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O credi o non credi, o ami o non ami

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– di Sandro Pertini

Roma, 15 dicembre 1958

Mio caro Umberto,

sono io che oggi avrei bisogno di conforto, di parole che diano la forza di credere ancora nella vita e negli uomini. Sto attraversando un momento penoso: delusioni ed amarezze vado conoscendo ed alla mia fraterna amicizia si è risposto con la slealtà più cinica. […] Mi assale, talvolta, una disperazione da piangere. Ed ho i capelli bianchi.
Ma debbo far tacere la mia pena e pensare solo alla tua. Tu oggi conti, perché sei all’inizio del tuo cammino. Io, invece, lo sto terminando ed almeno lo terminassi bene, come bene l’iniziai.
Così questo tuo fratello maggiore a te si avvicina per vedere se gli è possibile di rasserenare il tuo spirito, onde tu possa veder chiaro in te stesso. E mi avvicino a te – come a tutti i giovani – con umiltà.
Sì, con umiltà, Umberto, perché pure noi siamo responsabili del vostro tormento, dello smarrimento, in cui vi agitate. […] Noi anziani siamo i responsabili del dramma che va soffrendo questa nostra gioventù.
Questa gioventù nata e cresciuta nel maledetto clima della guerra, in cui si è avuta una mostruosa inversione di tutti i valori morali; questa gioventù che dopo la guerra si è trovata dinanzi ai tradimenti, agli intrighi, all’egoismo e all’opportunismo degli anziani e che oggi si trova di fronte ad una società in cui regna il malcostume, l’affarismo, la corruzione, il trasformismo.
Ed hai ragione: vi si chiede di essere uomini e non avete conosciuto la serenità dell’infanzia e i sogni dell’adolescenza, così necessari ad alimentare nobilmente la vita.
E voi, i giovani di oggi, non avete ascoltata la parola dei maestri di vita, che ascoltammo noi: di Filippo Turati, di Antonio Gramsci, di Giovanni Amendola, di Piero Gobetti.
Dove sono oggi i maestri di vita d’un tempo. Qualcuno tenta, ma invano, di esserlo. La sua voce è troppo fievole, perché possa sovrastare l’urlo di questa umanità impazzita.
Oggi non esistono più, né per voi giovani, né per noi anziani, i maestri di vita di allora. Esistono solo dei rètori, dei politicanti e degli affaristi. E tutti hanno scelto a loro divisa il «Carpe diem». […] In questo clima vive, adesso, la nostra gioventù. Sì, generazione, la vostra, diversa dalla nostra. Ma pure noi, alla vostra età, fummo dei tormentati.

Tu mi chiedi di parlarti di me quasi che questo possa donarti forza per riprendere il tuo cammino.
No, Umberto, non sono e non sono mai stato un uomo «perfetto». Quanti errori ho commesso nella mia vita e quanti difetti reco in me. L’animo mio è un impasto di bene e di male. Anch’io, come te, ho sempre diffidato di chi si atteggia ad uomo «perfetto». Peraltro gli uomini, che alla perfezione si sono avvicinati, conobbero prima il male. I più grandi e veri santi, prima d’esser tali, furono grandi peccatori. E vuoi sapere «che cosa mi teneva legato alla mia fede, quando ero in carcere; che cosa maledivo e che cosa no».

Vedi, Umberto, questa tua domanda piena di ansia fa risorgere dal fondo del mio animo un ricordo: mi rivedo, tanti anni fa, nella mia cella dell’ergastolo di Santo Stefano, un mattino di primavera. Il vento improvvisamente inondò la cella del profumo d’una ginestra cresciuta sul terreno pietroso dell’isola e fiorita nella lotta. Quel profumo mi prese tutto, mi diede alla testa, mi sentii come ubriaco. Era la primavera, la vita, Umberto; la vita che scorreva fuori dall’ergastolo, lontano dalla mia giovinezza… Caddi sulla branda e piansi disperatamente, come un bambino.

Ero giovane, Umberto. Ed è tremendo, credimi, veder sfiorire, nella rinunzia, giorno per giorno, ora per ora, la propria giovinezza e sapere che questo bene prezioso non l’avresti ritrovato, uscendo di prigione. Piansi e maledii. Poi mi rialzai. Anch’io, Umberto, nella mia vita ho bestemmiato e maledetto, come bestemmio e maledico oggi. Ma ho sempre tirato avanti, sempre, come avanti tiro oggi. Vedi, Umberto, mio giovane fratello ed amico, non si può insegnare ad essere uomini di fede, come non si può insegnare ad amare. O credi o non credi, o ami o non ami.

Ed io sono stato e sono un uomo di fede. La mia fede mi ha salvato sempre e mi salverà pure adesso. Per essa uscirò da questa situazione tormentosa, per essa ritornerò a credere in me stesso e nell’umanità. Tu mi chiedi «se la protesta può divenire fede». Per esperienza so che tutte le grandi fedi sono scaturite da una protesta.

La protesta rimane solo un atto negativo, se tu ti chiudi in essa e ad essa ti abbandoni; diviene sprone per un atto positivo, se fa sorgere dinanzi alla tua mente la visione d’un mondo diverso e migliore di quello che neghi e che è causa della protesta stessa. Di qui l’atto positivo, che consiste nel proposito di partecipare alla edificazione di questo mondo nuovo, di qui la fede.

Per me la dottrina socialista postula questo mondo nuovo e ne indica i modi e i mezzi per costruirlo. Tu mi chiedi «se il socialismo è prendere o donare». È un donare e un prendere reciproco; è la solidarietà umana realizzata sui principi della libertà e della giustizia sociale. Sulla libertà, che non è – come qualcuno stolta – mente asserisce – una scoperta «borghese», bensì è una esigenza immanente dello spirito umano. Sulla giustizia sociale, che impedisce al singolo di ignorare la collettività di cui è parte, di pensare solo a se stesso e di seguire la legge del più forte, la legge della giungla; e lo sprona, invece, non a spegnere la propria personalità, bensì ad esaltarla nella solidarietà con gli altri membri della collettività.

Ascolta, Umberto. In non voglio suggestionarti perché tu scelga la mia dottrina. Se questo facessi, offenderei la mia dignità. Perché offende la propria dignità chi offende la dignità del suo vicino, cercando di violentare la sua coscienza.

Io ti sprono ancora e sempre ad essere un uomo libero anche se ciò dovesse costringerti a metterti contro di me, contro la mia fede politica. (Ci riconosceremo sempre nel nostro comune amore per la libertà).

Sii sempre, in ogni circostanza e di fronte a tutti, un uomo libero e pur di esserlo sii pronto a pagare qualsiasi prezzo. Ma tu cesserai d’essere un vero uomo libero, per divenire solo un libero animale egoista, abbandonato ai suoi istinti, se non ti adopererai perché libero come te sia il tuo vicino e se non comprenderai che gli uomini per essere liberi, è necessario prima di tutto che siano liberati dall’incubo del bisogno e se tu non ti preoccuperai perché i tuoi simili possano egualmente godere dei beni della terra. […]

È chiaro che il cammino da percorrere sarà duro e difficile. E cadremo, Umberto, malediremo e bestemmieremo, ma sapremo rialzarci e con rinnovata fede riprenderemo il nostro cammino. Questo io ho fatto nei miei quarant’anni di lotta. Ho bestemmiato, ho maledetto in questi giorni, ma so che tirerò avanti, come ieri, come sempre, tirerò avanti sino all’ultimo respiro. […]

Così, mio giovane fratello ed amico, ancora una volta, parlando con te, ho ritrovato me stesso. E cercando di rasserenare l’animo tuo, ho rasserenato il mio. Ti abbraccio.
tuo Sandro


Estratto da Sandro Pertini – Gli uomini per essere liberi – Sandro Pertini rispondeva al giovane cognato Umberto Voltolina, che gli poneva le domande e gli esponeva le questioni di un diciassettenne in ansia di confrontarsi e di maturare – pubblichiamo questo estratto in occasione dell’anniversario della nascita del presidente Pertini. Solo il 24 settembre l’ebook di Gli uomini per essere liberi sarà in offerta a 1,99 euro anziché 5,99 euro

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