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La solitudine del tennista

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-di Anna Zinola-

Go, good job, again, go, the previous one was better, go, again.
Così per tre ore, sotto il sole, sei giorni su sette.
Qualche volta sulla terra, dove la palla arriva più lentamente e puoi scivolare per raggiungerla, qualche volta sul terreno sintetico, dove la palla schizza.
È la vita dei ragazzi (hanno 13, 14 anni, spesso anche meno) che frequentano le tennis academy.
«Zverev ha 19 anni ed è nella top 5 mondiale», mi racconta uno dei coach «per uno come lui ce ne sono migliaia che a un certo punto (di solito alle soglie dell’adolescenza) mollano. Così, da un giorno all’altro, stop. Non vogliono più vedere una racchetta, un campo. Perché a questi ragazzi si chiede di avere la fisicità di un diciottenne (la resistenza, la velocità, i riflessi) e la maturità, la testa di un trentenne.»
Il che significa capacità di concentrazione, tenacia, calma, volontà di apprendere dai propri errori.
«Ecco, uno così è un mostro».
Del resto bisogna essere un po’ mostri per colpire – come racconta Agassi – 2.500 palle al giorno, cioè 17.500 alla settimana, quasi un milione in un anno.
Oppure per avere la freddezza dimostrata da Artur Ashe durante la storica finale di Wimbledon del 1975 contro Connors.

O, ancora, per riprendersi da una serie di infortuni e vincere, a quasi 36 anni, per l’ottava volta Wimbledon (per chi non lo sapesse parliamo di Federer: un essere così mostruoso da essere considerato il dio del tennis).
Ma secondo me, la parola che descrive meglio la condizione del tennista non è mostro. ’
È solitudine.
Perché sul campo sei solo: con te stesso, le tue paure, le tue aspettative.
Questo vale per i giocatori professionisti, che giocano sui campi del grande slam, così come vale per i tennisti dilettanti, che giocano sui campi dei circoli di quartiere (ogni riferimento a fatti, persone ed eventi realmente accaduti non è casuale).
Sei solo quando sbagli e continui a fare sempre lo stesso errore (nel caso specifico: rovescio che vorrebbe essere profondo ma tale non è).
Sei solo quando sei in vantaggio 4-2 e poi improvvisamente ti trovi sotto 4-5.
(Dov’ero? Cosa è successo? Agassi racconta che gli capitava la stessa cosa, ma non è una consolazione).

Sei solo quando ripeti ossessivamente lo stesso gesto eppure funziona solo una volta su 3 (quando va bene).
Sei solo quando ti ripeti ossessivamente (il tennista è un ossessivo per definizione, per rendersene conto basta guardare pochi minuti di una partita di Nadal) cosa devi fare: lascia andare il braccio, sposta il peso avanti, cambia l’impugnatura, ruota le spalle, piega le ginocchia.
Sei solo nei cambi di campo, quando cerchi di mantenere la concentrazione o di trovare il bandolo.
E capisci perché i tennisti, quelli veri, trascorrono la pausa del cambio campo con un asciugamano sulla testa.
Detto così, sembra uno sport orribile, per pazzi.
Invece è uno sport meraviglioso.
«Non c’è suono più bello della pallina quando la colpisci con le corde esattamente al centro della racchetta», mi ha detto un paio di giorni fa un amico, malato di tennis come me. E poi l’odore, il profumo che hanno le palline nuove, quando apri il tubo.»
Secondo lui uno sport meraviglioso perché ti mette alla prova, ti diverte, ti sorprende, ti spinge a confrontarti, a superare – o almeno a cercare di superare –  i tuoi limiti.
E se non ci riesci questa volta pazienza, ci riproverai.
Go, good job, again, go.

Anna Zinola si occupa di consumi dal 1993. Dal 2003 insegna Psicologia del marketing all’Università di Pavia.
Ha scritto alcuni libri sulle tendenze di consumo, l’ultimo è Nuovi modelli di consumo alimentare (Tecniche Nuove, 2015)
Ha un blog sul sito del Corriere della Sera, La nuvola del lavoro.

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