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E tu? Come arriverai a 80 anni?

SOCIETÀ, SPORT Lascia un commento

– di Andrea Schiavon

Andrea Schiavon qualche giorno fa è volato in Israele per correre con il professor Ladany.

L’occasione è stata il compleanno di Shayl Ladany, 80 anni, che lui per tradizione festeggia nel modo in cui ha sempre celebrato questa ricorrenza dai 50 in poi: trasformando in chilometri il corrispettivo della sua età.

Alla vita incredibile del marciatore ebreo Shaul Ladany, sopravvissuto da bambino al lager nazista e, da atleta, all’azione terroristica contro la squadra ebraica durante i Giochi olimpici di Monaco 1972, Schiavon ha dedicato un libro Cinque cerchi e una stella, vincitore del Premio Bancarella Sport 2013Per il nostro blog il racconto di questa singolare corsa.

E TU? COME ARRIVERAI A 80 ANNI?

Foto di Andrea SchiavonQuesta è la storia di un uomo che a 20 anni va a Parigi.
Quando torna a casa, tutti gli chiedono com’è la capitale francese di cui si sente tanto parlare.
Lui non ha dubbi: “E’ una città meravigliosa. E poi ci sono le ragazze… bellissime, affascinanti. Alcune poi, ti fanno addirittura l’occhiolino per strada”.

Lo stesso uomo si trova a Parigi a 40 anni.
Quando è a casa, a chi gli domanda com’è Parigi, lui risponde così: «E’ una città meravigliosa. E che ristoranti… vini eccellenti, foie gras… non ho mai mangiato meglio”.

A 60 anni l’uomo va nuovamente a Parigi.
La sua impressione? «E’ una città meravigliosa. E che dottori straordinari… avevo un problemino al ginocchio e in pochi minuti un ortopedico me l’ha risolto”.

A 80 anni l’uomo è di nuovo a Parigi.
Quando rientra a casa un vecchio amico gli chiede ancora una volta come sia quella capitale di cui ha sempre parlato così bene. L’ottantenne lo guarda interrogativo e poi risponde:
“Parigi? E chi ci è mai stato?”

Shaul Ladany compie 80 anni, ma memoria e senso dell’umorismo sono integri tanto quanto le sue gambe.
Per 80 chilometri mi racconta storielle come questa, mi svela aneddoti e spolvera ricordi.
Abbiamo cominciato a camminare poco dopo le 4 del mattino, nella notte del deserto del Negev: tra poche ore sarà il suo ottantesimo compleanno e lui vuole festeggiarlo nel modo in cui ha sempre celebrato questa ricorrenza dai 50 in poi. Trasformando in chilometri il corrispettivo della sua età.

IMG_1007È la prima volta che lo accompagno così a lungo. Al massimo, quando raccoglievo materiale per Cinque cerchi e una stella, ci siamo spinti sino a cinquanta chilometri, tra Arad e il Mar Morto.
Questo però è un giorno speciale. Un giorno in cui, al netto di qualche vescica, vale la pena esserci.

In viaggio ho portato un solo libro per il volo Milano-Tel Aviv e così, prima di metterci in cammino, ho finito di leggere Essere mortale di Atul Gawande.
Chissà quale dio delle librerie mi ha messo in mano proprio questo testo che parla della caducità umana (in maniera toccante e, come sempre per Gawande, molto documentata) nei giorni in cui vado a incontrare un uomo che il New York Times ha definito An Ultimate Survivor?

Con il professor Ladany però stavolta non parlo di morte: niente Bergen-Belsen, niente Monaco ’72. Questa passeggiata è un inno alla vita, è una festa itinerante e circolare che – giro dopo giro – si arricchisce di compagni di viaggio. All’inizio con noi per le strade di Omer c’è Anat, che con Shaul condivide la passione per il collezionismo, poi quando è ancora buio si aggregano Gideon e John: c’è chi fa con noi cinque chilometri e chi si spinge un po’ più in là, ci sono gli amici di una vita e semplici conoscenti.

Tante facce, molte parole e alcuni silenzi, per riprendere fiato e concentrarsi sui chilometri che mancano, mentre il sole è ormai alto e la temperatura è salita fino a 27 gradi, gocciolando sudore sulla nostra fatica.

Shaul però non perde mai il suo ritmo, neppure quando il corrispondente della Bbc gli mette davanti al viso un microfono e gli propone un’intervista strada facendo.

Più andiamo avanti, più passano le ore e le storie si moltiplicano, diramandosi.
Aviv, un professore in pensione della Ben Gurion University, per esempio mi racconta di quando, negli anni ’70, è andato a vivere in Giappone per insegnare l’ebraico agli appartenenti al movimento makuya.

Intorno a noi il gruppo si infoltisce, man mano che ci avviciniamo alla fine.

C’è una giovane donna in impeccabile tenuta da jogging, che esibisce i propri tatuaggi e sfoggia un paio di vezzosi occhiali da sole. Lei non conosce Shaul, ma abita nei dintorni e per anni l’ha visto allenarsi, passando davanti a casa sua. Quando ha letto su facebook di questo speciale compleanno, ha deciso di accompagnarlo per un po’ e così è qui con noi, a donare un tocco di eleganza a un gruppo eterogeneo e multicolore, dove la sua calzamaglia attillata cammina al fianco della gonna lunga di un’ebrea ortodossa.

Ad arricchire di suoni il nostro passaggio ci pensano i ragazzi. Ci sono i nipoti di Shaul – Shaked, Raz e Ron – e poi ci sono gruppi di scout che si aggregano, intonano canti e battono le mani per ritmare l’andatura. Per l’ultimo giro si schierano in più di trecento, a sgolarsi a bordo strada.

Davanti a loro non c’è il sopravvissuto al campo di concentramento, né l’atleta che ha partecipato a due Olimpiadi e neppure il docente universitario.

C’è Shaul, un uomo che trova gioia, forza e ispirazione in ogni passo.

Un uomo il cui cammino è Memoria.
Un uomo che, a 80 anni compiuti, Parigi se la ricorda ancora molto bene.
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