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È sempre sold–out per David Bowie

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– di Francesca Mancini –

Sono partita per New York nel periodo natalizio sapendo che non avrei potuto assistere a Lazarus, il musical scritto da David Bowie assieme al commediografo irlandese Enda Walsh e diretto da Ivo van Hove in cartellone presso il New York Theatre Workshop nei mesi di dicembre e gennaio: sold out da molto prima che programmassi il mio viaggio. Peccato!

Comunque cerco informazioni sullo spettacolo, e scopro che Bowie con Lazarus realizza un sogno che coltiva da tantissimo tempo, che già aveva concepito uno spettacolo teatrale su Ziggy Stardust, il messia extraterrestre, sul modello di Jesus Christ Superstar e che c’erano stati altri soggetti e progetti teatrali che mai aveva portato a compimento. In una intervista del 2002 rilasciata a BBC Radio 4, Bowie dichiara: “vorrei scrivere un nuovo genere di musical, è così che vedo il mio futuro”. Poi leggo che Lazarus riprende la storia del romanzo di fantascienza L’uomo che cadde sulla terra di Walter Tevis, uscito nel 1963, pubblicato in Italia da Minimum Fax, diventato film nel 1976, e interpretato da Bowie per la regia di Nicolas Roeg. Forse in molti lo ricordano.

Il 17 dicembre mi guardo il video di Lazarus , unica canzone di Blackstar – l’attesissimo ultimo album di Bowie che sarebbe uscito l’8 gennaio – presente nel musical omonimo in scena al piccolo teatro nel Lower East Manhattan.


Lo guardo più volte, ascolto la musica: è straniante, cupo, con Bowie bendato, a letto, quasi in preda a convulsioni, due bottoni in corrispondenza degli occhi, una specie di strega sotto il letto, un altro Bowie in calzamaglia aderente che esce e infine scompare dalla porta di un armadio atteggiandosi come un mimo. Intenso e carico di una simbologia inquietante: la porta, ianua in latino, rimanda al dio Giano, il dio dei passaggi, degli inizie e delle fini, delle transizioni, delle porte, delle vie di fuga. Giano dà il nome al mese di gennaio, il mese di nascita di David Bowie che fa uscire il disco l’8 gennaio!

Cupe, enigmatiche le parole della canzone:

Guarda qui, amico, sono in pericolo

Non ho più niente da perdere

Sono così sballato che il mio cervello turbina…

In un modo o nell’altro

Sai, sarò libero

Oh, sarò libero

Quel settantenne sofferente, quasi in preda alle convulsioni, è ciò che è rimasto di Ziggy Stardust, di Thomas Jerome Newton, quell’alieno è David Bowie.

Una volta a New York, per curiosità, cerco sulla mappa, individuo l’indirizzo e vado al teatro: eccolo il NY Theatre Workshop, ecco la locandina, ma è chiuso, orario sbagliato o forse era il 31 dicembre, giorno di chiusura. Più tardi in albergo, provo a cercare biglietti, non si sa mai: il primo sito che visito mi ripete sold out, vado direttamente sul sito del NYTW e ci sono posti, ci sono posti per lo spettacolo di David Bowie!

Il 2 gennaio sono lì: teatro piccolo, poltroncine in velluto rosso fino sotto al palco, sono in sesta fila.

Lo spettacolo inizia.

La scena è spoglia, c’è un letto – come nel trailer della canzone – un frigorifero pieno di bottiglie di gin, un grande schermo centrale, un secondo palco in penombra, separato con una parete di vetro dal palcoscenico, su cui sono dei musicisti.

Il protagonista Michael C. Hall, che interpreta Newton/Bowie, è di spalle, a piedi nudi, con le braccia aperte come in croce.

Sullo schermo scorrono veloci immagini degli anni ‘60 e ‘70, John Lennon, Elvis Presley, il Vietnam, Berlino dei tempi della Guerra Fredda, un mimo, una donna in abito giapponese, auto in corsa, e molto altro.

La storia inizia: Newton è un alcolizzato, alienato, ossessionato.

Ciò che vede – e lo spettatore con lui- è reale o solo nella mente del protagonista? I personaggi che appaiono sono reali o allucinazioni? Si dispera perché è prigioniero: è immortale, la morte non può porre fine al suo dolore, non può scappare, non ha un razzo per tornare nel suo pianeta.

Sullo schermo una donna, la sua Mary Lou, con i suoi capelli blu e la sottoveste blu, amata e perduta per sempre.

Una canzone: bellissima e struggente.

La storia non ha un andamento cronologico, ed è piena di digressioni.

La musica segue tutta la vicenda, la commenta, spesso chiarisce le scene, convince e prende grazie anche alla bravura degli attori-cantanti; è la musica a creare momenti di sospensione e inspiegabilmente di serenità e commozione. Moltissime canzoni nuove, arrangiamenti di amatissime hit.

I personaggi che entrano in rapporto con Newton sono difficili da decifrare: c’è Elly, assistente terrena di Newton, così presa dal suo fascino che nel suo fanatismo si perde, totalmente. Changes è la sua canzone.

Potente la figura di Valentine, interpretata da Michael Esper, che agisce come un angelo della morte: lusinga, manipola, distrugge ogni traccia di amore.

E c’è Marly, la ragazza-angelo, con i capelli decolorati e il vestitino bianco, interpretata da Sophia Anna Caruso, quattordicenne che recita e canta in maniera impeccabile, con voce forte, cristallina, ferma, una vera sorpresa.

Marly è la figura più indecifrabile della storia, vive in un non luogo tra la vita e la morte, non conosce neppure il suo nome ma sa che deve aiutare Newton a tornare in cielo, nello spazio e costruisce per lui un razzo con strisce di carta sul pavimento

Dopo infinite digressioni e scene surreali, un finale sconvolgente: Newton aiuta Marly a morire per uscire da limbo in cui sta vivendo in un ospedale, appesa a un tubo di ossigeno. Se fino a quel momento avevo percepito una speranza di redenzione nell’angelo bambina, assisto stranita alla sua morte in una disperata vertigine: Newton, spinto da Valentine, la pugnala.

Ma invece del sangue c’è latte sul pavimento: Marly si rialza e gioca a scivolare sul latte e Newton con lei.

A questo punto uno splendido adattamento di Heroes duettato da Newton e Marley: “Io, io sarò re – E tu, tu sarai la mia regina”. Sullo schermo il razzo sparisce in lontananza.

Grazie David Bowie.


Ziggy Stardust, omaggio a David Bowie, in libreria dal 28 gennaio. Leggi news
Gallery photo del musical Lazarus

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