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L’Italia dei sindaci al Salone del Libro, il giorno dopo

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Ieri, domenica 17 maggio alle ore 12, abbiamo presentato L’Italia dei sindaci al Salone internazionale del Libro di Torino. Presenti, insieme all’autore Marco Giacosa, Piero Fassino, sindaco di Torino e presidente ANCI, Rosa de Lucia, sindaco di Maddaloni (CE) e Fausto Molinari, sindaco di Airole (IM).
Oggi vogliamo riportarvi alcune delle domande poste dai lettori incontrati alle presentazioni o sui social.
Risponde Marco Giacosa

In un articolo sugli italiani in Argentina (Corriere della sera, 5 maggio), Dacia Maraini osserva che «si sono portati dietro, assieme a creatività e capacità lavorativa, anche un certo anarchismo e il loro difficile rapporto con lo Stato, chiamato a rimediare a tutti i mali, ma a cui non si deve niente, solo rimproveri e proteste». Nel tuo viaggio per l’Italia dei piccoli e medi comuni, hai ritrovato questo difficile rapporto con lo Stato? Ci sono temi ricorrenti che i sindaci lamentano nel rapporto con lo Stato?

Lo Stato è lontano. Questa percezione, questa sensazione quasi di abbandono è comune, seppur per motivi molto diversi, da Nord a Sud. È molto difficile semplificare in poche righe un tema così complesso, diciamo che l’idea dominante è questa: a Nord lo Stato è percepito come il Grande Burocrate che impedisce lo svolgersi sereno della buona amministrazione, che disincentiva la voglia di fare, e soprattutto è una mamma poco premiante dei risultati del figlio che compie il proprio dovere, che tiene cioè a posto i bilanci. A Sud lo Stato è quello che non ha fatto le Grandi Infrastrutture, che non ha intenzione di farle, che non garantisce ai cittadini gli stessi diritti e le stesse possibilità che garantisce a Nord. C’è del vero in entrambe le posizioni. È vero che un comune che ha amministrato bene dovrebbe, a logica, avere la possibilità di spendere i soldi in cassa – e talvolta non può farlo, per restrizioni alla spesa legate al famigerato “patto di stabilità”, è altrettanto vero che sotto Salerno trasporti e logistica, ad esempio, sono un’altra cosa, modificano strutturalmente la vita dei cittadini e le condizioni per fare impresa, e quindi lo sviluppo. Trasporti e logistica di cui si dovrebbe occupare lo Stato centrale.

Le storie degli 11 sindaci sono rappresentative dell’Italia? Il libro ha volutamente trascurato le grandi città per dare un’immagine della provincia italiana?

Le storie degli 11 sono rappresentative perché i sindaci hanno parlato di tante cose, ho avuto modo di passare con loro molto tempo e il libro è davvero pieno di storie e aneddoti. Sono racconti che aprono possibilità di dibattiti e tavole rotonde per almeno due stagioni. Abbiamo lasciato da parte le grandi città, Roma, Milano, Napoli, Torino, Genova, Palermo, perché ci sembra in quelle tutto sia sempre straordinario, fuori dall’ordinario. Volevamo raccontare il sindaco, più che la gestione politica di un comune. Alcuni numeri, per capire meglio: su 8.048 comuni, 1 comune su 4 ha meno di 1.000 abitanti, 3 su 4 meno di 15mila abitanti, e solo 46 città hanno più di 100mila abitanti. È un’Italia di realtà piccole.

Dal libro emerge una curiosità attenta ai luoghi e ai paesaggi: le descrizioni che fai sono quadri vivi di vita quotidiana, ma soprattutto colpisce la curiosità per le persone, di cui cogli l’umanità, riporti le movenze, gli atteggiamenti, il linguaggio, in qualche modo l’anima. Sembrano incontri veri, tra persone, non tra giornalista e politico. E’ stato così?

È stato così quasi sempre. Si è scelto di viaggiare anche per questo, soprattutto per questo: era impensabile, per il tipo di libro che avevamo in mente, raccogliere informazioni senza lo spostamento fisico, la percezione dell’ambiente in cui vive e lavora un sindaco, senza le parole dei cittadini, vedere e quindi raccontare le storie di quei luoghi. Ho visto tutti i paesi e le città dei sindaci di cui parliamo, in alcuni comuni sono rimasto per più giorni, e comunque mai meno di uno dal mattino alla sera. È certamente anche un libro di viaggio, di racconti di luoghi e soprattutto di persone.

Su 11 sindaci incontrati 4 sono donne, un po’ sotto la parità, ma una percentuale più alta rispetto a quella nazionale. Determinazione, coraggio, franchezza sembrano i sostantivi giusti per descriverle. L’Italia sta diventando anche un paese per donne o no?

La donna deve faticare il doppio per dimostrare sempre qualcosa, sembra la donna nasca con il destino dell’affrancazione: è drammaticamente così da sempre. Senz’altro negli ultimi anni qualcosa è cambiato, tuttavia l’impressione è che siamo molto lontani dall’effettiva parità culturale. Parlo di un approccio, al mestiere di sindaco ad esempio, che è ancora percepito diverso a seconda del sesso. A un sindaco donna, seppure avvocato, medico o manager, si chiede ancora conto della famiglia, si chiede “Come fai con i figli?”, domanda che nessuno sognerebbe di fare a un uomo, commercialista, direttore di banca o ingegnere con bambini piccoli a casa. Sarà un giorno felice quando il sesso delle persone sarà irrilevante, per raccontarne il ruolo o il mestiere.

Tu vivi e lavori a Torino, quali impressioni hai riportato dal tuo lungo viaggio in provincia? Si dice che è lì che sottotraccia nascano i veri cambiamenti, i progetti più solidi perché partono dall’iniziativa di cittadini che hanno un legame profondo con il territorio che amano. Che ne pensi?

Sono nato in provincia e cresciuto in un piccolo centro, con le scuole in una piccola città. L’università a Torino. Sono ancora di più gli anni che ho vissuto in provincia di quelli che sto vivendo in città. Nei piccoli comuni di mille abitanti, chiamano città il comune da 20mila. Nella città da un milione, 20mila è un paese. Per uno di Madrid, Torino è piccola, a misura d’uomo. Per le mie abitudini, Messina – la città più grande in cui sono stato per il libro – è piccola, è provincia. Per cui le impressioni sono chiaramente dipendenti dal trascorso di chi viaggia. Non saprei dire se i veri cambiamenti nascano in provincia, anche perché il legame più o meno profondo con un luogo non credo dipenda dal numero degli abitanti. Ho trovato sindaci tutti innamorati della loro città, o del loro paese: ecco, l’amore per la propria comunità è il tratto che accomuna tutti i sindaci.

Forse sei stato troppo poco «cattivo», questi sindaci sembrano tutti bravi padri di famiglia, anche se alcuni fanno sorridere e altri allarmano un po’ per il loro piglio decisionista. Possibile che non esistano corruzione e favoritismi all’interno dei palazzi comunali?

È un’osservazione che ogni tanto ricorre, «Non ci sono cattivi», e probabilmente è vero. Il libro è, per scelta, un racconto dei sindaci, non è un’inchiesta né un’intervista – sembra paradossale ma è così: la tecnica, la forma espressiva, è l’intervista, ma non era in conto prima di iniziare a fare il libro. È un racconto che potevano e possono fare soltanto loro, i sindaci. Il rischio vetrina, che i sindaci aprofittassero dello spazio per dire soltanto quanto sono belli e bravi, si è messo in conto, tuttavia credo di essere riuscito a superarlo in quasi tutti i casi. È vero, nel racconto non c’è molto spazio per il tema della corruzione negli enti pubblici.
In realtà l’argomento si è toccato, ma sempre in maniera veloce: «Se c’è del marcio», è stato detto in media, « sono molto bravi a nascondere ». Insomma, nulla che mi spingesse a parlarne in maniera ampia, nulla che mi abbia dato motivo di insistere sull’argomento.

Dal racconto dell’Italia che fai nel libro, emerge una classe politica molto dedita, combattiva, con un altissimo spirito di responsabilità. Sembra un’Italia diversa da quella di cui leggiamo e ascoltiamo sui quotidiani, sulle riviste, alle TV.
Come lo spieghi? Non c’è spazio sui media per chi fa buona politica?

Credo sia una cosa legata più in generale ai meccanismi di certa informazione, all’ormai rara e scarsa propensione e attenzione all’approfondimento. Basta vedere qualunque trasmissione in cui si parla di politica, di governo o amministrazione: una frase, per colpire, deve essere semplice, avere un effetto forte, scatenare l’applauso. Allora viene ripresa dai social, per un giorno si parla della cosa detta, di quei personaggi, di quella trasmissione. La cosa detta, però, spesso è un insulto, o una battuta veloce e feroce. Il sindaco Honsell lamenta la difficoltà di far passare ai cittadini ragionamenti appena più complessi di qualcosa sintetizzabile in 140 caratteri: ha ragione. C’è un vuoto clamoroso di letture e pensieri lenti, ragionati, meditati. Il lavoro dell’amministratore comunale spesso è così: piccoli passi, quotidiane lotte, eterne mediazioni. Come può fare notizia, nel vuoto di attenzione?

I sindaci hanno letto il testo prima che andasse in stampa?

Sì: si doveva avere il via libera dei sindaci, è stato chiesto e ottenuto. È un libro: studiato, meditato, ragionato, non sono pensieri che volano via il tempo di una notte, sono opinioni argomentate e racconti in alcuni casi molto forti.

Perché hai scelto l’intervista, se – dici adesso – non era preventivata?

La casa editrice ha proposto a me di scrivere L’Italia dei sindaci perché voleva che il libro avesse certe caratteristiche, che un tema molto serio, come quello del governo delle nostre città, fosse raccontato attraverso le storie dei sindaci. Si trattava di trovare un equilibrio tra scrittura giornalistica e narrativa.

In casa editrice erano terrorizzati che io mi perdessi nei racconti di viaggio e lasciassi a terra la ciccia, la sostanza. Scherzo, ma non troppo. Io, che ho sempre fatto più narrativa che giornalismo tout court, mi sono fatto spaventare: per cui ho registrato tutto, ho sbobinato tutto, ho cercato di essere fedele prima di tutto alle parole dei sindaci e soltanto a margine ho ornato il racconto con esperienze sensoriali soltanto mie. Altra difficoltà autoriale: fare in modo che il lettore avesse una percezione dei personaggi, sotto il vincolo del principio assoluto della verità – non essendo «L’Italia dei sindaci» fiction. Questo non è stato sempre facile. Scritti i primi capitoli, che mi è venuto di raccontare, appunto, tramite l’intervista, il mio editor ha visto che la forma dell’intervista funzionava, e così ho continuato. Sono “interviste” per modo di dire: direi piuttosto storie raccontate con ampio uso dei dialoghi.

La lettrice Elena Franchini ha scritto: «Lo stile è azzeccato, sei riuscito a creare varietà di ritmo anche in un genere che di per sé lascia ben poco spazio alla voce autoriale, vale a dire l’intervista».

Ecco, appunto. Ringrazio Elena, e le dico che sono d’accordo. (Sorrido). Buona lettura a tutti, e a presto con altre domande, osservazioni e critiche.

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