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La tortura nel mondo arabo e il nostro giudicare

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– di Shady Hamadi –

È facile giudicare il mondo arabo dalla nostra tranquilla Europa. Oggi è semplice, per chi non ha vissuto la propria vita in un paese mediorientale, dire «era meglio quando c’erano Gheddafi, Mubarak e gli altri. Loro garantivano la stabilità e non erano poi così male». Questo giudizio, che spesso sento dare qui in Italia da molti tuttologi, deriva dalla mancanza di vissuto e da una banalizzazione del mondo arabo, quest’ultima nata dalla mancanza di conoscenza, di cultura.
Senza guardare quello che i regimi totalitari arabi, sostenuti dall’Occidente (a Gheddafi qualcuno ha baciato la mano, con Ben Ali qualcuno ci ha fatto affari, Saddam Hussein andava bene fino a quando ci ha venduto il petrolio a buon prezzo), non possiamo capire la genesi di quello che avviene oggi. Il radicalismo religioso non nasce dalla naturale interpretazione del Corano; ma ha radici in quello che è il disagio del mondo arabo. Parlo di un disagio che è frutto di cinquant’anni di repressione e tortura inflitta alla popolazione; della sistematica eliminazione di ogni dissenso democratico; del progressivo smantellamento dell’istruzione; della miseria dilagante. Tutti questi fattori producono il disagio odierno. In più, oggi si aggiunge lo sguardo giudicatore, quello sguardo occidentale che percepisce l’Isis come pericolo solo quando questo gruppo comincia a sgozzare occidentali. Quando l’Isis massacra arabi musulmani; quando un uomo negli Stati Uniti d’America massacra tre studenti perché musulmani nessuno si indigna. E’ questa assenza di equilibro, questi morti di serie A e di serie B, che produce il risentimento.

Quando oggi, qui in Italia, si dice che era meglio lasciare Gheddafi perché almeno ci garantiva la stabilità, allora neghiamo la possibilità degli arabi di affrontare un loro processo storico, lungo e tortuoso.
In ultimo, sostenendo la tesi del male minore, della stabilità senza democrazia, non teniamo in considerazione le torture e le uccisioni che questi leader, za’im, hanno compiuto. Mi viene in mente la denuncia, inascoltata, che Abd al-Rahman Munif, grandissimo scrittore arabo, fece della tortura in quello che è uno dei suoi libri più famosi: All’est del Mediterraneo, nel quale il protagonista raccontava la sua esperienza, tragica, nelle carceri del suo paese, un paese senza nome che rappresentava tutti i paesi arabi. Quando noi, occidentali, italiani, riconosceremo il dolore arabo, il loro diritto all’autodeterminazione, forse il fondamentalismo finirà e si aprirà un’epoca florida di riconciliazione. Un’epoca di Felicità araba.

 


Shady Hamadi è nato a Milano nel 1988 da madre italiana e padre siriano. Fino al 1997 gli è stato vietato di entrare in Siria in seguito all’esilio del padre Mohamed, membro del Movimento nazionalista arabo. Con lo scoppio della rivolta siriana contro il regime di Bashar al-Assad nel marzo 2011, Hamadi diventa un attivista per i diritti umani e un importante punto di riferimento per la causa siriana in Italia. Collabora con “Il Fatto Quotidiano” dove tiene un blog.

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