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Passato, presente, futuro: Archivio Magazine

ARTI, EDITORIA 1 Commento

-di Enea Brigatti-

«Guarda come è bella Torino mentre noi siamo in ufficio a lavorare.»
Ha ragione Stefano: sono le dodici di un giovedì di dicembre qualsiasi, a quest’ora la città è piena di luce, si muove sempre svelta ma con più tranquillità, si respira un’aria quasi di montagna da quanto è limpido il cielo.
Camminiamo con le mani in tasca, lungo i bordi di quel tipo di quotidianità che si conosce poco perché sempre affaccendati in qualcosa d’altro, come quando al liceo manca un professore e allora si esce un’ora prima da scuola.
In pochi minuti siamo già in Piazza Bodoni: passiamo accanto al cinema Nazionale e suoniamo il campanello di una villa imponente.

Abbiamo appuntamento con Matteo Milaneschi, l’editor insieme ad Achille Filipponi della rivista Archivio.
Archivio è un progetto di Promemoria, azienda torinese che si occupa della gestione e valorizzare gli archivi storici di aziende, istituzioni, brand: è stato pensato e voluto da Andrea Montorio, che di Promemoria è il fondatore insieme a Gisella Riva.

Il giorno precedente, a metà pomeriggio Stefano mi mostra l’immagine di una rivista sul suo computer: una scritta a caratteri bastoni trionfa su uno sfondo giallo, poco sotto l’immagine di due punk con la cresta
Sembra L’Europeo ma non lo è: la mia attenzione è catturata.
«Conosco chi l’ha fatta, se ti interessa domani andiamo a trovarli, sono nostri vicini di casa editrice: due minuti e siamo lì.»

Ed eccoci qui davanti al portone di Promemoria: ci accoglie Matteo, che ci fa accomodare in una stanza dove il tavolo è stato ricavato da un vecchio piano da ping-pong.
Appoggiato sul verde bottiglia del tavolo, Archivio spicca ancora di più che sul monitor: ha un formato ampio, la copertina di carta telata, uno spessore importante.

Matteo ci racconta che ci hanno lavorato per un anno: «Andrea Montorio due anni fa ha contattato Nationhood, lo studio che dirigo insieme ad Achille Filipponi, chiedendoci di realizzare un magazine che basasse i propri contenuti sui materiali che si possono reperire aprendo le porte di archivi pubblici e privati, italiani e internazionali.
Archivio
è il risultato dell’input dato da Promemoria: il loro obiettivo è quello di rinnovare il mondo degli archivi, renderlo fruibile, interessante e allo stesso tempo popolare.
Il rischio è quello di compiere l’ennesima operazione nostalgica, magari con una nota di ironia, uniformarsi al trend del vintage.
Una ragazza in bikini su una Vespa anni Sessanta, quella è la morte del concetto di fare archivio: prendi degli stereotipi, crei nostalgia e ti fermi lì.

Noi abbiamo cercato di fare tutto il contrario rispetto a ciò che si possa considerare nostalgico o vintage, cogliere tutto ciò che il passato o il presente hanno da dare sui temi della memoria, rivitalizzandolo, dandogli un senso oggi.
Promemoria
ci ha dato una grande mano da un punto di vista logistico, tecnico; riguardo il taglio editoriale abbiamo avuto invece carta bianca e totale libertà di movimento.»
L’obiettivo era quello di creare un ponte fra il mondo normale e il mondo con la lente di ingrandimento degli archivi, che vive nella polvere e nel buio.
Questo ponte fa sì che le persone, dallo studente che frequenta la Saint Martins al collezionista d’arte comprino il giornale perché è fruibile, d’intrattenimento, ma anche denso di approfondimenti e immersioni in contenuti che non troverebbero da nessun’altra parte.

Due anni fa abbiamo fatto una ricerca, stupendoci che non ci fossero pubblicazioni riguardanti il tema dell’archiviazione nonostante fosse un argomento caldo (pensate anche solo alla trama di Blade Runner 2049). 
Archivio
è una rivista sulla memoria nel senso di futuro, presente e passato: attingiamo dagli archivi e lo dichiariamo espressamente già dal titolo.

Non stiamo facendo un magazine a tema, non è un giornale di moda, di design, di fotografia.
Sul piano editoriale ci vogliamo connotare come un magazine italiano: Archivio sarà distribuito in tutta Europa, e proprio in questi giorni stiamo firmando un contratto di distribuzione per gli Stati Uniti.
Quando abbiamo stretto l’accordo con Promemoria abbiamo fatto delle ricerche molto fitte: competitor, mercati, fasce d’età.
Un prodotto come Archivio all’estero ha buoni margini di essere acquistato: è una questione di portafoglio, qui dodici euro li spenderebbero in pochi per un prodotto così.
E poi se andiamo negli archivi italiani e ne usciamo con cose iconograficamente molto italiane interesseranno maggiormente agli stranieri: non è un caso che ci sono magazine, ad esempio Disegno, che sono danesi o svedesi ma che si danno nomi in italiano
Siamo una rivista italiana che cita l’editoria migliore del nostro Paese: Epoca, L’Europeo e Domus periodo anni Settanta-Ottanta.

A partire dalla nostra esperienza lavorativa nell’editoria di cultura visiva contemporanea sappiamo bene qual è un prodotto che nel bookshop della Tate possa stare a fianco a magazine come GentlewomanApartamento.
In redazione siamo io e Achille Filipponi che coodirigiamo il magazine, e Alba Solaro, ex caporedattrice di Marie Claire. Poi abbiamo un art director, Giandomenico Carpentieri (che con Filipponi cura Yard Press), per la parte di copy editor Francesco Rossa e Silvia Vecchini, e infine Marie Abdulhamid che si interfaccia con gli archivi stranieri: la cosa difficile nel dare una forma a una rivista come Archivio è che nella maggior parte dei magazine sopra citati la redazione fa una ricerca online, trova qualcosa postata da un blog, da un fotografo, da un illustratore o un artista che segue, manda una mail e fissa il servizio.
Nel nostro caso è necessario prendere un treno, o un aereo, mettersi i guanti e cercare fino a che non si trova qualcosa di spendibile editorialmente.
Per realizzare un numero le tempistiche si allungano: l’obiettivo è pubblicare due uscite all’anno.»

La rivista è composta da ventisei articoli in lingua inglese, con traduzione italiana in appendice, e dalle schede tecniche degli archivi dai quali sono stati tratti i contenuti.

Gli articoli si dividono fra interventi ad hoc e rubriche pensate per diventare una costante anche nei numeri successivi. Ogni intervento si apre con una indicizzazione tipica da archivio, che riporta l’indicazione geografica, il nome del fondo, la data alla quale risalgono i materiali di cui sia parla e la forma in cui sono conservati.

Il macroargomento della memoria viene legato a una tematica definita: il tema di questo numero è la sfida, affrontata in ogni articolo da una diversa angolazione.

Quando si entra nell’articolo, in alto a lato, è sempre esplicitato il rapporto che il contenuto ha con il tema scelto.

Spiega Matteo: «Quando troviamo delle cose negli archivi cerchiamo una connessione logica che crei il tema: noi ora abbiamo già un sacco di materiale per il secondo numero, che ne ha definito il tema mano a mano.
Quando lo troviamo poi cerchiamo dei contributor, scrittori, artisti, giornalisti che possano dare un punto di vista appropriato su quel tema».

Unione Sovietica, siamo nei giorni della Perestrojka.
A Mosca filtrano poche informazioni su quello che succede in Occidente: poche e tutte insieme.Le giovani generazioni iniziano così a reinterpretare artigianalmente le mode occidentali, trasformando la città in un immaginario set dei Guerrieri della notte: chi sceglie la breakdance, chi abbraccia la cultura dei teddy boys, chi le pose da duro dei rockers in motocicletta.
Uno di loro, Misha Buster, che all’epoca aveva sposato la causa punk, ha conservato tutto: materiale di fotografi sia professionisti che amatoriali. Nasce così Kompost, un archivio sulle subculture giovanili moscovite consultabile online.

Studs Terkel negli anni Cinquanta mette davanti a un microfono e registra l’America che lo circonda: intervista le persone che incontra per la strada, gli intellettuali, i governanti, i lavoratori.
Le sue domande riguardano i grandi temi dell’epoca, senza timore di toccare argomenti complessi: il conflitto interrazziale, la lotta di classe, l’influenza del capitalismo sulla vita quotidiana.
Parla di fine del sogno americano, e siamo solo a metà secolo.
Questo è un esempio di un contenuto strategico: abbiamo scoperto online l’archivio audio delle interviste di Sterkel, e negli stessi giorni Trump vinceva le elezioni presidenziali.
Abbiamo pensato fosse interessante riprendere il suo lavoro, allora abbiamo chiesto allo scrittore Marco Lupo di selezionare alcune fra le storie più significative raccolte da Terkel: lui le ha riportate in un bellissimo testo, che racconta il Paese come era allora, a cui noi per contrasto abbiamo aggiunto le foto che Gus Powell ha scattato fra il 1998 e il 2007 ai lavoratori americani in pausa pranzo, per un progetto chiamato Lunch Pictures.
Un punto di vista contemporaneo a cui aggiungere il racconto del passato per dire che in America nulla è cambiato in questi ultimi cinquant’anni, se non addirittura peggiorato

In ogni numero apriremo la finestra su un archivio che ci interessa da un punto di vista metodologico, e gli daremo voce. In questa prima uscita Silvia Vecchini ha intervistato la Dottoressa Enrica Bordato, che lavora come archivista al Politecnico di Torino e che è riuscita, tramite un metodo alla Blow up di Antonioni, a datare le statue collocate all’interno del Santuario dei Piloni di Montagna d’Alba.
Quando ha iniziato a lavorare al Fondo Musso-Clemente, donato al Politecnico nel 1989, Bordato ha notato subito qualcosa di familiare.
I Musso erano una famiglia di scultori e decoratori: nelle foto del loro atelier la Dottoressa ha riconosciuto le statue dei Sacri Monti, che all’epoca avevano ancora una datazione incerta.
Nelle stesse foto, Bordato ha individuato sullo sfondo alcune tombe e tramite le date riportata sulle lapidi è risalita al periodo di realizzazione delle statue che compongono il gruppo della Via Crucis dei Sacri Monti, incrociando questo dato con altre ricerche parallele: consultazioni di catasti comunali, foto di famiglia, corrispondenza via posta, intuizioni confermate stringendo il campo, isolando nomi, immagini, date.

Quando siamo andati a visitare l’Archivio di Fiera Milano pensavamo che avremmo trovato molte foto di maniera, molte motociclette, molte Vespe. Invece abbiamo scovato dei fotografi incredibili, che si erano concentrati nel ritrarre l’architettura degli allestimenti fieristici, le masse, le personalità eminenti in visita ufficiale: in questo bianco e nero c’è tutta l’Italia del boom economico, ed è interessante anche in questo caso realizzare come quel sogno si sia infranto nel giro di pochi decenni.
Oggi di quelle speranza cosa rimane? Nulla, se non queste fotografie.

Il Gabinetto Viesseux a Firenze lo conosciamo tutti, o se non tutti almeno quelli che hanno fatto Lettere all’università. Al Gabinetto è conservato il Fondo Pasolini, fra cui i suoi disegni del periodo in cui lui voleva fare il pittore. Ne abbiamo selezionati alcuni, i più significativi e li abbiamo affiancati a un testo preso dal Setaccio, la rivista universitaria sulla quale Pasolini scriveva quando studiava a Bologna sotto il fascismo: si intitola I giovani e l’attesa, e parla del ruolo del giovane nella cultura, della rivendicazione del ruolo del giovane nella società.

Questo è invece è il classico caso di profeta in patria incompreso: se Arrigo Bugiani fosse nato all’estero avrebbe sicuramente riscosso riconoscimenti maggiore rispetto a quanto ne ha avuti in Italia.
Dal 1960 al 1994 è la mente, e la mano, dietro I libretti di Mal’aria: un foglio A4 piegato in due, un magazine a tutti gli effetti, in cui Bugiani raccoglie amici poeti, scrittori, grafici – scrive per lui gente come Sbarbaro per intenderci -, creando dei libretti stampati su carta da pacco, su carta destinate ad un uso diverso rispetto al lavoro editoriale come quella recuperata alla fabbrica Italsider dove lavorava per guadagnarsi da vivere.
Bugiani stampava e e spediva direttamente agli abbonati, ora una parte consistente delle uscite dei Libretti di Mal’aria sono conservati al Gabinetto Visseaux cui si faceva riferimento precedentemente.

Quando ci congediamo dalla sede di Promemoria Matteo ci dà appuntamento a giugno per Archivissima, prima edizione del Festival degli Archivi a cura di Promemoria.

Qualche giorno dopo raggiungo telefonicamente Andrea Montorio, per saperne qualcosa di più: senza nessun motivo, quando telefono in ufficio mi chiudo nello sgabuzzino della cartoleria, fra buste piccole-grandi-medie e faccio partire la chiamata.
«Dal 6 all’8 giugno Torino sarà la città degli archivi: il Festival nasce come evoluzione della Notte degli Archivi, un appuntamento che negli ultimi due anni ha riscosso molta attenzione e una risposta di pubblico importante.
A questo punto abbiamo pensato che sarebbe stato interessante organizzare tre giorni di appuntamenti e workshop pensati per gli operatori del settore, come gli incontri dedicati ai giovani studiosi della materia, e allo stesso tempo per un pubblico generalista.
La vediamo come la chiusura di un cerchio: arriverà al termine di un lungo lavoro di promozione della cultura dell’archivio nelle scuole e in contemporanea con l’uscita del secondo numero di Archivio, un progetto innovativo che riempie un vuoto editoriale e nel quale crediamo molto.»

Chiudiamo con una considerazione breve sullo stato degli archivi nell’immaginario collettivo, da impenetrabili e oscuri depositi a irrinunciabili tesori ai quali votarsi: «È un momento storico molto favorevole per il concetto di archivio: solo cinque anni fa se ne parlava come di qualcosa di inutile, polveroso, e troppo costoso da mantenere.
Ora qualunque istituzione, pubblica o privata, ha compreso invece che sono fondamentali per la creazione della propria identità. Un archivio è sempre legato a una contenuto: e in questo momento i contenuti dominano la scena.
In linea generale si apprezza l’archivio perché c’è fame di racconto, ma per raccontare qualcosa è necessario avere il materiale grezzo, i documenti: e qui entrano in gioco gli archivi, che aspettano solo di essere riportati alla luce».

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