Bob Dylan Don’t look back

Nessuno canta Dylan come Dylan. Soprattutto qui.

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-playlist di Maurizio Blatto, introduzione di Enea Brigatti-

Ho iniziato a comprare “Rumore” da bambino per fronteggiare la noia dei pomeriggi sulle spiagge liguri, d’estate.
La spiaggia non faceva per me: odiavo i racchettoni, il torneo di calcio insaponato, il costume sempre troppo stretto; mi piacevano invece la focaccia, il walkman e soprattutto le riviste musicali.
È stata mia madre a dirmi, durante la solita tappa quotidiana all’edicola di paese per acquistare cruciverba assortiti e il “Corriere della Sera”: «Perché non prendi quello?». Sulla copertina di quello una scritta arancione sovrastava due tizi rasati dall’aria torva (si chiamano Assalti Frontali, scoprirò poco dopo): Rumore.
Abbastanza provocatorio da potermi interessare: lo prendo.
Era il 1997 e da allora non ho mai perso un numero, il mondo a un certo punto per me era davvero tutto lì dentro.
Qualche anno dopo ho cominciato a tenere una lista dei giornalisti che ritrovavo con una certa continuità sulle colonne della rivista.
In un quadernino a righe ormai sdrucito appuntavo a fianco del nome del giornalista i dischi che aveva consigliato e, se ero riuscito a comprarli, piratarli o prenderli in prestito in biblioteca, quanto mi fossero piaciuti.
In questa lista a un certo punto spiccava sugli altri un certo Maurizio Blatto: quando tornavo dall’edicola e appoggiavo il giornale sul letto, il primo nome che andavo a cercare era il suo.
A distinguerlo una connotazione precisa. Molto spesso, al posto delle recensioni, per parlare di dischi e band Blatto raccontava una storia: che fossero poche righe o quattro pagine, il discorso prendeva spunto da un fatto personale, da un episodio autobiografico, per arrivare a parlare d’altro. Il quotidiano come materia narrativa, rivisitato tramite un’ironia amara, agrodolce, tipica della tradizione della commedia all’italiana.

A Torino è una giornata plumbea dopo molti giorni di sole e cieli azzurri, arrivo in Piazza Barcellona con la bicicletta, pregando quelle nuvole grigie sopra la mia testa di aspettare, di farmi arrivare a destinazione.
Ad attendermi dietro le serrande ancora a metà di Backdoor c’è Maurizio Blatto, lo stesso che trionfava sui miei quadernini di adolescente, e che ora è diventato persino un amico.

Blatto 1Nel frattempo Maurizio ha pubblicato due libri, uno più bello dell’altro, L’ultimo disco dei mohicani («quando gli editor mi hanno comunicato il titolo che avevano scelto per il libro mi si è gelato il sangue nelle vene, in seguito mi sono abituato e ora ci sono anche affezionato») e My Tunes, tenuto corsi di scrittura al Circolo dei Lettori di Torino, conquistato una sua rubrica fissa sulle pagine di “Rumore”, e continuato a fare il mestiere che lo impegna e lo appassiona (quasi) da sempre: il venditore di dischi.
Insieme al signor Franco, una figura mitologica che compare in molti dei suoi racconti,  è infatti il titolare di Backdoor, nel cuore del quartiere San Donato di Torino.

Blatto 5L’avevo incontrato qualche giorno prima alla presentazione di Bob Dylan. Il fantasma dell’elettricità, il nuovo volume della collana Incendi in cui Marco Rossari tenta di spiegare a un agente di polizia (ma anche un po’ al mondo intero) perché Bob Dylan abbia un ruolo così importante nella sua vita, e ci siamo accordati per incontrarci nel suo negozio per parlare un po’ del cantautore più famoso di sempre.

La conversazione però è presto andata al di fuori dei binari prestabiliti, come spesso accade, fra gli esordi su “Rumore” («era il novantasette e io non avevo mai scritto su nessuna rivista. Avevo conosciuto il direttore del giornale Alberto Campo perché all’epoca avevamo entrambi una trasmissione su Radio Flash, e così è iniziato tutto.»)e  la musica come luce che non se ne va mai («ascolto musica sempre, in tutti i contesti, a tutte le ore: a casa, in metropolitana, in macchina, al lavoro. Non mi stanco mai.»); dalla paternità vissuta da musicofilo («le mie figlie si sono appassionate alla musica senza che io imponessi loro nulla. Qualche giorno fa la più grande, che fa le superiori, mi ha mandato una sua foto da Oxford: c’è lei in un negozio di dischi con in mano una copia di Meat is murder. Sono soddisfazioni.») al giornalismo di settore («rivendico l’aver portato la narrativa all’interno della critica musicale, fino a ribaltarne gli equilibri. Non mi è mai piaciuto il modo serioso, statico, quasi oracolare di intendere il mestiere del critico.»), fino alla vita vissuta dietro il bancone di un negozio di dischi («quello che abbiamo fatto qui da Backdoor è stato creare una vera e propria comunità di appassionati. Con molti clienti c’è un rapporto personale che va al di là dei dischi o parte dai dischi stessi. Ho scritto il primo libro per raccontare le storie più assurde e divertenti che mi sono capitate nella mia esperienza di venditore di dischi: non vedo possibile un secondo capitolo perché nel frattempo è cambiato il mondo e il tessuto della società. Più che comico sarebbe un libro clinico.»)

Blatto 3Per tornare a Dylan, Maurizio ha preparato per Spazio B una playlist che racchiude in dieci brani (più uno) tutto il meglio dell’eredità multiforme che Dylan ha lasciato dietro di sé.
«Faccio compilation da sempre, direi almeno da vent’anni. Per me e per gli altri. Prima registravo in cassetta, poi mi sono dovuto adeguare ai cd, che oggi sono già demodé, ma che io non ho ancora abbandonato. Ogni playlist che registro ha un titolo e un tema: in genere parto da una mia idea. Non sempre però: ultimamente ho provato a fare delle compilation per le compagne e ai compagni di classe di mia figlia piccola. Ho chiesto loro quale fosse la propria canzone preferita e attorno a quella ho costruito delle compilation per analogia. Così nello stesso cd si trovano lo Zecchino d’Oro, i Beatles e la Motown».

Blatto 2Proprio mentre ci stiamo congedando arriva una telefonata, Maurizio si interrompe per qualche secondo.
«Franco puoi rispondere tu? Se è Marco puoi dirgli che lo richiamo verso le cinque e mezza?»
Silenzio.
«Franco era Marco? Ha detto che richiama?»
«No, nessun Marco. Hanno chiamato per chiedere informazioni su un paio di scarpe».
Sipario.

Da qui in poi la parola a Maurizio Blatto.

Blatto 6Se sei un appassionato di playlist conosci almeno uno dei trucchi base. Stupisci l’ascoltatore.
Devi incuriosirlo con quello che non sa, ma non spiazzarlo troppo.
Le dieci canzoni (più bonus) selezionate qui, si attengono a questa piccola regola aurea.
“Sanno” di Dylan, ma non gli assomigliano troppo. Perché se c’è una lezione da imparare è quella dell’allungo sdegnoso di chi non si è mai fatto ingabbiare e ha colto lo spirito del tempo, ma giusto in tempo per scappare via. Diciamo che sono piccole deviazioni dall’Highway 61, perché a rivisitarla ci aveva già pensato Lui.
Oppure che è una lista destinata a illuminare another side of Bob Dylan, l’ennesima.
Un gioco, alla fine, che sarebbe piaciuto anche a Dylan stesso, ne siamo certi.
Il guaio è che, ahinoi, non la leggerà mai. I soliti impegni presi precedentemente, ovvio.

Bright Eyes – When The President Talks To God
(da Motion Sickness: Live Recordings, 2005 Saddle Creek)

Dritta in faccia a George W. Bush, acustica e dal vivo. Conor Oberst, in arte Bright Eyes è il Dylan dell’indie rock. Smettiamo di cercarne altri.

Billy Bragg – To Have And Have Not
(da Life’s A Riot with Spy vs Spy, 1983 Go! Discs)

Nessuno più di Billy da Barking, Inghilterra,  è stato Dylan negli ultimi trent’anni.
Il socialismo dell’anima è qui, all’esordio, in un verso come Just because I dress like / this doesn’t mean I’m a communist.

 Jake Bugg – Lighting Bolt
(da Jake Bugg, 2012 Mercury)

La voce nasale, l’eco del Village, una montagna di parole. Ma siamo a Nottigham, e Jake (che si chiama Jacob Edwin Charles) ha 18 anni all’epoca e ricorda proprio Bob (che si chiama Robert Allen).

The Mojomatics – No Place To Go
(da Songs For Faraway Lovers, 2007 Alien Snatch/La Valigetta)

A riportare tutto a casa al meglio sono stati due veneziani.
Paludi e laguni: play fucking loud!

Minutemen – Bob Dylan Wrote Propaganda Songs
(da What Makes A Man Start Fires?, 1983 SST)

Il punk per come non lo conoscevamo. Amicizia, impegno, furia nel più breve tempo possibile e con la spesa minima. Qui, su cosa significa scrivere canzoni di protesta.

The Texas Instruments – Little Black Sunrise
(da Sun Tunnels, 1988 Rabid Cat)

Trio di Austin misconosciuto, purtroppo. Ballata da buio che scende lentamente e ghigno malinconico abbinato.

Simon Joyner – Christine
(da Yesterday Tomorrow And In Between, 1998 Sings, Eunuchs!)

Da Omaha, Nebraska (come Bright Eyes). Nel solco di Bob, apparentemente sgangherato in questa dedica disperata.

Pete Molinari – Look What I Made Out Of My Head Ma
(da A Virtual Landslide, 2008 Damaged Goods)

Ballata acustica con quasi tutte le parole chiave dylaniane. Da Chatam, contea del Kent, un’ora da Londra.

Meic Stevens – All About A Dream
(da Outlander, 1970 Warner Bros)

Il Dylan gallese. Prima di ritirarsi nel villaggio natale di Solva, Pembrokeshire, e cantare nella propria lingua madre.

Mary Lou Lord – His Lamest Flame
(da Live City Sounds, 2002 Rubric)

Un’eroina indie folk. Dal vivo nella metropolitana e in una piazza di Boston, con un suo “classico” tra una manciata di cover eccellenti. E ok, c’è anche You’re Gonna Make Me Lonesome When You Go.

bonus track:

Belle and Sebastian – Like Dylan In The Movies
(da If You’re Feeling Sinister, 1996 Jeepster)
Un manifesto d’attitudine. Le avversità, gli amori contrari, le delusioni dolorosamente preventivate. Vai dritto, non ti girare, fai come Dylan nei film.

Immagine di copertina: fotogramma tratto da Don’t look back di D.A. Pennebaker (1967).

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