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Max Mannheimer, la testardaggine della speranza

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– di Paolo Rumiz

L’ultima sua gioia, dodici giorni fa, è stata una busta con l’edizione italiana del suo memoriale nei Lager nazisti: Una speranza ostinata. Vista la copertina fiammante, ha esclamato “fantastisch” e ha scritto di getto un grazie al traduttore allegandovi un messaggio per la casa editrice add. Poi se ne è andato, come se avesse assolto a un compito. Così Max Mannheimer, 96 anni, uno degli ultimi testimoni della Shoah. Sì è spento l’altra notte a Monaco, e già martedì, al cimitero ebraico della sua città, sarà recitato per lui il Kaddish, la preghiera ebraica dei morti. Un patriarca della memoria.

Rimane il libro, l’unico di una vita schiva e impegnata a contrastare il ritorno dell’odio. Un testo scritto quarant’anni fa, per comunicare – lui che raccontava la sterminio nelle scuole – ai suoi cari per iscritto ciò che non era capace di dir loro a voce. Sua figlia, per sapere qualcosa del Grande Segreto, dovette mescolarsi ai ragazzi di classe superiore e la cosa imbarazzò profondamente Max, portandolo sull’orlo dell’afasia. Da qui un libro che è quasi un testamento, scarno e anti-letterario, privo di rancore e retropensieri. E perfetto per le scuole.

Raramente un testo coincide così totalmente con un uomo. C’è tutto Mannheimer in quelle pagine. Il suo humor ebraico, l’understatement, la testardaggine disarmante della speranza, l’attenzione alla fase di latenza del razzismo assassino, un’attenzione altamente istruttiva oggi che dilaga l’ostilità per i migranti esuli di guerra. E poi quella lingua che cambia sulla soglia del Lager, diventa più scarna, come se scontasse l’inadeguatezza a rappresentare l’orrore di massa, la degradazione dell’individuo a numero, per poi riaprirsi con la liberazione e il ritorno a casa.

Una vita impegnata, spesso controrrente. Come Mannheimer quando racconta alla Süddeutsche Zeitung di essere andato a trovare in carcere un neonazista violento di nome Bela Ewald Althans e di averlo convinto a voltar pagina. O come quando, di fronte alle accuse di antisemitsmo rilevato nei rifugiati musulmani egli risponde rivendicando il dovere della tolleranza anche verso gli intolleranti. “Se mi aspetto – sono le sue parole – che gli altri siano tolleranti verso gli Ebrei, allora devo anche io essere tollerante verso gli altri. Solo così si può raggiungere un obiettivo. Non aizzando la gente”.

La memoria segue canali misteriosi per perpetuarsi. Succede che un astrofisico triestino in Baviera – Claudio Cumani – incontri per caso il grande vecchio, cinque anni fa, all’inaugurazione della cappella italiana nel lager di Dachau, e che il vecchio dia al suo nuovo amico un’edizione del libro. Accade che l’uomo delle stelle senta in quel passaggio di mano la scossa di un comando ineludibile e cominci ad amare quell’uomo, a leggere, a rabbrividire, e infine a tradurre le sue parole perché il libro sia conosciuto in Italia. E capita che in quella ricerca, sempre per caso, egli si imbatta, l’anno scorso in vacanza, in uno scrittore della sua città e gli parli del libro, e che il libro trovi subito un editore. (Tempi da chiamata alle armi.)

La morte di un testimone del Male assoluto è come la caduta di una vecchia quercia nella foresta. Fa il rumore del tuono e lascia un vuoto pericoloso. È in previsione di quella caduta che capita di sentirsi chiamati a fare in fretta, a puntellare in anticipo l’edificio della memoria e ad ascoltare il Patriarca per essere pronti a riempire quel vuoto. Forse non a caso in ebraico il cimitero si dica “La casa dei vivi”. Oggi che Mannheimer non c’è più, mi trovo a rileggere l’introduzione dedicata a un uomo ancora vivente senza sentirla superata, perché con le sue parole egli è tra noi, qui ed ora.

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