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A Natale regala un power bank: intervista ad Alberto Forni

EDITORIA, PERSONAGGI Leave a Comment

-di Stefano Delprete-

Tra i tanti osservatori del mondo editoriale, luogo prediletto da decine di umarell che guardano, incrociano le braccia e poi ne scrivono sul giornale, ce n’è uno che ha trovato il miglior paio di occhiali disponibili per leggere le cose come stanno.

Si chiama Alberto Forni e non so che lavoro faccia, né voglio saperlo, perché temo che in realtà diriga qualcosa di molto potente che incide quotidianamente nelle nostre vite senza che noi ce ne accorgiamo.
Quindi mi piace continuare a pensare che sia innocuo, anche se, basta leggerlo per capirlo, così non è.
Alberto Forni fa lo smontatore di stupidità nascoste, professione che mette a rischio molti di noi.
In questura direbbero che Alberto Forni ci “attenziona” pressoché tutti i giorni (quando ci sono le fiere sta addirittura nei lingotti e negli expo più di tutti i blogger letterari, i tipografi in cerca di clienti e gli addetti dell’autogrill messi insieme) e sbirciando qui e là non va solo a cercare la pregiata ristampa di un Calasso «ormai introvabile, #signoramia», o la Storia della tauromachia a 3,99 euro, no, va anche alle presentazioni in cui l’autore si racconta alla zia sorda, unica persona in sala, documenta il deserto preprandiale di Rcs a Tempo di libri, si adagia nel meraviglioso universo del possibile – e dell’impensabile­ – degli editori a pagamento.
Per lui, “uno vale uno”, ma per davvero, non come quelli che hanno 5 stelle (su Amazon).
Lui guarda e non dice come stanno le cose (sarebbe la modalità del tragico), ma come appaiono (ed ecco il comico).
Senza sbagliare, Marco Drago ha scritto: «Forni è l’unica autentica credibile autorevole fonte dal mondo dell’editoria. Con Facebook ha trovato finalmente il mezzo con il quale realizzare il suo progetto di cronaca puntuale dell’esaurimento totale del significato, dell’orizzontalità disperante che sembra essere diventata la meta del nostro viaggio sulla Terra».
Credo che Forni abbia comunque riso quando è arrivato a: “Meta del nostro viaggio sulla Terra”.
Soprattutto per la maiuscola.
Ora, per Natale, a Forni vorrei chiedere qualcosa, come fossimo in un Porta a porta con Ferrari al posto di Vespa, il plastico di casa Bellonci davanti e il lindo salotto di Aragno per appoggiare le terga.
Ecco a voi Forni Alberto, classe 1965, fine lettore dei mali del libro.

Alberto, perché guardi così tanto a noi dell’editoria?
Per via «dell’esaurimento totale del significato, dell’orizzontalità disperante…»
No, in realtà non guardo a voi, guardo a noi, perché faccio parte anch’io di questo mondo. Per quanto la mia sia una posizione un po’ defilata, che mi permette uno sguardo laterale.
Anche se non vuoi sapere cosa faccio, te lo dico lo stesso. Negli anni Novanta ho curato dei progetti editoriali per Stampa Alternativa (tipo questo) e ho pubblicato un libro di racconti per Baldini&Castoldi.
Poi per dieci anni sono stato fra gli autori di Dispenser, programma serale di Radio Due.
Ho scritto per alcune riviste (Wired, T3, Flair, Grazia, Panorama) finché non ho capito che non c’era futuro. Allora mi sono buttato nel digitale, qualunque cosa voglia dire.
Attualmente lavoro appunto per una piattaforma digitale, StreetLib, curo i servizi editoriali e altre cose.
Quindi sono “dentro”, però non “così dentro” da non potermi permettere uno sguardo irriguardoso.

In tutti questi anni siamo peggiorati tanto? E dove stiamo andando?
A essere sincero non mi sembra che siete/siamo peggiorati più di tanto, è il mondo a essere cambiato, l’offerta di entertainment – per esempio – è aumentata in maniera esponenziale.
Semplicemente non abbiamo più la pazienza e il tempo e l’attenzione necessaria per la lettura. Non è poi detto che sia un male. Però tocca constatare che la narrativa è diventata del tutto irrilevante. Non esiste più un pubblico. Non so neanche se sia mai esistito fra l’altro.
E lo dico con dispiacere, come persona che per anni ha coltivato il sogno di scrivere il “grande romanzo del Novecento”, che ha creduto nel potere quasi salvifico della scrittura. Ma non è più così. Bisogna prenderne atto. La narrativa diciamo così “generalista” sta diventando la nuova poesia, una cosa di culto, destinata a pochi eletti. Poi invece possiamo parlare dei libri in generale, dalla narrativa di genere alla saggistica passando per i libri illustrati, o varia. Quelli stanno abbastanza bene. Ma ne parliamo un’altra volta, dai.

Su Facebook ti vanti spesso di una cosa: hai una delle migliori biblioteche degli orrori editoriali degli ultimi anni – anche se alcuni di quei titoli molti editori vorrebbero averli in catalogo. Di quanti titoli cresce all’anno la collezione?”
Guarda io la chiamo affettuosamente “la mia collezione di libri di merda”, in realtà sono un cultore del genere. L’estetica del brutto mi attrae moltissimo. Sono una persona curiosa e sono attratto dalle stranezze.
Metti insieme le due cose… Senza dimenticare l’adrenalinico aspetto della ricerca.
Alcuni titoli sono quasi introvabili, mi ci sono voluti anni per metterci sopra le mani. Come Signori miei di Wanna Marchi o Insegna a parlare al tuo pappagallo (con musicassetta) della De Vecchi.
I pezzi più pregiati sono comunque quelli che non sono mai entrati nel circuito ufficiale dei libri, cioè volumi usciti solo in edicola come allegati, tipo il celebre Sposerò Simon Le Bon o Guida al paninaro DOC (che su eBay passa di mano a oltre cento euro).
Altri titoli curiosi sono Il vostro cane può scrivere, degli anni Trenta, edito da Mondadori o il notevole Curarsi con il vino della Marietti.

Poi c’è tutto un filone di libri di lettere che seguo: lettere alle attrici, ai personaggi famosi, lettere al direttore, lettere di riviste. Ti cito solo Sei più bella della mia capra, cento lettere ad Angela Cavagna.
E qui mi fermo perché potrei andare avanti a lungo a parlare di questo appassionante argomento.

Tu che, come un cronista di guerra, hai frequentato i salotti buoni dell’editoria a pagamento, hai mai avuto paura?
Direi di no. C’è da avere più paura dell’editoria ufficiale che di quella a pagamento. In ogni caso io non ho nulla da perdere. A prescindere. A volte mi sono posto il problema: «Ma se parlo male di quello o prendo in giro quell’altro non è che magari dopo… (aggiungi tu il whatever)», poi mi son detto «Pace, eh, perché altrimenti non posso parlare di niente». La maggior parte dei miei amici di Facebook lavora nel mondo dell’editoria, quindi sono certo che in alcuni casi quando scrivo un post qualcuno si senta tirato in causa, se non magari offeso. Mi spiace. Anche se poi non è un problema perché tanto ormai tutti si offendono per tutto.

Sei più orgoglioso del selfie con Marina o della foto, passami il termine, porno-soft della Santacroce?
Del selfie con Marina apprezzo molto un aspetto che lì per lì, nella frenesia del momento, non avevo colto (e che mi è stato fatto poi notare), cioè che si è appoggiata a me con la tempia. In sostanza: Marina, una di noi.

Quello della Santacroce invece è un legal ass thriller molto divertente ma non voglio rubarti del prezioso spazio web. Lo racconto qui.

Sei già arrivato a scoprire il cuore di tenebra del limite alla decenza editoriale o si può fare di meglio?
No, non credo che ci sia un limite. In particolare su promozione e marketing si può sempre migliorare.
Si parte da qui e si arriva qui.

Le fascette di una volta.

La mattina quando ti alzi, cosa sogni di trovare dal libraio sotto casa?
Niente. Anche perché sotto casa ho un massaggio cinese. E comunque ormai compro tutto su Amazon, dalle pantofole ai libri. E quando non sono in casa, i pacchi li consegnano alla massaggiatrice cinese.
Se non è sinergia questa…

Nel tuo viaggio dentro l’assurdo mondo del libro ti danno più soddisfazione gli editori, gli scrittori, gli editori a pagamento o gli scrittori a pagamento?
Gli aspiranti scrittori, che poi finiscono in parte nelle fila degli scrittori a pagamento, sono la mia fissa da sempre (come dimostra il Millelire di cui sopra).
Purtroppo il confine tra pubblicati e non pubblicati ormai è diventato labile, se non proprio inesistente.
Quello che mi interessa è la persona che si mette in testa di fare una cosa senza avere la minima cognizione di causa. Mi fa proprio impazzire. E questo, se ci pensi, non succede in altri campi. Cioè, non trovi mai uno che dice «Voglio fare il fisico ma non ho mai studiato fisica», oppure «Voglio fare il pasticciere ma morissi se ho mai fatto una torta margherita in casa».
In tutti i casi si parte sempre da qualcosa, un interesse, un mezzo talento, qualcosa.
Io invece ho trovato gente che scriveva libri e non ne aveva mai letto uno. Ma non scherzo. Veri e propri analfabeti. Questo perché tutti sanno scrivere. Quindi sono scrittori. Che sarebbe come dire «Siccome so parlare sono uno speaker».

E dei lettori che “non sanno stare senza l’odore dei libri”, di quelli che li annusano proprio, non fermandosi neppure di fronte all’evidente puzza di colla, che cosa pensi?
Sono demodé, sono dei poseur, ma li rispetto, voglio dire, va bene. C’è spazio per tutti e per tutto.
Quello che faccio fatica a comprendere invece sono le battaglie di principio, questa cosa del “fortino” da difendere a tutti i costi, questa idea che parole come “antico” o “naturale” abbiano necessariamente un’accezione positiva. Ma chi l’ha detto? L’atteggiamento degli editori nei confronti del digitale è imbarazzante.
Quasi più imbarazzante delle campagne a favore della lettura che fanno passare la voglia di leggere.

Ora puoi farti una domanda e decidere se darti o meno una risposta. Fai come se fossi a casa tua.
Sei a casa tua?
Sì, in questo momento sì.

Cosa consigli a un aspirante scrittore emergente©?
Fai altro. La vita è bella©.

Regalerai mica dei libri a Natale?
Ci mancherebbe. Ormai l’hanno capito tutti che i libri sono l’ultima spiaggia di chi non sa cosa regalare e soprattutto non vuole spendere. Meglio un power bank allora. Si fa più bella figura.

Immagine di copertina di Susanna Galfrè, studentessa al secondo anno di IED a Torino.

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