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Mettere in mostra Il tramonto birmano

ARTI, ASIA, EDITORIA, PERSONAGGI Leave a Comment

-di Enea Brigatti-

Primavera e autunno, di solito, funziona così.
Primavera: il cielo pulito, gli alberi in fiore, il cambio degli armadi, nuove speranze; autunno: l’aria grigia, le foglie che si staccano dai rami, le prime canottiere, la malinconia dei lampioni accesi a metà pomeriggio.
E invece.
Quando Ilaria mi ha detto “Oggi pomeriggio vado in studio da Elisa Talentino per scegliere insieme cosa esporre al MAO per la mostra dei bozzetti del Tramonto Birmano, vuoi venire anche tu?” era una giornata di fine marzo che ricordo principalmente per la pioggia che inzuppava il mio cappello di lana mentre le raggiungevo in bicicletta per fare qualche foto durante la scelta delle opere, per tutto lo spettro del color tortora di cui era tinta la Dora e per la palta che riempiva le ruote della bici sgonfie, bucate da qualche residuo di cantiere.

Elisa aveva un gran raffreddore, stava lavorando duramente a Dandelion, il corto animato che avrebbe presentato poche settimane dopo a Borderscapes: lei e Ilaria avevano selezionato con calma e fermezza i materiali che avrebbero rappresentato il nucleo della mostra, e io avevo gironzolato attorno a loro scattando qualche foto dello studio e dei disegni che mano a mano venivano estratti dai cassetti in cui erano stati archiviati.
Per le domande avevamo deciso poi di aspettare tempi migliori, lontani dai sintomi influenzali e dalle scadenze lavorative incombenti.
Di quel giorno ricordo il caffè che ci aveva offerto Elisa per tentare di scaldarci, bevuto in un tazzina un po’ lunga.

Poi i tempi migliori sono arrivati, e la primavera quest’anno è in autunno: a pochi giorni dall’inaugurazione della mostra di Elisa al MAO l’ho raggiunta a casa sua per fare due chiacchiere sul processo creativo e sul suo lavoro di illustrazione del memoir di Inge Sargent pubblicato nel 2016 da add come terza uscita della collana Asia.
Quando esco dall’ufficio arrotolo le maniche della camicia e decido di allungare un po’ la strada per costeggiare il Po, che negli ultimi mesi ne ha vista davvero poca di pioggia, per godermi un tepore fuori tempo massimo.
Entrare in casa di Elisa è come fare un passo dentro i suoi lavori serigrafici, una sorta di estensione in tre dimensioni del suo gusto pittorico e grafico: le pareti azzurre, i mobili chiari, i quadri appesi ai muri.
Saranno i suoi ricci rossi, ma sembra di stare sul set di An angel at my table, il piccolo capolavoro cinematografico di Jane Campion che racconta la storia di Janet Frame: una questione di atmosfera,
niente più.
Quando ci sediamo al tavolo per iniziare la chiacchierata, il caffè non serve più per scaldarci ma solo per addolcire un po’ il palato.
Mi assicuro che il registratore funzioni e partiamo.

Seguiamo un ordine cronologico: quando hai iniziato a lavorare come illustratrice?

Ho iniziato con la grafica e la serigrafia dopo la laurea, nel 2008, e inizialmente significava fare lavori di grafica di un certo tipo: più illustrata, un po’ giocosa, cose da ragazzi giovani quali eravamo.
Allora facevo anche il classico lavoro da studentessa – la cameriera – fino a che nel 2011 ho smesso di servire ai tavoli.
A questo punto l’obiettivo si è spostato, la mia volontà era di fare sempre meno grafica e sempre più illustrazione.
Ma illustratori non si diventa da un giorno all’altro, bisogna accettare che le tempistiche siano dilatate e continuare a lavorare con la grafica.
Quando nel 2012 ho rifatto la carta d’identità, mi hanno chiesto che lavoro facessi, su quella vecchia c’era scritto studentessa: io in quel periodo facevo ancora poca illustrazione, ma ho pensato che far scrivere “illustratrice” mi avrebbe portato bene.
Era quello che volevo fare, poteva essere di buon auspicio e così è stato: ora posso definirmi illustratrice.

A che punto hai cominciato a lavorare con la serigrafia?

La serigrafia ha forgiato il mio stile pittorico attuale, ai tempi dell’accademia dipingevo, facevo i collage.
Poi è successa una cosa: era mancata una prozia di Paolo Berra (di Print about me), con il quale collaboravo da tempo, e gli aveva lasciato un appartamento in eredità.
Quindi Paolo aveva trasformato quell’appartamento in uno studio: per noi era come un parco giochi, andavamo lì nel fine settimana e ci mettevamo a sperimentare cose per le quali non avremmo avuto spazio altrove.
Lui voleva fare serigrafia per poster, per le locandine dei concerti, per le magliette dei gruppi.
Io ancora non conoscevo bene questa tecnica ma l’assecondavo volentieri, gli davo una mano: era la sua passione, ma interessava anche a me.
Eravamo sempre a corto di quattrini per acquistare i materiali, e quindi ci siamo messi a recuperarli dalle cose che la gente butta nell’immondizia.
Prendevamo i vetri dai cassonetti, o comunque qualsiasi cosa fosse trasparente: il principio della serigrafia è “disegno nero su fondo trasparente”, e dunque dopo aver trovato i vetri andavamo nelle grandi tipografie e ci facevamo regalare le vecchie pellicole delle pubblicità brutte e con il taglierino raschiavamo le immagini che c’erano impresse, e raschiando restavano sotto dei pattern che se ci dipingevi sopra creavano un effetto meraviglioso.
E quindi quando mi chiedono “ma come li hai fatti quegli sporchi?”, mi viene da sorridere, perché molte volte è solamente la traccia delle vecchie pubblicità che usavamo.
Tornando ai vetri recuperati: dipingevamo su vetro – era fuori da ogni nostra logica e portata economica mandare in stampa il telaio – e poi esponevamo questo vetro a una fonte di luce forte e costante in modo che l’immagine si imprimesse sul telaio posto sotto la lampada. Avevamo a disposizione una bellissima lampada abbronzante della nonna di Paolo, di quelle anni sessanta, un po’ futuristiche, che funzionava a meraviglia perché era a raggi UV. In questo modo facevamo economia e risparmiavamo tempo nei rapporti con le tipografie: se devi fare una serigrafia in breve tempo dipingi su un vetro, impressioni il disegno su un telaio ed è fatta.
La necessità pratica di dover dipingere su vetro ha fatto sì che mettessi a punto una tecnica di illustrazione che è diventata poi la mia cifra stilistica.

Dipingere in questa maniera è un po’ come fosse un “photoshop manuale”: puoi tornare indietro in qualunque momento, puoi sovrapporre, spostare, puoi usare l’alcol, gli spruzzini dei vetri e creare degli effetti sempre diversi.
Chiaramente non tutto quello che faccio lo serigrafo, ma lavoro sempre su vari livelli.
Tutte le illustrazioni del Tramonto birmano le ho realizzate su acetato, il vetro non lo uso più perché non è archiviabile, e poi l’acetato ti dà la possibilità di lavorare di precisione, grattando con le punte puoi raschiare e ottenere un effetto simile all’acquaforte, che su carta non si otterrebbe mai.

Qual è il processo creativo alla base delle tue illustrazioni?

Faccio prima il bozzetto a matita, poi lo scansiono, lo inserisco in Photoshop, decido i colori: una volta che ho deciso i colori li applico e faccio delle prove molto preliminari per vedere se funziona.
Poi faccio decine di prove colore..
Parto da fotografie realistiche: faccio illustrazioni talmente essenziali che un dettaglio di un muscolo, se impreciso, può cambiare il senso della composizione o la resa del lavoro.

Cosa comporta essere un’illustratrice oggi?

Fare l’illustratrice di professione significa fare workshop, insegnare – anche quest’anno sono fra i docenti dello Ied di Torino, e mi piace molto confrontarmi con i ragazzi – fare illustrazione su commissione per libri e giornali, e infine produrre stampe d’arte.

Quando ti chiama il New York Times, solo per fare un esempio, e ti chiede un’illustrazione da dove parti di solito per arrivare al risultato finale?

Generalmente loro ti danno delle indicazioni, perché hanno già le idee molto chiare: vogliono che l’illustratore faccia con il suo stile quello che loro hanno immaginato.
Spesso addirittura ti indicano una palette di colori che vorrebbero usassi, e allegano delle immagini di riferimento.
A questo punto sviluppi due o tre idee, fai le bozze e gliele mandi: loro scelgono quale li convince maggiormente e da lì cominci a lavorare, anche di notte.
Per un giorno e mezzo di solito, senza pause perché c’è il fuso orario e quando vorresti andare a dormire c’è l’art director che ti scrive che entro un’ora e mezza è necessario fare una modifica, e tu gliela fai e non dormi.

Quando hai iniziato a lavorare con le copertine dei libri?

La prima è stata quella per il libro di Joyce Carol Oates Due o tre cose che avrei dovuto dirti uscito per Mondadori nel 2016.
Prima ne avevo fatte altre due per Feltrinelli che non sono mai andate in porto: la prima era per un libro di Baricco, La sposa giovane, le altre per due libri di Robin Norwood, che non hanno mai visto la luce perché dagli Stati Uniti non è arrivata la concessione dei diritti per cambiare le copertine delle versioni europee.
Dopo il lavoro sul Tramonto Birmano invece ho fatto la copertina per un libro di e/o, La giornalaia, e uno di Racconti edizioniFamiglie ombra, entrambi usciti nel 2017.

Come è andata per il Tramonto Birmano? Conoscevi già Ilaria, che della collana Asia è la curatrice, o vi siete conosciute in occasione di questa collaborazione?

C’eravamo conosciute poco prima: io ero andata a qualche incontro in libreria Bodoni, dove Ilaria organizzava gli eventi, poi mi aveva scritto lei per la copertina e a quel punto io le ho proposto di fare un inserto illustrato, indipendente dall’impaginazione: mettere un’illustrazione all’inizio di ogni capitolo sarebbe stato un po’ troppo simile a ciò che si fa per le fiabe, e quindi la mia idea era di metterle una dietro l’altra, farle tutte insieme, fare una cosa più preziosa.
Quindi abbiamo pensato a un sedicesimo solo di illustrazioni e poi il grafico, Francesco Serasso, ha proposto di metterlo al centro del libro: all’inizio si pensava di fare un libro nel libro ma sarebbe stato troppo complicato, e visto il risultato è stata comunque la scelta migliore.

Come ti sei approcciata al lavoro sul libro?

L’ho letto un po’ per volta perché non era arrivata ancora la traduzione integrale, mi sono segnata le cose che mi interessavano e ho chiesto a Ilaria di farmi avere una lista di quelle che avevano colpito la sua attenzione, la sua fantasia, per capire se coincidessero: lei mi ha dato tantissimi spunti, e io ho fatto una prima selezione e poi scremato sempre di più, ho aggiunto delle piccole cose fino ad arrivare poi alle sette illustrazioni che ci sono nel libro.

Ne hai fatte direttamente solo sette?

Ho presentato solo quelle che mi convincevano, sì.

Come hai gestito la questione dell’immaginario del sud-est asiatico? Sei mai stata in Birmania?

No, mai purtroppo. Ho lavorato solamente sui materiali che ho recuperato nelle mie ricerche.
Ho fatto una ricerca approfondita sul web, cartelle e cartelle di video di ballerini di cui facevo gli screenshot per immortalarne i movimenti giusti da riprodurre.

A proposito di immaginario: quali sono i tuoi punti di riferimento nella storia dell’arte?

Kiki Smith in primis, poi sono una fanatica di Carol Rama, sicuramente Gianluigi Toccafondo, le pittrici mistiche, tipo Leonora Carrington.

Come hai scelto l’immagine per la copertina del Tramonto?

Abbiamo deciso insieme a Ilaria, guardando le foto della Sargent: questa ci ha colpito subito, era la più bella e l’ho ripresa.
Nella prima versione la principessa aveva la scarpetta, ho dovuto toglierla perché in Birmania portare le scarpe è un segno di grande maleducazione, avremmo rischiato l’incidente diplomatico.

Una volta sentita la voce di Elisa ho pensato che sarebbe stato interessante chiedere anche a Ilaria Benini, curatrice della collana Asia per la quale è uscito il libro di Inge Sargent, di raccontarmi la sua parte di tragitto verso la scelta della Talentino come illustratrice del volume.
«Elisa Talentino mi è venuta in mente a Bali», spiega Ilaria, «ero in una guest house da sogno che avevo adocchiato anni prima in un precedente viaggio sull’isola, una decina di euro per una spaziosa stanza-bungalow con gli arredi in legno e un romantico letto sovrastato da una zanzariera. Il mare di Amed a cinque passi contati.
Contemplavo le grosse foglie pesanti degli alberi meditando su cosa potesse arricchire, completare, aiutare l’autobiografia di Inge Sargent, un libro che racconta una storia molto forte che si è svolta negli anni Cinquanta. Pensavo a qualcosa per portarlo a noi.
A qualcosa che esaltasse il fatto che la protagonista e autrice è una donna coraggiosa.
Contemplavo la bellezza grassa della natura di Bali e in un lampo ho deciso che non volevo una prefazione, non volevo altre parole, mi servivano delle immagini.
Lì credo che sia stata questione di istanti, non me ne sono nemmeno accorta, e avevo in mente Elisa Talentino.
La sua sensibilità è ovunque nel suo segno, mi sembrava una grande idea.
L’ho contattata tramite facebook, ci siamo sentite su Skype ed è stata molto paziente nonostante la mia connessione instabile.
Io credo abbia detto subito di sì, almeno ricordo questo, sicuramente ricordo che quando le ho mandato le prime foto di Inge l’ho sentita subito agganciata, la nostra principessa shan aveva fatto breccia».

Quando la sera stessa torno a casa, mentre metto l’acqua per la pasta a bollire sul fuoco, mi ritrovo a chiacchierare con i miei coinquilini della giornata appena trascorsa: mentre parlo mi rendo conto che sto raccontando una cosa che uno dei due, Piernicola, conosce benissimo, per una serie di rocambolesche coincidenze è infatti lui insieme a Margherita Emo il traduttore del Tramonto Birmano.
“Pier, non ti andrebbe di dirmi due parole anche sul vostro lavoro di traduttori del libro?” butto lì mentre scolo la pasta.
Il mattino seguente aprendo la mail trovo in testa una mail da parte di Pier e Margherita: i traduttori, si sa, sono persone precise e puntuali.

«Il 2 marzo 1962 un principe shan scriveva una delle sue ultime lettere alla moglie, una trentenne austriaca trapiantata nel nord della Birmania. La chiamava Liebling e le diceva di non preoccuparsi per lui.
Un pomeriggio del 2016 ci trovavamo a una scrivania a parlare del principe e della principessa di Hsipaw, a cercare di rendere in italiano la semplicità e il candore con cui Inge Sargent narra la sua storia incredibile. A scegliere le ultime parole di Sao Kya Seng prima che di lui si perdessero definitivamente le tracce.
Quel pomeriggio era il 2 marzo.
La coincidenza – assolutamente fortuita – più che assumere un valore sentimentale, ci ha ricordato con un’intensità quasi soverchiante che la storia di Inge, seppure fiabesca e tragica insieme, a un grado che spesso sfida l’incredulità, era prima di tutto una storia vera.
E che quell’anniversario aveva un valore preciso non solo per la donna che oggi vive negli Stati Uniti, e che per anni ha continuato a mandare lettere di protesta alla giunta militare birmana, ma anche per tutto un popolo.
“Sao non esitò, doveva cogliere quell’occasione. Era abbastanza sicuro che nessuno sapesse dove si trovava e quel messaggio poteva essere la chiave per la libertà. Se invece era una trappola, non aveva molto da perdere. Strappò una pagina dal suo calendario tascabile e scrisse un messaggio alla moglie, datato 2 marzo 1962: Liebling, sono nel carcere militare di Ba Htoo Myo. Per ora sto bene”.»

Il cerchio è chiuso, sono riuscito a far parlare tutti.
Adesso non resta che invitare tutti alla mostra al MAO delle tavole originali, pitture, disegni e illustrazioni che Elisa Talentino ha realizzato per il libro Il tramonto birmano. La mia vita da principessa shan di Inge Sargent.
Per l’occasione Elisa e Ilaria dialogheranno riguardo la genesi di questa collaborazione.
L’esposizione inaugura il 31 ottobre alle 18.00 e rimarrà aperta fino al 15 novembre.
In fin dei conti, è ancora primavera.

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