli aveva detto anni prima il suo psicanalista. E, allora, lui si applicava alla detersione delle note altrui con dedizione e precisione, unendo la nuova passione letteraria e la vecchia dedizione da contabile.

A questo proposito, se dicono che Stendhal prendesse appunti sulla fodera del cappello, vi dico che non è stato il solo a scriversi addosso. Anche Bruno, il Dottor F. nella sua precedente vita, in prossimità delle chiusure fiscali era talmente ipnotizzato dal dovere da appuntarsi cifre dappertutto: scriveva sui polsi delle camicie, sul gilet, sulle bretelle. Facendo tornare sempre i conti ovunque. Per lui il numero era una ossessione, una paranoia da nutrire ogni giorno con cucchiaiate di calcoli esatti senza alcun computer ad aiutarlo. Negli anni, “Dottor F.” era diventato in ufficio una sigla e un ammonimento: nessuno pronunciava il suo nome di battesimo o il suo cognome per intero; per timore o riverenza era diventato una sigla, un avverbio e, soprattutto, una imprecazione. La sera quando tutto sarebbe cambiato, era tornato a casa verso le sette, aveva chiuso le porte e le finestre, il rubinetto del gas e dell’acqua e l’armadietto dei medicinali; aveva spento i fornelli e staccato la presa a tutti gli altri elettrodomestici. Era tutto sotto controllo: per la sua prima notte insonne da licenziato.
Il Natale stava arrivando. Era una scadenza. Doveva finire la lista dei regali in fretta ed era in piena nevrosi: parola dopo parola, nome dopo nome, negozio dopo negozio, regalo dopo regalo stava compilando anche questa nota secondo i criteri del dare e avere. Finendo per scrivere anche fuori dal foglio, sul tavolo.
Preso dall’enfasi, a un certo momento a Bruno sembrò quasi che le parole si muovessero. Si fermò un attimo e si strofinò gli occhi. E riguardò. A dire il vero si spostavano proprio e da sole. Mostravano una loro parabola, e lui iniziava a vederla solo in quel momento. E a stupirsi di quanto fosse incontenibile. Lui che le aveva sempre trattate come se fossero dei numeri di una partita doppia, commi di una legge ferrea a somma zero, sulla soglia del primo giorno di non lavoro improvvisamente le parole iniziavano a urlargli contro, a chiamarlo, addirittura pronunciando il suo cognome per intero. Una voce da anagramma. Inesatta. Così diversa da quella del numero. Talmente maleducata ai suoi occhi, da avere il coraggio di bussare ovunque con noncuranza. Un rumore insolente. Un ticchettio sempre più roboante. Vendicativo. Da restarci secchi.
Gabri lo avrebbe trovato due ore dopo. Esatte. Geometricamente disteso sul tappeto, con i lombi in fiamme. Forse solo un milanese nato a Brera – e sino ad allora dirigente amministrativo di una multinazionale – poteva pensare di svenire così.
Concluse in quel momento che lo doveva aiutare e decise di rilevare la bancarella di libri di un suo amico. Per salvarlo; e per salvare entrambi. D’altronde, come diceva Scerbanenco, se riescono a sopravvivere al sabato per i milanesi la pazzia è un male come un altro; non ha nulla di intenso o di eccezionale. E, soprattutto, la miglior cura è il lavoro. Un altro lavoro.

Passavo ogni mattina davanti a loro, al banco colmo di libri distribuiti con vago ordine estetico ma con irreprensibile vigore da catalogo: da sinistra a destra erano esposti per genere, come avrebbe voluto Bruno, ma non in ordine alfabetico, come gli aveva imposto Gabri. Non sempre mi fermavo, ma li salutavo sempre. E, quando mi fermavo, un libro lo compravo. Mi piaceva chiedere un consiglio a entrambi, per vedere come si accapigliavano proponendomi sempre autori contrapposti: Calvino contro Pasolini, certo, ma anche giallo versus poesia, americani contro russi, medicina contro omeopatia etc. Dopo averli visti odiarsi davvero sceglievo, facendo finta di aver capito e di compiere un’azione dotata di presumibile senno. Col tempo eravamo entrati in confidenza e, diventati quasi dei buoni amici, mi avevano chiesto di chiamarli da lì in avanti con i loro “nomi di battaglia”, un vezzo che si era diffuso nella sinistra degli anni settanta a rievocare il tempo dei partigiani, non chiedetemi perché. Così, nell’arco di pochi mesi, alla fine ero stato a cena da Umberto e Dolores, i miei nuovi amici con nuovi nomi, in due o tre occasioni. Erano serate lunghe come si usava una volta, alla fine degli anni ottanta, poco prima del crollo del muro; dove si parlava di Usa e Urss, del socialismo irreale e del capitalismo reale, e non poteva mai mancare il Sudamerica o Cuba, come fulgido esempio di democrazia e progresso potenziale.
In ossequio alla cultura post femminista del tempo, Umberto cucinava mentre Dolores stava con me a chiacchierare coi capelli raccolti a volte in uno chignon, a volte in due treccine sui lati che scendevano sin quasi sulle spalle. Nell’attesa bevevamo vino rosso e fumavamo molto, a parte nei periodi in cui lei stava cercando di smettere e allora provava a sostituire la sigaretta con un Chupa Chupa.
Li ho visti sempre insieme. Sempre. Ma quella mattina d’estate torrida Dolores non c’era, per cui Umberto avrebbe avuto campo libero nel consigliarmi i suoi amici, gli “storytellers” delle Americhe. Prima di conoscerli, da lettore ero sempre stato pigro e avevo sempre preferito quotidiani o riviste ai racconti e ai romanzi. Dunque, solo grazie a Umberto e alla sua accondiscendenza sono stato in qualche bar di Sunset Boulevard con Bukowski, a San Francisco ad ascoltare bebop con Kerouac, nelle lavanderie a gettone di Carver, in coda sull’autostrada con Cortázar. Prima che li comprassi, lui i libri iniziava a raccontarmeli a voce e anche quella mattina ci provò con Cronaca di una morte annunciata di García Márquez, di cui un paio d’anni prima era uscito il film di Francesco Rosi. Ma, per essere sinceri, e con tutto il rispetto per Macondo, il mio problema era che mi mancava da giorni una bella dormita in pace, a occhi veramente chiusi; di quelle che schiariscono la mente e ritemprano.
Su consiglio di un dottore biondissimo del Policlinico, anch’egli assiduo frequentatore della bancarella e probabilmente lontano parente di Konrad Lorenz, una mattina avevo sfogliato un testo che mai né Dolores né Bruno mi avrebbero consigliato. Secondo l’autore, un certo Sirin, il sonno avrebbe stimolato l’intuitività, la riorganizzazione delle memorie perdute o sedimentate in modo instabile o leggero durante il giorno. Il sonno, insomma, sarebbe stata la sede dell’apprendimento vero. Quindi: dovevo dormire. Per capire meglio cosa stava succedendo. Cosa mi stava succedendo.
Grazie alle parole del dottore, e davanti allo sguardo inebetito di Umberto, dopo qualche secondo, tenendo sempre gli occhi aperti e in preda a una vaga sinestesia, iniziai così a bramare con tanto di colori e suoni il sonno perfetto dei delfini; che fanno riposare un emisfero cerebrale alla volta, senza mai disconnettersi del tutto dalle cose e rimanendo vigili rispetto ai pericoli e la ricerca di cibo. Oppure il sonno degli uccelli, che romanticamente ripassano durante la notte le melodie imparate di giorno. Optai alla fine per il sonno dei topi, che mentre dormono sognano di uscire dalla loro tana o dal labirinto del loro sottosuolo per scorrazzare liberi. Decisi, nello specifico della proiezione, che sarei stato un topo di montagna, una delle poche specie di mammiferi – il tre per cento del totale – che è monogama e si innamora davvero. Infatti, ero innamorato davvero. Di Gabri. Anzi Dolores.
Durante la notte precedente, l’ennesima notte bianca, decisi di tentare il tutto per tutto dopo aver avuto una illuminazione: il problema era la mia faccia e se non l’avessi cambiata Dolores non si sarebbe mai decisa a stare con me. Ma che faccia poteva piacere a una donna comunista? Perché qualche anno fa le donne comuniste esistevano davvero. E Dolores era una di queste. Tutta d’un pezzo.
Le mie contemplazioni si consumavano sospese tra il buio dei palazzi di piazza Udine, senza dubbio la più polacca delle piazze di Milano, dove abitavo; come se fino ad allora avessi seguito tutta la storia da un davanzale, un punto di vista obbligato in cui l’innamoramento s’aggirava attorno al desiderio senza la forza di toccarlo. Limitandomi a osservarlo a distanza, mi sentivo un po’ come il ragazzo del Decalogo di Kieślowski, nell’episodio Non desiderare la donna d’altri: il tizio col telescopio che sbirciava la vicina con dedizione da entomologo. Come la donna del film, magari Dolores mi avrebbe sedotto ma non mi avrebbe mai amato, e mi avrebbe ucciso come il ragno femmina dopo il mio orgasmo precoce con la frase: – Ecco, è tutto qua l’amore.
Lasciare una testimonianza che potesse evaporare prima di essere colta, dissolta sulla scia delle sue periferie sensibili, lasciandomi impigliato in uno stato di perplessità: questo mi sembrava l’obiettivo della sua tela. Così, non solo Dolores non l’avevo mai vista nuda, ma non riuscivo nemmeno a immaginarla. E questo era un grande problema. Che rapporto aveva lei con il suo corpo? Lo viveva come forza propulsiva del desiderio o come ingovernabile zavorra? E come aveva reagito quel piacere, mentre io ero ancora alle medie, alle prove di un consumismo a portata di mano e a quel piccolo benessere da moglie di un temuto dirigente? Quel benessere ne aveva placato le pulsioni o erano ancora vive?
Ogni volta che le donne di Kieślowski fanno l’amore, il loro sguardo fugge altrove e la loro voce si fa udire da una terza persona. Ecco magari quello sono io. Ecco, chissà quante volte Dolores mi avrebbe voluto parlare appena dopo aver finito di fare l’amore con suo marito. Per questo avrei voluto avere in quel momento una fisionomia indimenticabile, degna delle sue lenzuola. Invece, intontito e goffo, stavo confusamente rovistando nel taschino della giacca per cercare i Ray-Ban a goccia utili a coprire le occhiaie, quando alcuni cubetti di ghiaccio giù per la schiena mi risvegliarono d’un botto.
Era Dolores. A lei piaceva il freddo. Se non mi fosse stata davanti sicuramente mi sarebbe scappato un “Pasolini” come imprecazione; ma ovviamente me lo tenni accuratamente in bocca. Però, al netto di qualunque reazione, quale era il senso di quel gesto? Perché lo aveva fatto? Era tornata di corsa per me… o forse solo per vendermi un altro romanzo russo che a lei piaceva ma che non avrei mai letto?
Mentre, compiaciuta, mi aiutava a togliere i cubetti dalla camicia, di nascosto per farsi perdonare mi regalò una copia di Lolita. – È un romanzo russo, ma è stato scritto in inglese e sembra di un americano – aggiunse sottovoce al mio orecchio.
A me sembrò una splendida dichiarazione d’amore.

Emanuele Finardi ha 48 anni, è veronese di nascita ma milanese di adozione.
Ha iniziato a lavorare nel campo della comunicazione come giornalista e pubblicitario e attualmente lavora per la televisione. Ha pubblicato la raccolta di racconti Bassa Macelleria Sentimentale (Coniglio Editore); alcuni suoi racconti sono stati pubblicati all’interno di raccolte edite da minimum fax, Formiche Rosse, Damster, Eterna, Alcheringa, Montegrappa e Senso Inverso Edizioni.
Da piccolo mangiava solo se lo portavano alla ferrovia. Adesso ama scrivere sentendo i treni come sottofondo. E non ha più problemi di appetito.

Immagine di copertina: collage di Enea Brigatti.
Immagine nel racconto: fotografia tratta dalla collezione dell’U.S. National Archives.

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