PALMAS2015

Olimpiadi dei popoli indigeni – reportage #1

SOCIETÀ, SPORT Lascia un commento

– di Alfredo Spalla – dai Jogos Mundiais dos Povos Indigenas, Brasile

Il 23 ottobre, sono cominciate in Brasile le prime Olimpiade dei popoli indigeni, una manifestazione sportiva che vede coinvolte le popolazioni indigene del mondo. Una serie di gare sportive che ha come obiettivo l’integrazione e la rivendicazione di culture spesso dimenticate. Alfredo Spalla, giornalista, seguirà per noi i Giochi con reportage, foto e il racconto di questo evento dalla grande portata simbolica e anche spettacolare. Questo il suo primo pezzo da #Palmas2015.


«Non è solo un evento sportivo. Abbiamo un debito di 2000 anni con le popolazioni indigene. È arrivato il momento di onorarlo», dice Julio Baptista, professore di geografia, mentre attende che abbia inizio la prima Olimpiade indigena della storia. Palmas, la sua città, è stata scelta per l’evento, che riunisce 23 etnie brasiliane e atleti di altri 23 Paesi stranieri. Dalle Filippine all’Etiopia, passando per il Messico. Tutti accorsi nel Nord del Brasile per celebrare la cultura indigena, a ritmo di sport, rituali e integrazione. Le prove, inusuali per gli sportivi occidentali, prevedono corse con i tronchi, tiro alla fune e discipline propriamente indigene come, ad esempio, il Jikunahati, una specie di calcio che si gioca strisciando poiché il pallone può essere colpito solo con la testa. Si andrà avanti fino al primo novembre, quando si chiuderà un’edizione che il governo brasiliano ha già ribattezzato “storica”.

Fra i partecipanti c’è anche João Paulo, giovane dell’etnia manoki. Il suo villaggio si trova nella regione di Mato Grosso, che confina con la Bolivia. Secondo le stime del 2010, esistono solo 102 indigeni della stessa etnia di João Paulo. Ed è per questo che lui s’impegna a preservarne la tradizione: «Nella mia comunità lavoro come professore di iranxe, la nostra lingua. Insegno ai bambini l’alfabetizzazione basica, per il portoghese invece ci sono altri docenti. La nostra cultura è strettamente correlata all’educazione». E il suo lavoro assume un valore doppio se si pensa che la lingua manoki è unica fra tutte le comunità del Brasile, non ha “parentele”. La parlano solo in 102.

Il cuore delle Olimpiadi è l’Arena dos Jogos, un impianto in terra battuta alla periferia di Palmas, una città costruita a tavolino circa 26 anni fa dal governo sudamericano. L’evento, insolito per un piccolo centro, ne sconvolge la routine. Gran parte degli abitanti prova a trarne qualche piccolo vantaggio, tranne Silvan, di professione tassista: «Mi hanno proposto di andarmene da casa mia per affittarla durante le Olimpiadi. Potevo farci qualche soldo, ma poi dove sarei andato a vivere? Avrei rotto a casa di parenti?».

Vera e Julio, invece, si sono organizzati in anticipo. Hanno percorso 300 km per assistere ai Giochi Indigeni: «Anche nella nostra regione ci sono molti villaggi. Dobbiamo imparare a rispettare la cultura e a non fare distinzioni. Gli indios non fanno distinzioni di etnia o di età. Per loro sono davvero tutti uguali», dice con una punta di amarezza Vera.

In Brasile, però, non si può pensare di celebrare la cultura indigena senza entrare in politica. Troppi discorsi sospesi, molte promesse ancora da compiere. Lo sa bene la Presidente Dilma Rousseff, presente all’inaugurazione. Prima incontra una delegazione di popolazioni brasiliane, dopodiché si accomoda in tribuna in attesa che il sole sparisca definitivamente. Non si può iniziare prima del tramonto. Si inizia a serata inoltrata, quando la voce di Marcus, indio dell’etnia Terena rompe il silenzio: «Grazie Vita, grazie Pioggia. Ieri abbiamo pregato il Grande Spirito affinché vegliasse sulla città, portando vento e pioggia, e ci siamo riusciti!». Effettivamente la pioggia concede un po’ di tregua al calore tropicale della regione, che spesso di sera sfiora i 40 gradi.

Ban Ki-Moon, segretario generale dell’Ono, affida il proprio saluto a una lettera: «Stiamo dando voce alla popolazioni indigene, attraverso lo sport e il rispetto per i diritti umani». Non tutti, però, vedono le Olimpiadi come una manifestazione positiva. Diverse comunità colgono l’occasione per protestare contro le misure del governo brasiliano, finché un esponente dell’etnia xerente esprime il proprio disagio al microfono, dialogando direttamente con il Presidente della Repubblica.

L’inaugurazione, dopo qualche fischio e molti applausi, ha finalmente inizio. Tre indigeni si riuniscono al centro dell’Arena per invocare le divinità, mentre una coppia s’incarica dell’accensione del fuoco sacro. La cerimonia comincia: prima sfilano tutte le 23 etnie brasiliane, poi le delegazioni straniere. Ognuno entra al suono della propria musica, percorrendo un giro di campo secondo il rituale stabilito. Ogni azione, infatti, è sempre accompagnata da un rituale simbolico. I primi a entrare sono i pataxò, nome che significa “l’acqua piovana che batte sulla terra”. Una delle comunità più numerose del Paese, circa 11.800 persone. Poi il Brasile lascia spazio a Cile, Nicaragua, Guatemala, Uruguay, Guyana Francese, Panama, Canada, Perù, Messico, Colombia, Bolivia, Argentina, Filippine, Russia, Stati Uniti, Paraguay, Etiopia, Costa Rica e Nuova Zelanda che conquista il pubblico con la danza maori resa celebre dalla nazionale maschile di rugby.

Le etnie si dispongono in circolo nell’Arena fino al momento delle dimostrazioni sportive. Gli atleti dei Canela Ramkokamekrá, spinti dal tifo, si esibiscono nella corsa con i tronchi. La dinamica è simile a quella di una staffetta 4×100, ma il testimone è un tronco da 100 chili e non sempre gli atleti riescono a passarlo al compagno. Spesso rotolano a terra insieme al grande pezzo di legno. L’obiettivo è arrivare prima della squadra avversaria.

Prima partono gli uomini e dopo le donne. Alla fine il Fuoco Sacro, posizionato al fondo, si accende del tutto e sancisce l’inizio della manifestazione. Le comunità si riuniscono in circolo, iniziando il processo d’integrazione che gli organizzatori tanto perseguono. «Non siamo qui solo per fare festa, siamo qui per essere ascoltati. I governi lo devono capire», spiega Jocelyn Therese, capo delegazione della Guyana Francese. La sabbia si alza sotto i piedi di indigeni, addetti ai lavori e turisti. «Siamo tutti indigeni», grida ancora una volta, con orgoglio, Marcus.

Continua…

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