Pulitzer, ma non il premio

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-di Stefano Delprete-

Ci sono personaggi che ti accompagnano a lungo; la curiosità per loro nasce in modo casuale, diventa ogni tanto sotterranea per poi riaffiorare e chiederti conto di quanto tempo hai perso, fino a quel momento, trascurandola.
Per me ha sempre avuto un nome: Pulitzer, ma non il premio.

Joseph Pulitzer, “l’uomo che non considerava il no una risposta”, è stato uno dei più grandi giornalisti ed editori di tutti i tempi, cosa risaputa, ma i dettagli di questa sua grandezza sono invece meno noti perché, nel tempo, è successa una cosa semplice ma inesorabile: il suo nome è stato travalicato dalla fama raggiunta dal premio da lui voluto e istituito sette anni dopo la sua morte.

Pulitzer ora è un marchio che rappresenta la qualità di un reportage, un libro, una fotografia, un modo con il quale si è raccontato il mondo. Da cento anni esatti, ad aprile vengono assegnati i riconoscimenti (che oggi sono arrivati a comprendere 21 categorie) e il fatto di vincere o meno può cambiare le sorti della carriera di un autore e di un giornalista.

Arrivato in America dall’Ungheria a diciassette anni senza nulla sapere di giornali e con pochissime parole di inglese in tasca, Joseph Pulitzer ha iniziato a “scrivere” su un quotidiano raccontando a un cronista la disavventura che, insieme a un gruppetto di disperati in cerca di lavoro, gli capitò quando un finto procacciatore si fece consegnare del denaro promettendo loro mirabolanti possibilità. Erano stati fatti salire su un piroscafo e poi abbandonati su un’ansa del Mississippi nel cuore della notte. Il pezzo uscì sul “Westliche Post”, quotidiano in lingua tedesca, e il direttore di allora ne fu così colpito che decise di dare a quel ragazzo una possibilità come reporter. Quello che non sapeva era che di lì a poco quel giovane non solo avrebbe preso il suo posto nella stanza dei bottoni, ma avrebbe anche acquistato l’intero giornale.

Una prima risposta a cosa vuol dire essere un grande editore si trova qui, nella capacità di prevedere gli andamenti del mercato dell’informazione, perché, va detto, Pulitzer non si limitò ad acquisire il “Westliche Post”, ma comprò anche l’altro quotidiano di St. Louis, il “Dispatch”, unendo le testate per dare vita al “St. Louis Post-Dispatch” e portando le vendite a numeri pochi anni prima inimmaginabili.

Dietro questo successo, il primo di una lunga serie che lo portò a diventare l’editore del “New York World”, c’era un’idea molto chiara di giornalismo per la quale Pulitzer venne nel tempo attaccato, elogiato, difeso e vilipeso.
Se tanti erano i suoi ammiratori, non meno nutrite erano infatti le schiere di detrattori e nemici tra cui, su tutti, William Randolph Hearst, proprietario del concorrente “New York Journal” (il Citizen Kane di Orson Welles) e Charles A. Dana, potente direttore del repubblicanissimo “New York Tribune”.

Il giornalismo con cui Pulitzer portò i suoi quotidiani al successo era mosso dall’attenzione al racconto della quotidianità. Nella prima fase del suo essere editore Pulitzer scelse di raccontare la realtà, gli scandali, gli eventi di cronaca, spingendo spesso sul pedale dei dettagli più crudeli e delle storie più emotive.

Le copie vendute salivano perché i cittadini di New York erano interessati a sapere quanti morti c’erano stati nell’incendio sulla settantaduesima di cui qualcuno aveva detto loro qualcosa il giorno prima, o perché volevano sapere chi era stato arrestato per la rapina di cui avevano sentito parlare sulla Bowery mentre stavano bighellonando senza meta.
Non solo lo volevano sapere, ma lo volevano sapere nel dettaglio.

L’attenzione che i giornali di Pulitzer riservavano alla cronaca era molta, ma non minore era quella dedicata alla politica, da sempre la vera, bruciante, passione di Pulitzer.

«Non sarò mai eletto presidente degli Stati Uniti» disse quando abbandonò molto presto la politica attiva «ma un giorno sarò in grado di farne eleggere uno.» La cosa non è distante dal vero, se si pensa a quanto i giornali di Pulitzer si concentrassero sui politici, sezionati nei lori vizi e nelle loro virtù, in cerca di scandali e zone d’ombra che li riguardavano, da mettere al servizio dell’opinione pubblica per permetterle di destreggiarsi al meglio con la scheda elettorale in mano.

Sarebbero molte le cose da dire sull’idea di giornalismo di Joseph Pulitzer, e su come nel tempo anche cambiò, ma altrettante sarebbero da scrivere sulla sua personalità, e il suo modo di essere.
Lavoratore indefesso, uomo che esercitava un carisma straordinario su chi lo circondava, Pulitzer non ha lasciato un’autobiografia e non lo ha fatto a causa della sua «avversione per le reminiscenze personali… nonostante avesse ricevuto molte e pressanti richieste. È un vero peccato che sia rimasto fedele a questa decisione, perché la sua carriera, sia per l’interesse che suscita, sia per risultati e unicità, avrebbe retto al confronto con quella di qualunque altro uomo di cui la letteratura abbia conservato la biografia». A scrivere queste parole è Alleyne Ireland, l’autore che in questo ultimo anno ha colmato le lacune della mia curiosità, e lo ha fatto da quando mi sono imbattuto nel suo Joseph Pulitzer. Reminiscences of a secretary, pubblicato per la prima volta nel 1914 a New York.

Questo libro, trovato al fondo di una corposa biografia pulitzeriana e divorato con evidente entusiasmo in due giorni, è diventato una rilettura costante degli ultimi mesi principalmente per due motivi: la bellezza, per occhi e cuore, di una prosa elegante, lavorata nella forma con una perizia d’altri tempi e la meraviglia continua di scoprire chi fosse davvero Joseph Pulitzer.

Cieco, tormentato da disturbi nervosi, totalmente dipendente dagli altri, negli ultimi anni di vita Pulitzer assunse Alleyne Ireland tra i suoi segretari e da questa esperienza è nato il libro che ora, dopo 103 anni, arriva in Italia.

Non voglio raccontarlo, né anticipare sensazioni, scene e stati d’animo che sa muovere nel lettore, perché queste sono sorprese che affiorano continue dal momento esatto in cui Joseph Pulitzer entra in scena: «Prima che avessi il tempo di guardarmi attorno, il signor Pulitzer fece il suo ingresso nella stanza al braccio del maggiordomo. La mia prima, rapida impressione fu di un uomo molto alto, dalle spalle larghe, con il resto del corpo che si assottigliava, un volto espressivo, la folta barba rossiccia striata di grigio e i capelli neri pettinati all’indietro con lievi accenni di un bianco argenteo. Uno degli occhi era spento e mezzo chiuso, l’altro di un azzurro intenso e brillante che, lontano dal suggerire cecità, creava all’istante l’effetto di uno sguardo d’aquila indagatore. La mano protesa era grande, forte, nervosa, piena di carattere, e terminava con belle unghie impeccabilmente curate. Una voce acuta, limpida, penetrante lanciò la strana provocazione: “Be’, avete davanti a voi il deprimente relitto che sarà vostro ospite, dovrete accontentarvi e fare del vostro meglio. Datemi il braccio e accompagnatemi a tavola”».

Quel “deprimente relitto” stregherà per sempre Alleyne Ireland, che lo ricambierà colmando un vuoto biografico dando vita a questo libro, ritratto delicato e amorevole omaggio che, dopo un cammino lungo un secolo, adesso è pronto per stregare anche i lettori italiani.

Immagine di copertina: particolare del Ritratto di Joseph Pulitzer, di John Singer Sargent.

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