Indignazione

Per un’indignazione costruttiva

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– di Pierre Rabhi –

È impossibile non essere indignati per l’andamento e le condizioni del mondo. Si ha l’impressione di un immenso scempio, che avremmo potuto evitare se solo avessimo adottato un modello di società che unisse intelligenza e generosità. Ora, l’indignazione è sempre stata seguita dalla rivolta. Questa può essere efficace o impotente, a seconda delle circostanze. Può generare tanto qualcosa di meglio quanto qualcosa di peggio; la storia è piena di esempi a riguardo. Alcune delle dittature più feroci hanno colto il pretesto di una rivolta del tutto legittima contro l’oppressione per instaurarsi. Sfortunatamente, gli oppressi sono oppressori in potenza, e sarà sempre così fino a che ogni individuo non avrà sradicato da sé i germi dell’oppressione. Le cose non sono cambiate e, mentre commemoriamo la caduta di muri, altri ne vengono costruiti sotto i nostri occhi, dopo essere stati eretti nei nostri cuori… L’umanità è versatile, imprevedibile, mossa da meccanismi soggettivi incontrollabili che ci invitano alla circospezione: da lei non bisogna aspettarsi di più di quanto può dare. Nel corso dei secoli la storia ci ha abituati a veder sfilare eroi acclamati come salvatori da folle esultanti, per essere qualche tempo dopo congedati, o persino giustiziati, se non soddisfano più le aspettative, a volte smisurate, di cui erano oggetto. A meno che non si installino definitivamente al potere, un potere autoritario a vita, o addirittura instaurino dinastie illegittime. Nel contesto di un mondo tanto corrotto dalla vigliaccheria e dal consenso cieco dei cittadini, c’è qualcosa di patetico nell’eterna ricerca dell’uomo mandato dalla provvidenza e del capro espiatorio. Oggi, per una perversione della democrazia – che non inganna nemmeno più l’opinione pubblica – vengono messi sul trono dittatori di una natura particolare, investiti da parodie di suffragio universale. E questo è ancora oggi ammesso perché una rete di interessi occulti e sotterranei soffoca l’indignazione alla nascita e, davanti a ogni spregevolezza, ci si accontenta di qualche inutile protesta. Questo ci solleverà dalla responsabilità nei confronti del nostro destino individuale e di quello della collettività? Destini il cui senso e il cui scopo spesso sfuggono alla nostra comprensione… Così, azione e reazione costituiscono la trama e l’ordito della storia. Per uscire dall’impasse possiamo immaginare una logica che non sia fondata né sulla dinamica dell’antagonismo di opposizioni e rivalità, con la loro schiera di violenze di ogni sorta, né su un consenso sterile fondato sulle compromissioni imposte dalla supremazia del denaro, causa dei più grandi disastri sul pianeta? Visto il punto cui è arrivata l’evoluzione del genere umano, con le attuali scadenze e la posta in gioco che reclamano scelte decisive, la risposta a questa domanda non potrà più essere rimandata, e ancor meno elusa. È arrivato il tempo di sapere dove vogliamo andare e quale vita vogliamo vivere affinché il nostro passaggio sulla terra abbia un senso; perché bisogna proprio riconoscere che per il momento la nostra presenza nel mondo, visto ciò che ha provocato sulla sfera vivente, fa pensare piuttosto a un increscioso incidente.

L’umanità ha un tale bisogno di credere e sperare che è sempre pronta al compromesso, e a correre dei rischi spesso valutati male. Visti i miei impegni di vita, a volte qualcuno mi rimprovera di non essere sufficientemente virulento nelle mie proteste. «Come fai a mantenere la calma davanti alle situazioni più intollerabili?» Tali situazioni sono in effetti così numerose che la nostra vita rischia di essere una lunga indignazione orchestrante uno stato di impotenza permanente.

«Sei ottimista o pessimista per il futuro?» Bernanos scriveva che l’ottimista è un imbecille felice e il pessimista un imbecille triste. La società è chiaramente sempre più ansiogena e questo aumenta di pari passo con la devastazione della biosfera e l’indigenza di cui è responsabile la sempre crescente avidità del genere umano. Profezie degne delle antiche pizie e predizioni del tutto irrazionali convivono con prospettive e pronostici fondati sui cosiddetti dati scientifici più rigorosi, che a loro volta provocano non meno controversie, scetticismo, incredulità, pessimismo, o la fede più indistruttibile in un avvenire migliore. Tutto ciò non ci illuminerà affatto, fintanto che non capiremo che ogni crisi umana è causata dall’uomo e che, fatta eccezione per i fattori che non possiamo controllare, il futuro sarà quello che ne faranno gli uomini. Nient’altro.

Se la mia natura profonda, a dispetto di una ribellione precoce e tuttora viva, non mi ha mai spinto alla protesta virulenta, ciò non significa che io predichi la passività. Capisco che l’indignazione possa generare una legittima esasperazione, un’espressione forte della quale può, in alcuni casi, rivelarsi indispensabile per cambiare le cose; ma bisogna sapere di che cambiamento si tratta e quale ne è lo scopo. Noi abbiamo in qualche modo il dovere di alimentare l’indignazione per non cadere nell’indifferenza o in un sentimento di fatalità che ci precipiterebbe nell’impotenza – il che sarebbe terribile per la nostra dignità.

Si dà il caso che, invece di sfociare in una rivolta virulenta, che può dare l’impressione di avere già agito, l’indignazione sia stata per me uno sprone, una forza che mi ha incitato a trovare nuove vie per dimostrare che altri comportamenti e altre scelte sono possibili se ci mettiamo tutta la nostra convinzione.

Più che mai faccio appello a quell’insurrezione delle coscienze che era il mio slogan elettorale. Una tale interpellanza indirizzata a ogni donna e ogni uomo viene probabilmente recepita sempre meglio. Potrebbe suscitare una politica concretamente attiva, fondata sulla potenza della moderazione come antidoto alla potenza del guadagno. Creare un microcosmo in cui il nostro libero arbitrio possa essere esercitato in tutta sovranità è fattibile e necessario al cambiamento del mondo. Potremo affrancarci dalla tirannia della finanza solo organizzandoci per non dipenderne più totalmente. E per raggiungere lo scopo la sobrietà si dimostra una necessità assoluta. Sta solo a noi farne una scelta felice comprendendola a fondo, per approdare a una vita più leggera, tranquilla e libera.

Siamo contenti di constatare che a incarnare una tanto meravigliosa mutazione fioriscono naturalmente e ovunque nella società civile numerose iniziative. Incontro sempre più giovani che dicono di volersi realizzare nella vita e non solo nella carriera, dirigenti d’azienda che dichiarano di aver avuto successo socialmente ma di aver fallito umanamente. Le domande cambiano, dunque, in relazione ai criteri di cui sopra, e la ricerca di senso sembra diventare una priorità negli impegni di vita. Certo, aspirazioni forti a una vita semplice sono ancora frenate dalla rigidità di istituzioni obsolete e strutture che dovranno per forza integrare la nuova evoluzione della società contemporanea. È paradossale che persino per vivere sobriamente su un pezzo di terra, cosa cui sempre più gente aspira, si debba prima avere una buona disponibilità economica. Riscontreremo in maniera sempre più evidente che vivere semplicemente costa caro? Saranno più che mai necessarie politiche nuove, realistiche e attente ai grandi movimenti che oggi si propagano guadagnando terreno, non per imbrigliarli – sarebbe vano – ma per accompagnarli. La difficile congiuntura mondiale che le avrà suscitate le renderà ogni giorno un po’ più universali.

Le utopie fioriscono, per fortuna, e, anche se non tutte sono coronate da successo, testimoniano comunque forti propositi in favore di un mondo diverso. Tuttavia bisogna diffidare dell’effetto lente d’ingrandimento. C’è una massa considerevole di cittadini, più o meno comodamente inseriti nel vecchio modello, che non riesce a immaginare che questo possa essere rimesso in discussione. Non sembra ancora giunto il tempo in cui i Paesi cosiddetti sviluppati riusciranno a capire che hanno tutto l’interesse a salvaguardare le loro strutture sociali tradizionali arricchendole degli apporti positivi della modernità. I Paesi cosiddetti emergenti «si avventano» sul vecchio modello, vi aspirano con tutta l’energia che suscita il mito del successo calcato su un modello che ha dato dimostrazione del suo fallimento. È la ragione per cui bisogna considerare le iniziative innovatrici dei Paesi cosiddetti avanzati come altrettanti prototipi che anticipano ciò che sarà universalmente indispensabile in un futuro di cui il minimo che si possa dire è che è incerto. Sono cosciente, predicando la sobrietà felice, di «accollarmi» una problematica complessa. Con questa testimonianza ho voluto tentare di renderla intelligibile, senza alcuna certezza di esserci riuscito; forse sarà il futuro a dirlo.


Pubblichiamo quest’estratto di La sobrietà felice di Pierre Rabhi a poche ore dalla vittoria politica di Podemos in Spagna come riflessione sui temi dell’indignazione nella speranza che “Le utopie fioriscono… e testimoniano forti propositi in favore di un mondo diverso“.

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