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A Natale si gioca

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– di Stefano Delprete

Mangiare leggeri forse è impossibile, ma prepararsi a stare svegli a lungo, con qualche avanzo sul tavolino da spiluccare in caso di fame è invece necessario, perché il giorno di Natale, dopo i pacchetti e il brindisi, il rito più consueto per gli amanti del basket è l’Nba Christmas Day.

Già ce lo ha raccontato Ettore Messina nel suo Basket, uomini e altri pianeti.

È Natale, uno dei più particolari della mia vita. Lontano da casa ma con la famiglia. In panchina (o dietro che sia) ma in una lega nuova e in un nuovo ruolo. Al sole della California e non al freddo di Bologna. Vedendo dalla finestra di casa il Pier di Manhattan Beach e non Piazza Maggiore. Per l’Nba è normale festeggiare in campo giocando partite che hanno grande audience televisiva (la nostra verrà vista da 11 milioni di persone negli Usa e quasi 100.000 in Italia).

La gara è programmata per le 14 locali e il ritrovo è fissato al campo tre ore prima della palla a due. Io arrivo allo Staples Center per tempo accompagnato da un ospite d’eccezione, mio figlio Filippo, rigorosamente in divisa Lakers. Come regalo aggiuntivo rispetto a quelli trovati sotto l’albero Filippo si becca un high-five dal suo quasi connazionale Kobe Bryant: mica male!

Ettore sarà di nuovo in campo, a Houston, questa volta con i suoi San Antonio Spurs, mentre non ci sarà Kobe quella sera, ma dobbiamo prepararci alla sua assenza, perché il Black Mamba ha annunciato il ritiro a fine stagione. Kobe lo ha fatto con una lettera e ha scelto di scriverla non ai tifosi, neppure a Babbo Natale, ma al basket direttamente, usando parole che sono destinate a rimanere nella storia dello sport. In un’ipotetica Hall of Fame dedicata alle belle cose scritte sul basket le sue parole sarebbero destinate ad avere una bacheca tutta per loro, davanti a cui fermarsi per capire la bellezza del Gioco.

È ancora Messina a tornarci in aiuto se vogliamo conoscere meglio Kobe cui, oltre a mille citazioni, nel libro dedica un intero capitolo:

Studiare Kobe nel gruppo per me significa anche studiare le dinamiche del delicato rapporto Campione-Compagni. La chiave è il livello di fiducia che si instaura nei due sensi. Se questo livello non è alto il rapporto è destinato a naufragare nonostante le mediazioni. Quando parlo di «rapporto» lo intendo in senso professionale, non umano. Significa che i compagni devono poter credere di stare al livello del Campione, indipendentemente da quanto feeling li leghi a lui.

In questo Natale Nba, però, ci sono altre novità, eroi giovani che stanno cambiando il modo di interpretare e rendere speciale il basket. Si sono scritte pagine e pagine sul nuovo miracolo, sul fenomeno con il volto da bambino, su un giocatore che sta dettando modi e regole nuove per essere un leader: Stephen Curry è uno spettacolo, non c’è molto da aggiungere. Parliamo di velocità di esecuzione? L’abbiamo. Di controllo della palla? Ce n’è da vendere. Di sicurezza e controllo del proprio corpo? Siamo al massimo. Di divertimento? Lui c’è.

Ma parliamo anche di un modo di porsi e di essere, e per questo ci viene in aiuto una conferenza stampa per cui spero che sia pronta un’altra bacheca vicina a quella che ospiterà la lettera di Bryant.

20 maggio 2015, post partita Gara 1 finali di Conference. In sala stampa arriva Curry, dominatore in campo, e con lui spunta Riley, la figlia (identica al papà) di appena tre anni. Curry la tiene in braccio, lei si trova davanti giornalisti di mezzo mondo che vorrebbero chiedere al giocatore “Come ti senti dopo la vittoria?” “In cosa potete migliorare” “Dove vuoi arrivare con i Warriors?” e piccole, inutili amenità del genere… Curry si offre alle domande con lo sguardo di uno che si è appena svegliato dopo una giornata di vacanza, abbozza qualche risposta fino a quando, però, succede una delle cose più belle degli ultimi anni di sport e comunicazione. Riley prende la scena, lo fa come solo i bambini sanno, spontaneamente e con un sorriso che lascia senza parole. Gioca con tutto, fa le boccacce, toglie ogni centimetro di presunta serietà al rito atteso da tutti dell’intervista post partita. Quello è il suo momento, suo papà ha già parlato in campo. D’ora in avanti spesso sarà lei a prendere la scena nelle conferenze stampa, a dettare i tempi a giornalisti e cameraman, portando una boccata di normalità nel mondo dorato dei campioni. Vorrei vederla all’opera in un duetto con Popovich, per mettere alla prova anche il più serioso dei giornalisti da bordo campo. Gregg e Riley, a reti unificate, prima serata, tre volte a settimana. Diteci solo quando e ci saremo.

Intanto, a proposito di Giornalisti, quelli con l’iniziale maiuscola, Natale porta un altro regalo, uno di quelli che solo l’omino della Lapponia poteva immaginare. Il 25 dicembre Sky rimette insieme la coppia dei sogni. Flavio Tranquillo e Federico Buffa tornano a parlare e raccontare il basket davanti allo stesso microfono per ridare voce alla loro sintesi perfetta: il miglior giornalista sportivo a fianco al miglior storyteller che abbiamo in circolazione. Quindi conviene stare leggeri al cenone, prepararsi a rimanere svegli per bene, allacciare le cinture, tenere vicino a sé il libro di Ettore, usare i time out per salutare i parenti, twittare con La Giornata Tipo e prepararsi ad andare a dormire tardi, molto tardi, ma molto felici. Come tutti i bambini dovrebbero fare a Natale.

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