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Natale in Indonesia

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– di Elizabeth Pisani – estratto da Indonesia ecc.

Il Natale del 2011 si avvicinava, e io stavo vagando per le isole sudorientali di Maluku… Ero già stata in quelle acque, nel 2004. Il mio capo a Jakarta aveva preso la decisione improvvisa di chiudere l’ufficio per Natale e Capodanno, e io avevo pensato di farmi una vacanza in mezzo alla natura. Ero finita a Tual, la città principale delle isole Kei. Dopo appena pochi giorni il mio interesse per le spiagge spettacolari a sud della città si era esaurito, ed ero andata al porto. Una grossa nave passeggeri di legno carica di persone stava per levare la passerella. Ero saltata a bordo e mi ero seduta su una panca. Il controllore era venuto a chiedermi dove stavo andando. «Che alternative ho?» avevo risposto.

L’imponente uomo rasato vicino a me era affascinato dall’idea che fossi salita a bordo senza la più pallida idea di dove stessi andando. «Lei viene con noi» aveva dichiarato. Fine della storia.

Pak Bram e la sua famiglia stavano tornando al loro villaggio d’origine, Ohoiwait, nella poco popolata isola di Kei Besar, ad appena un paio d’ore da Tual dove adesso vivevano. Dovevano far visita alla madre di lui e a una quantità spropositata di fratelli e parenti vari.

Una jeep ammaccata ci aspettava al molo e l’intera famiglia salì a bordo, infilando regali in ogni angolo: sacchi di riso e cemento legati al tettuccio, torte infilate sotto i sedili, vassoi di uova in grembo. Ci inerpicammo sulla strada sterrata che attraversava l’isola tra boschi e campi punteggiati di villaggi tutti uguali. Poi la strada scese sulla riva opposta e si fermò di colpo. Eravamo arrivati a Ohoiwait.

La parte superiore del villaggio sorgeva in cima a una scogliera. Un ampio viale lastricato di lucidi blocchi di corallo portava dalla chiesa giù al bordo dello strapiombo; semplici case in legno decoravano i versanti. Le case erano ben tenute, porte e finestre dipinte in colori contrastanti, tende di cotone pulite fluttuanti nella brezza marina. Poi, in una cascata di 120 ripidi gradini, il viale finiva in picchiata sulla spiaggia. Per qualche ragione, la parte bassa e pianeggiante del villaggio sembrava essersi lasciata andare, come un adolescente che oscilla di proposito tra la trascuratezza e la totale sciatteria. Al largo, pesci in una varietà di livree in technicolor guizzavano attorno a una splendida barriera corallina che la gente del posto chiamava sdegnosamente “rocce colorate”.

Bram, il più piccolo di tredici figli, mi portò dritto da sua madre, che tutti chiamavano, a prescindere dalla generazione, Oma, la parola olandese per nonna. Lei mi accolse senza domande, e il mio posto nel villaggio fu assicurato. I membri della famiglia avevano già colonizzato buona parte del pavimento della casa di Oma con i materassini, così io mi sistemai a casa del cugino, dall’altra parte della strada. La famiglia mi ospitava ai pasti, e mi fece strada con semplicità nella vita quotidiana del villaggio.

Dato che il Natale si avvicinava, stavo pensando con grande affetto a quella festa di sette anni prima. Ero rimasta in contatto con Bram per un paio d’anni dopo la mia visita del 2004; poi lui aveva cambiato numero di telefono e non avevo modo di chiamarlo. Al diavolo, ho pensato, andrò comunque a Ohoiwait.

A Tual ho stampato diverse foto che avevo scattato durante la mia prima visita – Oma elegante nella sua kebaya bianca, Bram, sua moglie Maria e i loro bambini negli occhiali da sole avvolgenti che i teenager indossano quando vogliono fare colpo sui cugini del villaggio con il loro fascino da grande città, la “signora Dormitorio”, che mi aveva ospitato, la “signora Cucina”, da cui mangiava tutto il clan – e mi sono diretta a Ohoiwait. C’erano circa 300 persone strizzate in 200 posti sul motoscafo a forma di bara che andava a Kei Besar. Una vecchia signora era piegata su metà del mio sedile, fragile come una quaglia spennata. La barca continuava a sbandare; si impennava su un’onda e franava su quella successiva. La vecchia signora strillava a ogni sobbalzo. Mi ha preso la mano, stringendola fino a farmi sbiancare le nocche, dopodiché mi ha vomitato sul piede.

La strada per Ohoiwait, ancora in terra battuta, attraversa foreste piene di orchidee selvagge. Sedevo sul retro di un mototaxi, pensando a come sarebbe stato strano presentarmi, due giorni prima di Natale, a casa di una famiglia che non vedevo da sette anni, persone di cui non ricordavo nemmeno i nomi, aspettandomi di essere accolta a braccia aperte.

La mia fiducia nella generosità illimitata degli indonesiani era ben riposta. Non ero nemmeno scesa dalla moto a Ohoiwait che sono stata raccolta dalla cognata di Bram, Ona, e portata a casa di Oma. La matriarca era morta l’anno prima, a più di novant’anni. Adesso Ona e Ince (ovvero la “signora Cucina”) vivevano in quella casa con i rispettivi mariti e l’unico bambino rimasto.

Io e Ona stavamo guardando le foto che avevo portato quando è apparsa Mama Ince. Ha visto le foto. «Quelle foto sono di quando c’era Eliz!» ha detto. Io ho annuito, aspettandomi un saluto. Lei, a sua volta, aspettava che spiegassi com’ero entrata in possesso di quelle immagini. Mama Ona ha abbassato lo sguardo, imbarazzata. «È lei» ha bofonchiato. «È Elizabeth.» «Oooohh! Bu Eliz!» Ince ha alzato le mani dalla gioia. «Ma sei diventata così vecchia!»

Nel giro di un paio d’ore, io, Ona e Ince eravamo accovacciate insieme in cucina a pelare verdure che avevamo appena raccolto dietro casa, come se mi avessero aspettato, come se non fossero passati sette anni da quando ero entrata e uscita come un fulmine dalle loro vite. «Ti fermi per Natale» ha dichiarato Mama Ince, e io ho sentito un gran calore dentro.

Ince ha elencato i miei doveri sociali per il periodo natalizio, molti dei quali avevano a che fare con la chiesa. Ohoiwait è a maggioranza protestante, anche se avevo notato una moschea nella parte bassa del villaggio, che non ricordavo dalla mia visita precedente…

In cima alla lista delle mie incombenze c’era la messa divisa per sessi, in cui gli adulti del villaggio indossavano i loro migliori vestiti tradizionali, le donne eleganti in lunghe kebaya e sarong di batik, gli uomini in camice di batik o stoffe ikat di produzione locale. Mama Ince e le altre rappresentanti della parrocchia si distinguevano per le fasce di seta nera, gli uomini per le sciarpe bianche. Le panche erano state spostate in modo da trovarsi le une di fronte alle altre attorno alla navata centrale, le donne a sinistra, gli uomini a destra.

Mi hanno intimato di andare in prima fila, dove non avrei potuto distrarmi in modo troppo evidente. Per più di un’ora ho pregato, cantato e finto di ascoltare l’appassionato sermone della sacerdotessa – oggi sono più donne che uomini i preti della chiesa tradizionale calvinista di Maluku. Poi abbiamo iniziato il rituale di accensione delle candele…

All’improvviso, Mama Ona mi ha dato una gomitata nelle costole. «Ora chiamiamo Ibu Eliz» ha intonato la celebrante «che con le sue visite ci ricorda cosa significa amare la nazione dell’Indonesia e il villaggio di Ohoiwait.» E mio malgrado, mi sono commossa. Ho percorso con lentezza la navata, acceso solennemente una candela, poi sono tornata pian piano al mio posto, proprio come tutti gli altri. Queste cerimonie, in fondo, danno un senso di appartenenza. Non è una sensazione che si prova spesso a Londra o Jakarta, nei vasti spazi anonimi che plasmano le vite di una crescente proporzione di esseri umani.

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