malcolm x

L’educazione è il passaporto per il futuro

DIRITTI, PERSONAGGI, SOCIETÀ Leave a Comment

– di Lilian Thuram
per 90° anniversario della nascita di Malcolm X (19 maggio 1925 – 21 febbraio 1965)

Nell’immaginario comune, Malcolm X è sinonimo di violenza e provocazione. Da una parte c’è il buon pastore Martin Luther King, dall’altra il crudele Malcolm X. Non mi hanno stupito le reticenze da parte della mia famiglia e dei miei amici quando volevo dare il suo nome a mio figlio. Ecco perché attraverso queste pagine vorrei far capire che Malcolm X, inizialmente devoto alla causa della violenza, se ne sia in realtà allontanato al punto da accettare di cooperare con uomini di ogni colore e religione per costruire una società più giusta.
Ha avuto un certo tipo di educazione, ha puntato in alto.
Malcolm Little nasce a Omaha, in Nebraska, nel 1925. Il padre, Earl Little, è un predicatore battista e fervente seguace del panafricanista Marcus Garvey, una scelta che gli attira violente minacce da parte del Ku Klux Klan. Qualche giorno prima della nascita di Malcolm, mentre sta predicando a Milwaukee, gli uomini incappucciati a cavallo circondano la sua casa brandendo le torce, rompono i vetri delle finestre e intimano a sua moglie
Louisa, circondata dai tre figli terrorizzati, di lasciare la regione.
La madre di Malcolm porta addosso una ferita incancellabile: il colore della sua pelle, troppo chiaro in quanto frutto di uno stupro. Di quel nonno sconosciuto Malcolm non saprà mai niente, se non che era la vergogna di sua nonna e di sua madre. Una vergogna che sarà anche la sua, perché da quell’antenato stupratore eredita la pelle chiara e un colore di capelli che gli varrà il soprannome di «rosso».
Nel 1926 la famiglia cede alle minacce del Ku Klux Klan e si trasferisce nel Michigan, dove non tarda a ripetersi lo stesso dramma. Ovunque vada incontra terrore e violenza. Malcolm ha quattro anni quando danno fuoco alla loro casa. In seguito ben sei dei suoi zii sono uccisi dai bianchi, uno è vittima di un linciaggio. Cinque anni dopo, nel 1931, lo stesso padre di Malcolm viene investito da un tram – senza dubbio un assassinio camuffato da incidente. La madre impazzisce di dolore e deve essere internata.
Malcolm interrompe gli studi al termine delle elementari, sa appena leggere e scrivere. Lui e i suoi fratelli e sorelle sono divisi in diverse case d’accoglienza. A quindici anni si ritrova a Boston. Fa il lustrascarpe, lavora in un albergo, in un bar, al vagone-ristorante di un treno. A poco a poco comincia a frequentare brutti giri, scopre la cocaina. Il 16 gennaio 1946, a ventun anni, è accusato di furto e diverse effrazioni. Viene condannato a dieci anni di carcere nella prigione di Stato del Massachusetts, a Charleston.
In prigione, il nichilista che è ormai diventato scopre le orazioni di Elijah Muhammad, il leader dei Black Muslims, detti anche Nation of Islam. La prigione e l’isolamento favoriscono il proselitismo di movimenti di ogni tipo. Là dentro ci sono giovani uomini isolati, perduti, in cerca di un senso da dare alla loro vita. In cerca di certezze, Malcolm si appassiona all’islam, che gli dà conforto e fa nascere in lui l’urgenza di leggere e scrivere meglio. Per farlo, passa moltissimo tempo nella biblioteca della prigione, ricopiando integralmente un dizionario perché gli
manca un metodo di studio. Nel 1950 scrive a un amico: «Ho concluso il quarto anno di una pena che va dagli otto ai dieci anni… Ma questo periodo in carcere si è rivelato il più arricchente di tutti i miei ventiquattro anni su questa terra, e sento che questo “tempo regalato” era un dono di Allah, il suo modo di salvarmi dalla distruzione certa verso la quale stavo andando».
Fino al termine della pena Malcolm è in contatto con «l’onorevole Elijah Muhammad», che si presenta come un messaggero di Dio che «ha ricevuto direttamente la verità dalla sua bocca». Come ogni religione, i suoi insegnamenti si fondano su un rito, su regole di vita e una dottrina che si rivela estremista: predica un nazionalismo africano e nero, e un feroce razzismo verso i bianchi. È speculare alla violenza dei bianchi nei confronti dei neri. E in effetti presenta, invertiti, tutti i difetti della segregazione: il nero è la razza superiore, la razza bianca è inferiore e impura. I Black Muslims vietano di «mescolare il sangue per mezzo dell’integrazione razziale». L’organizzazione non
conduce quindi alcuna campagna per i diritti civili o per una qualsiasi forma di integrazione. Quei discorsi pericolosi «sostituiscono la tirannia della supremazia nera alla tirannia della supremazia bianca», afferma Martin Luther King. Ma per un po’ hanno il merito di restituire ai seguaci della Nation of Islam – i neri più poveri, pregiudicati ed emarginati – l’orgoglio e la dignità di cui il razzismo bianco li priva.
«Siete stati infangati e corrotti dalla schiavitù, dalla civiltà bianca: io vi chiedo di riprendervi la vostra dignità», ripete loro Elijah Muhammad. Per farlo, è necessario aderire all’islam; la religione cristiana è ormai compromessa dai rapporti con la tratta, con la segregazione, con la colonizzazione. «L’uomo bianco ci ha sottratti a noi stessi, poi ci ha sottratto la nostra religione», dice Malcolm. I Black Muslims erigono un muro insormontabile tra sé e i bianchi.
Allo stesso modo rifiutano la non-violenza di Martin Lu -ther King all’interno di una società bianca irrimediabilmente razzista. «La nostra religione non ci insegna a porgere l’altra guancia; l’islam ci insegna a difenderci». O ancora: «Mentre King fa il suo “sogno”, noi neri viviamo un incubo…»
Naturalmente Martin Luther King si dichiara in pieno disaccordo con quei precetti. Per lui la visione disperata dei neri «esclude ogni possibilità di un ricambio positivo e creativo».
Considera demagogici i discorsi dei Black Muslims, ritiene che non possano fare altro che portare infelicità e desolazione. «Quella forma di rivolta sarà schiacciata dalla maggioranza e i neri si ritroveranno ancora più miserabili e disillusi», sostiene. Malcolm invece ha bisogno della speranza offerta da quella religione, che lo aiuta a sopportare il carcere. Quando viene liberato, il 7 agosto 1952, si reca subito a Chicago ad ascoltare Elijah Muhammad, cui offre il suo sostegno per predicare e convertire i fratelli neri. Il suo nome è ormai Malcolm X. La «X» sostituisce il nome del padrone di schiavi, che è stato imposto ai suoi antenati «da qualche diavolo dagli occhi azzurri».
Nel 1954 diventa ministro della moschea numero 7 di Harlem, su Lenox Avenue. Malcolm X non è più un ex carcerato, un nuovo convertito passato alla predicazione religiosa. È diventato una guida influente e rispettata, un abile oratore. Apre altre moschee, una delle quali a Philadelphia. Con lui il movimento trova un leader ancora più incisivo del vecchio Elijah Muhammad. I tempi sono cambiati. È il momento del Black Power. Si vuole il potere. Si vuole organizzare una forza nera, una potenza politica nera, dominare i quartieri e le città in cui la popolazione nera è la maggioranza. Sotto la sua guida, la Nation of Islam raggiunge ben presto i centomila seguaci. Nel 1959 un documentario televisivo intitolato The Hate that Hate Produced(«L’odio generato dall’odio») gli dà l’occasione di apparire sulla scena pubblica. L’interesse mediatico per l’organizzazione e per Malcolm X cresce. Tuttavia, a partire dai primi anni Sessanta, tra Malcolm X ed Elijah Muhammad nascono diversi attriti. Questioni relative alla condivisione del potere, ma anche religiose e morali. Vengono infatti confermate le voci sugli abusi sessuali commessi da Muhammad e il profitto finanziario che realizza sfruttando gli adepti. A poco a poco Malcolm X si rende conto che Elijah Muhammad sfrutta l’angoscia dei neri prospettando loro un futuro paradisiaco. I dubbi lo portano a rivedere la sua posizione rispetto a un’organizzazione che ormai non considera più soltanto come falsamente religiosa, ma anche pericolosamente apolitica perché non prende parte alla lotta per i diritti civili.
Ritiene che sia ora di smetterla di «aspettare che la manna cada dal cielo» e litiga con Muhammad. È l’inizio di una nuova vita. «L’immagine di Malcolm X è quasi sempre ridotta a qualche superficiale luogo comune che lo presenta in preda a una frenesia razzista e convulsa, caratteristica che gli vale la devozione di controversi ammiratori e lo priva del pubblico che l’intelligenza dei suoi discorsi meriterebbe», scrive Mongo Beti. Adesso che il suo pensiero non è più sottomesso a quello di Muhammad, i suoi discorsi riflettono un ragionamento più umanista, convincente e rigoroso, senza tuttavia tradire le sue convinzioni. Rimane fedele a un’azione che privilegia la comunità nera, rifiutando di condannare le violenze commesse dai neri sfruttati. La sua priorità non è, come per Martin Luther King, unire i bianchi e i neri, ma costruire prima di tutto l’unità dei neri. Nel famoso discorso del 3 aprile 1964, The Ballot or the
Bullet («La scheda elettorale o la pallottola»), minaccia di ricorrere alla violenza di fronte all’oppressione. «No, non sono americano. Sono uno dei ventidue milioni di neri vittime dell’americanismo. Uno dei ventidue milioni di neri
vittime di una democrazia che non è altro che un’ipocrisia mascherata. Quindi non sono qui per parlarvi da americano, da patriota, da adoratore o portatore della bandiera – no, non è il mio caso. Mi rivolgo a voi in quanto vittima del sistema americano.» Dichiara di non essere razzista e che «se l’uomo bianco non vuole che ce l’abbiamo con lui, la smetta di opprimerci, di sfruttarci, di umiliarci. […] Saremo costretti a usare la scheda elettorale o la pallottola, questo mese saranno lanciate le molotov, il prossimo le bombe a mano, e qualcos’altro quello successivo. […] Sarà libertà o morte». Poco tempo dopo si converte all’islam sunnita ortodosso, il 13 aprile 1964 parte in pellegrinaggio per La Mecca e torna con il nome musulmano di El-Hajj Malik El-Shabazz. Torna soprattutto trasformato e riconciliato con le differenze.
Del pellegrinaggio dice: «C’erano decine di migliaia di uomini che arrivavano da ogni parte del mondo. Erano di ogni etnia, dai biondi con gli occhi azzurri agli africani dalla pelle nera. Ma partecipavamo tutti allo stesso rito, mostrando uno spirito di unità e fratellanza che la mia esperienza in America mi aveva portato a credere non potesse esistere tra bianchi e non bianchi. L’America deve capire l’islam, perché è l’unica religione che cancella dalla società i problemi delle razze». Se vuole essere fedele a se stesso deve fare una scelta tra islam e razzismo. Quest’ultimo gli appare ormai come una follia, e deve farlo sapere. «In passato ho permesso che ci si servisse di me per condannare in blocco tutti i bianchi, e queste generalizzazioni hanno ingiustamente ferito alcuni di voi. Ma il mio pellegrinaggio alla città santa della Mecca ha attirato su di me la benedizione di una rinascita spirituale e d’ora in poi mi rifiuto di condannare in blocco un’intera razza. […] Abbiamo intenzione di accogliere al nostro fianco i cristiani neri e gli ebrei neri. Anche gli atei saranno accettati […]. Così a noi si uniranno non soltanto tutti i neri, ma anche i bianchi musulmani, perché il colore della pelle smetta di essere un fattore di discriminazione per chiunque scelga l’islam…»
Malcolm fonda l’Organizzazione per l’unità afroamericana, un gruppo politico non religioso. I soldati di Dio non esistono più. Intende condurre una lotta politica impegnata, internazionalizzare la lotta dei neri, accusare di razzismo il governo americano di fronte all’Onu. «Condannate l’Unione Sudafricana?», dice loro. «Ma laggiù i nostri sono appena undici milioni, mentre qui sono ventidue milioni. E l’ingiustizia di cui siamo vittime è tanto criminale quanto quella imposta ai neri del Sudafrica.»
Ai suoi occhi il primo compito rivoluzionario è l’educazione, la formazione. Per i neri, ma anche per i bianchi! L’8 gennaio 1965, meno di due mesi prima della sua morte, a una domanda sulle cause dei pregiudizi razziali negli Stati Uniti, risponde: «Se tutta la popolazione degli Stati Uniti ricevesse un’educazione adeguata – ovvero, se le si presentasse un quadro fedele della storia e del contributo dato dai neri – credo che gran parte dei bianchi avrebbe maggiore rispetto per i neri in quanto esseri umani. Se fosse consapevole del contributo dato dai neri alla scienza e alla cultura, il bianco abbandonerebbe almeno in parte il suo sentimento di superiorità. Allo stesso modo, il sentimento di inferiorità provato dal nero lascerebbe spazio a un’equilibrata conoscenza di se stesso. Il nero si sentirebbe più uomo…» Questa risposta potrebbe essere l’epigrafe del mio libro.
Tuttavia la tensione tra Malcolm X e la Nation of Islam continua ad aumentare. Il 14 febbraio 1965 la sua casa viene fatta saltare in aria. Sette giorni dopo, domenica 21 febbraio, mentre sta iniziando un discorso nel quartiere di Harlem davanti ad alcune centinaia di neri, tra il pubblico scoppia una falsa lite. Malcolm X cerca di placare gli animi: «Fratelli, state calmi, non vi innervosite…» In quell’istante tre uomini salgono sul palco e gli sparano alcuni colpi di pistola e di fucile. Qualcuno ha pensato di citare un passo del Vangelo: «Chi di spada ferisce di spada perisce». Niente di più sbagliato. Anche il non violento Martin Luther King perirà «di spada». Quanto
a Malcolm X, non ha scelto la violenza. È la violenza che ha scelto lui.

da Le mie stelle nere di Lilian Thuram

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