palmas6

L’importante è celebrare – Olimpiadi dei popoli indigeni #reportage 6

SOCIETÀ, SPORT Lascia un commento

– di Alfredo Spalla –

Con questo pezzo di conclude il viaggio di Alfredo Spalla a Plamas, un percorso che ci ha fatto conoscere in sei puntate i Primi Mondiali Indigeni.


Simbologia, rivendicazioni politiche, divertimento e fratellanza. I primi Giochi Mondiali Indigeni della storia sono andati oltre una semplice manifestazione sportiva. Non poteva essere altrimenti, non foss’altro per i protagonisti dell’evento. Assistendo alle varie competizioni e conversando con molti atleti, è stato facile capire che per i nativi lo sport ha un significato differente rispetto ai valori occidentali. Ingloba una serie di opportunità e sfide che, purtroppo, il nostro attuale agonismo ha appiattito nel tempo. Il primo punto riguarda la competitività fra guerrieri diversi. Non si gareggia per la gloria del pubblico o dei media, ma per l’affermazione delle proprie capacità. Sia nelle competizioni individuali sia in quelle di squadra. La vittoria rappresenta l’opportunità di “imporre” la propria forza mentale, fisica e culturale su quella di un determinato avversario. «L’importante è celebrare», diceva il claim di Palmas. Non esattamente. L’importante è conoscersi, potremmo dire. Nelle attività indigene lo scambio di conoscenze è il fulcro di ogni attività. Per questo motivo, il simbolismo è così importante prima di ogni gara.

I Giochi, però, sono stati caratterizzati anche da una forte componente politica, senza la quale non sarebbe possibile comprendere le rivendicazioni degli indigeni brasiliani e di tutto il mondo. Dopo i primi giorni di entusiasmo, diversi atleti hanno cominciato a vedere la manifestazione con uno spirito più critico, prendendo coscienza dei vantaggi dell’esposizione mediatica. E la domanda ha accompagnato un po’ tutti gli addetti ai lavori: «Queste Olimpiadi indigene sono state uno show del governo Rousseff o una celebrazione di culture millenarie?». Rispondere non è facile, ma la sensazione è che i popoli indigeni non barattino la propria dignità con operazioni di marketing. Tantomeno con promesse. Le delegazioni presenti avevano lasciato il proprio villaggio per mostrare tradizioni e necessità, non per essere fenomeni da immortalare nelle fotogallery di mezzo mondo. L’esposizione mediatica, però, ha finito per essere una lancia in mano agli indigeni. L’hanno scagliata in tutte le direzioni, e il più lontano possibile. Il governo brasiliano, invece, ha imparato a non sottovalutare le proprie radici. Tanti ragazzi giovani si sono messi in mostra fuori dalle loro riserve, dimostrando di avere capacità sportive apprezzabili. Le batterie dei 100 metri piani sono state corse a una media di 10.70 secondi. A piedi scalzi, sulla sabbia e senza particolare preparazione. Usain Bolt, recordista mondiale, li chiude in 9.58. A certi livelli un secondo è un abisso, ma il potenziale senza dubbio esiste.

La storia che mi ha maggiormente colpito è stata quella di Atilano Flaco, un indio del Panama. La sua delegazione lo sceglie, insieme ad altri tre atleti, per partecipare alle prove di canottaggio nel Ribeirão Taquaruçu, il fiume che scorre vicino all’Arena dei Giochi. Durante le qualificazioni, la coppia panamense dimostra una particolare abilità, così decido di saperne di più: «È la prima volta che disputo una gara di canottaggio», mi spiega Atilano. «Remo molto per lavoro, ma non per sport. La mattina mi alzo alle 5.30, poi lavoro in un villaggio turistico fino alle 14 e quando stacco vado a pescare. La canoa la uso per lavoro o per pesca». Atilano ogni giorno accompagna in barca i turisti che arrivano nella città di Colón, conducendoli fino alla comunità di Embera Quera. Avanti e indietro su una barca a motore costruita da lui stesso. Qualche anno fa, la famiglia di Atilano viveva vicino alla frontiera con la Colombia, ma poi ha deciso di spostarsi. La sua comunità, a differenza delle altre, ha comprato il terreno su cui vive, stipulando un accordo con il governo per attrarre turisti. «Non ci può cacciare nessuno, perché è casa nostra ormai. Non si poteva più vivere di agricoltura e pesca, così abbiamo chiesto alle autorità di darci una mano nel turismo». Il trasferimento nell’area centrale del Panama, però, non è stato dettato da opportunità, ma piuttosto dalla paura: «Le FARC , le forze armate della guerriglia colombiana, ci sequestravano sistematicamente il raccolto. Non si riusciva nemmeno a mangiare. Nel villaggio, poi, sono stati portati via molti adolescenti per essere arruolati a forza nella guerriglia. Quando avevo 8 anni, presero un mio amico di 12. Nessuno ha più avuto sue notizie». La vita di Atilano adesso è tranquilla, può perfino godersi il successo nella batteria del penultimo giorno. Solo la finale lo separa da una vittoria che per lui significherebbe molto. «In tanti remano bene, gli xerente conoscono meglio queste acque. Ci proverò lo stesso», mi dice prima di andarsene.

Nel pomeriggio, l’organizzazione tira le somme della manifestazione. La prossima edizione si terrà in Canada, molto probabilmente a Toronto. Gli indigeni stranieri hanno inoltre espressamente richiesto che il Brasile sia sede permanente del comitato internazionale. Il sindaco di Palmas spera che la sua città sia la prescelta: «Voglio che diventi un po’ come Losanna con il Comitato Olimpico Internazionale», spiega sorridendo. Si ripartirà nel 2017, come conferma il responsabile Willie Little Child: «Vi aspetto tutti in Canada», grida dal palco della Capanna della Saggezza. Alla prossima edizione ci sarà anche Atilano, pronto a difendere il titolo di primo campione mondiale di canottaggio indigeno della storia. Non aveva mai gareggiato in vita sua, ma ha vinto. Questo è lo sport indigeno.

Leggi gli altri report da #Palmas2015

Condividi