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– di Andrea De Beni

Quando gioco a basket mi capita che alcuni avversari restino un po’ perplessi nel vedere che nella squadra avversaria c’è un ragazzo con una gamba in meno. Per alcuni, sebbene io non abbia mai cercato questo ruolo, rappresento una fonte di motivazione. Per questo ricevo spesso attestati di stima, complimenti. In realtà, non faccio niente per meritarmi tutto questo: gioco a basket, non l’ho cercato io, è lui che ha trovato me.

A 36 anni ho pensato di dire “basta” a questa sorta di “casualità emozionale”. Se il mio messaggio, che coincide poi con il mio stesso vivere, è positivo, perché non entrare nelle case delle persone, negli occhi della gente? Che male c’è a condividere una cosa bella? Che male c’è a bussare alla porta delle persone quando in mano hai un regalo?

E allora, due anni fa, ho pensato a una piccola storia. Un video, uno spot. Volevo una storia nuda e cruda: il disabile non è una vittima. Il disabile non è un eroe. È una persona: cercavo, nella mia storia, elementi di inclusione, niente sensazionalismi né vittimismi. Cercavo la verità, insomma. Ma, per essere condiviso, il mio “racconto” aveva bisogno di testimonial. Persone conosciute al grande pubblico, attraverso le quali far sì che il mio messaggio arrivasse a più persone possibile. Ma non trovo porte aperte.

Poi scrivo al Coach. Ettore Messina, Spurs, NBA. Il mio motto è “tanto male che vada mi dice di no”. Il Coach risponde il giorno dopo scusandosi per il ritardo. Mi scrive “Chiamami Ettore”. Non è ancora l’allenatore della Nazionale, è “solo” il vice di Pop. Mi risponde con un entusiasmo pazzesco. “No, con Tim e Manu non lo puoi fare ma con me invece sì: sono dentro, lo voglio fare, è una figata. In estate sarò in Italia”.

Due settimane dopo, la news che non ti aspetti: Pianigiani out. Messina in. Che fare? Mail al Coach. Con lui a bordo, trovare i giocatori per fare il video che avevo in testa non sarebbe stato difficile ma così è veramente tutto più semplice: “Che ne direbbe di fare il video con gli Azzurri?”. La risposta non si fa attendere. Ed è positiva. Si parte.

Si va a Folgaria, al ritiro della Nazionale, con una troupe degna di Hollywood. Si vivono quattro giorni pazzeschi e si sta con loro, con Beli, il Mago, il Gallo, Peppe Poeta, Marco Cusin e tutti gli altri. In hotel, al ristorante, sul divano a vedere assieme a loro la finale di campionato. Cerco di confondermi con la tappezzeria: non mi va di sembrare il teenager che fa foto a tutto andare, e infatti non ne faccio neanche una. I ragazzi apprezzano questa presenza discreta.

Partono le riprese. Loro giocano al 10%, io mi devo marcare Poeta. Tre contro tre. Io, Gallo e Beli da una parte, Peppe, Cuso e il Mago dall’altra. Si cazzeggia. Il mio fisico non regge lo stress e la tensione e dopo 10 minuti ho le visioni: mi sembra di giocare con i ragazzi della Nazionale. Ah, no, quello è vero. Passaggio del Beli, taglio a destra, sul cambio mi trovo Cusin davanti. Duecentododici centimetri di dimensione artistica. Step back, tiro da sei metri e solo retina. Beli gode. Cusin sorride quanto può. Poi mi inchioda una stoppata terrificante: una volta ok, due volte no. Lì cominciamo a giocare a basket, il linguaggio universale che ci unisce per un’ora e mezza. Non c’è bisogno di dirsi molto: pick and roll, isolamenti, tutto entra nel flow della partita in maniera naturale, con quel vocabolario non scritto di movimenti che rende il basket una danza collettiva, asincrona. Ora sì che si gioca.

Il prodotto finale, la cui regia è stata affidata a “Saku”, Roberto Cinardi, sintetizza tutto: il basket, la vita che non fa sconti ma non per questo è così male, la volontà, la realizzazione di un sogno partito dal nulla. Meravigliosi sono tutti quelli che ho incrociato sulla mia strada in questo percorso immaginifico che mi ha portato a raccontare questa storia: che lo Sport dà a tutti una possibilità.

VIDEO GAZZETTA.IT

 

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