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«Sono velocissimo! Combatto con il cervello» – Muhammad Ali

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– di Lilian Thuram

«Tra cento anni diranno che ero bianco… come hanno fatto con Gesù.»
Muhammad Ali

Cassius Clay, nato a Louisville nel 1942, porta il nome di un generale bianco, Cassius Marcellus Clay. Atleta eccezionale, a diciott’anni vince la medaglia d’oro dei pesi mediomassimi ai Giochi olimpici di Roma del 1960.

Nel 1962 Clay si unisce alla Nation of Islam, e cambia il suo nome in Cassius X, perché quella lettera simboleggia la sua identità africana perduta. È anche un omaggio a Malcolm X, che lo sostiene prima del match contro Sonny Liston… In seguito riceve il nome Muhammad Ali da Elijah Muhammad, leader della Nation of Islam e dei neri musulmani. «Cambiare il mio nome è stata una delle decisioni più importanti che abbia preso nella vita. Quella scelta mi ha affrancato dall’identità che era stata imposta alla mia famiglia dai padroni di schiavi.» Una riflessione che certo non rassicura l’americano medio.

«Se avessi cambiato il mio nome in Smith o in Jones nessuno si sarebbe lamentato», dichiara.

Diventato professionista nel 1963, viene eletto «pugile dell’anno» e nel 1964 sfida il campione del mondo Sonny Liston, giudicato invincibile. Tra lo stupore generale, lo batte in sei round e grida a chi vuole ascoltarlo: «Sono un nero, sono l’uomo più forte del mondo, non credo all’integrazione forzata. Perché i neri non avrebbero il diritto di dire che sono i più forti e i più belli? I bianchi lo dicono ogni giorno. In America, ogni cosa è bianca. Il Presidente è bianco, i funzionari sono bianchi, lo sceriffo è bianco, è bianco persino il lucido da scarpe; Dio è bianco, Tarzan è bianco e anche Superman, è bianca la voce celestiale e le donne si sposano in bianco. Eppure, in America il 10% degli uomini è nero. Uomini che partecipano alla gloria degli Stati Uniti nello sport, nella musica, nel canto, nella danza. Ma a che cosa serve se poi nessun nero ha un posto negli ingranaggi della nazione? Non dobbiamo scusarci di essere neri, non dobbiamo essere concilianti, non dobbiamo fare pena ai bianchi. Al contrario, dobbiamo rivendicare la nostra condizione di uomini neri.»

Dal 25 febbraio 1964 al 20 giugno 1967 Muhammad Ali domina la categoria dei pesi massimi. Poi cominciano i problemi giudiziari. Rifiuta di arruolarsi nell’esercito americano impegnato in Vietnam e diventa obiettore di coscienza, dichiarando di non avere «niente contro i vietcong» perché «nessun vietnamita mi ha mai dato del negro».

L’8 maggio 1967 compare davanti al giudice. Il 20 giugno è condannato a un’ammenda di diecimila dollari e a cinque anni di carcere. Viene privato della licenza e del titolo, che Joe Frazier riconquista a spese di Jimmy Ellis. Solo nel 1971 la Corte suprema gli riconosce il diritto di rifiutare il servizio militare. Può dunque riprendere la carriera. Deciso a riconquistare il titolo, si batte con Joe Frazier e subisce la prima sconfitta. Allora moltiplica gli incontri contro i migliori pugili americani per tornare al livello di un tempo. Gli rimane una testa da far cadere: quella di Joe Frazier. Ma il destino vuole che il suo avversario sia letteralmente annientato da George Foreman, il 22 gennaio 1973.

Per riconquistare il titolo, gli avversari da battere ora sono due. Il 31 marzo dello stesso anno il pugile Ken Norton gli rompe la mandibola. Siamo a tre. Ali sceglie di affrontarli in ordine di grandezza: Norton, Frazier e per ultimo l’imbattibile Foreman.

Avendo lasciato la scuola all’età di dieci anni, ad Ali manca una buona istruzione, ma possiede un innato senso dello spettacolo e una profonda intelligenza. Per lui la boxe è un palco dal quale gridare la sua rivolta. Declama poesie predicendo a che punto della ripresa metterà KO l’avversario. Annuncia alla stampa i suoi prossimi incontri in modo del tutto personale: «Adesso sono un professionista. Mi hanno rotto la mascella, mi hanno messo KO, sono un duro. Ho tagliato degli alberi, ho fatto qualcosa di nuovo. Mi sono battuto con un alligatore… ho lottato contro una balena. Ho afferrato il lampo, imprigionato il fulmine, ferito una pietra, mandato un mattone all’ospedale! Ieri sera ho spento la luce, ero a letto prima che la stanza fosse buia. Foreman, tu e gli altri vi inchinerete davanti a me!»

Ali batte Norton ai punti, e poi Frazier… resta ancora il famoso George Foreman. Un uomo dalla corporatura impressionante. Il parere della stampa è unanime: Ali non può batterlo. «Potrebbe succedere un miracolo», scrivono, «ma non contro Foreman, imbattuto da quaranta match, trentasette dei quali finiti con un KO! Dopo questo incontro Ali andrà in pensione.»

La leggenda vuole che ogni pugile, per quanto alto e forte, davanti a Foreman sembri rimpicciolire. A ogni colpo solleva da terra il suo allenatore che tiene il punching-ball.

Eppure Ali ripete a coloro che vogliono ascoltarlo: «Sono velocissimo! Combatto con il cervello. Sono uno scienziato, un artista! Ho una strategia. Lui è il toro, io sono il torero! Come mi si avvicinerà? Io danzerò. Avrà l’aria da idiota cercando di starmi dietro.»
Nel 1974 il manager Don King organizza l’incontro con George Foreman a Kinshasa, in Zaire (diventato nel 1997 Repubblica del Congo). Da subito Ali chiarisce le proprie intenzioni: «Sono in Africa. L’Africa è la mia casa. Al diavolo l’America e i suoi valori. Io ci abito, ma i neri vengono dall’Africa. Dopo quattrocento anni di schiavitù, torno a casa mia per battermi con i miei fratelli». Corre lungo il fiume Congo seguito da ragazzini esultanti che gridano: «Foreman, sei troppo brutto! Non rappresenti la gente di colore! Gli africani invece sono belli». E lui rilancia: «Ali, boma ye!» che significa «Ali, uccidilo!»

Foreman si presenta a Kinshasa con un pastore tedesco, i cani che i coloni belgi utilizzavano per attaccare i neri! Per tutti Foreman rappresenta l’America, il nero con la maschera bianca. Ali è lo Zaire, l’Africa. Lo chiamano il nèg’marron, come coloro che in passato si sono ribellati alla schiavitù fuggendo. Sa parlare ai neri, restituisce loro la dignità perduta.

Intanto rilascia mille dichiarazioni: «C’è molto da fare nei quartieri neri. Il nero ignora chi è davvero. Mentalmente si paragona ai bianchi. I bianchi ci hanno così plasmati a loro immagine che noi non sappiamo più chi siamo. Bisogna insegnare ai neri chi sono, la loro storia, la loro lingua, responsabilizzarli. È necessario fare le cose senza mendicare il sostegno dei bianchi».

E affonda il colpo: «Mi batterò per i miei fratelli neri che negli Stati Uniti dormono per le strade. Per i neri che hanno bisogno di assistenza, che hanno fame, i neri che ignorano la propria storia, che non hanno futuro. Andrò con il mio titolo in mezzo agli ubriachi, i drogati, le prostitute. Darò coraggio al mio popolo, a Louisville, a Indianapolis, a Cincinnati…»

Poiché parla anche di costruire un ospedale, Foreman, che non manca di senso dell’umorismo, sottolinea tranquillamente: «Pensa già di aver bisogno di un ospedale?»

L’incontro si prepara in un contesto in stile Il Gladiatore. Le foto di Mobutu Sese Seko – il sanguinario dittatore dello Zaire che ha fatto uccidere una delle mie stelle, Patrice Lumumba – sono affisse ovunque e sembrano seguire gli spettatori con lo sguardo. Sotto lo stadio da centomila posti c’è un carcere in cui sono rinchiusi duemila oppositori del regime, delinquenti e criminali. Si dice che Mobutu ne abbia fatti giustiziare cento a caso. Il 30 ottobre l’incontro ha inizio alle quattro del mattino, in modo da essere trasmesso sugli schermi americani a un’ora decente.

Lo scrittore Norman Mailer descrive una scena inconsueta. Prima dell’incontro, nello spogliatoio di Ali sono tutti abbattuti. I suoi amici sono convinti che essendo troppo orgoglioso non vorrà cedere e che finirà per farsi massacrare. Sembra di assistere all’Ultima Cena di Cristo. All’improvviso Ali chiede loro: «Perché siete così tristi?»

Poiché nessuno gli risponde, lui esclama: «Stasera danzerò! Che cosa farò stasera?»

«Danzerai.»
«Sì, danzerò e lui non ci capirà niente! Danzerò, danzerò!» I suoi amici cominciano a piangere.
Appena salito sul ring, Ali incita il pubblico a gridare: «Ali, boma ye!» Il gong suona. Si comincia. Ali attraversa il ring, ondeggia a destra e sinistra. Foreman lo osserva. Ali lo colpisce lievemente in fronte con un destro, ma il suo avversario, prudente, carica con un gancio sinistro e lo blocca. Ali riceve un montante sinistro. Cerca di attaccare Foreman alla testa, poi riesce ad assestargli un destro che lo stordisce. Ma Foreman non cade. Al contrario, recupera. Ali incassa due colpi alla testa, poi un destro molto forte proprio sotto il cuore: Foreman lo punisce.

Echeggia il gong. L’incubo che Ali temeva prende forma.

Foreman è più forte, non ha paura. Ali allora si riprende e grida alla folla «Ali, boma ye!» Centomila persone gli fanno eco: «Ali, boma ye!»

Secondo round… Mentre tutti si aspettano di vedere Ali danzare, lui boxa dando la schiena alle corde. «Ci si aspettava la farfalla e si vede una lumaca che cerca rifugio contro le corde, vi si appoggia, con i gomiti a proteggere lo stomaco e il fegato e i guanti a proteggere la faccia», scrive Alexis Philonenko.

Un giornalista lo paragona a «un uomo affacciato alla finestra che cerca di vedere se c’è qualcosa sul tetto». Sembra che non si difenda, pare pronto a cedere. Per un pugile le corde sono quasi il pavimento. In quel momento molti credono che l’incontro sia truccato… Ali non si stacca dalle corde per altri due round. Di tanto in tanto, quando è vicino a Foreman, che gliele dà di santa ragione e lo fa oscillare «come se fosse in cima a un palo», gli dice: «George, mi deludi. Pensavo che picchiassi più forte. Non sento niente».

Irritato, il suo avversario colpisce sempre più forte, con il rischio di slogarsi la spalla.

A metà del quinto round è sfinito. È allora che Ali piazza la giusta sequenza e gli assesta un gancio che lo fa indietreggiare.

Al sesto round Foreman attacca con un diretto eccezionale che tuttavia manca il bersaglio. Finisce sulle corde, che gli mozzano il fiato.

Termina il settimo round, inizia l’ottavo. Ancora trenta secondi… Ali attacca con un destro. Poi con un altro che passa sopra la spalla di Foreman e all’improvviso… la sequenza giusta! Foreman crolla. «Due… tre… quattro… cinque…» conta l’arbitro. A otto, Foreman cerca di rialzarsi. «Nove… dieci!» Troppo tardi!

È finita, Muhammad Ali ha vinto per KO.

Ali disputerà ancora ventidue incontri. Nel 1976, a Manila, sconfigge ancora una volta Joe Frazier… poi perde il titolo, lo riconquista. Infine, negli anni Ottanta il suo corpo lo tradisce. Gli viene diagnosticato il morbo di Parkinson. Il campione non nasconde il suo stato, lo mostra apertamente. Non si autocommisera, combatte per sopravvivere al suo corpo, proprio come ha combattuto per convincere i neri a superare il loro complesso di inferiorità. Nel 1996, nonostante la malattia, porta la fiaccola olimpica all’interno dello stadio di Atlanta. In quel modo il suo Paese gli rende un omaggio commosso. Ha obbligato la società americana a porsi delle domande sul razzismo verso i neri, e ha fatto del suo peso mediatico una forza politica. Se la notorietà ha un senso, è questo.


Tratto da Le mie stelle nere

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