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La riserva indigena di Kripre – reportage #5 da Palmas

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– di Alfredo Spalla –

Ci avviamo alla conclusione del lungo reportage scritto in esclusiva per add editore da Palmas, questo è un viaggio che esce dal campo dei giochi e si spinge a incontrare e vedere come vivono davvero i popoli indigeni.


«E tu come ti chiami?», mi chiede un anziano con la maglietta verde e una torcia nella mano sinistra. «Alfredo, piacere», rispondo. Non l’ho mai visto, ma mi abbraccia forte: «Sono José». «Bene, molto bene», ripete mentre mi abbraccia. Conosce Roma, vorrebbe parlarne per ore, ma purtroppo dobbiamo andare. Mi stringe ancora con sicurezza, profuma di brava persona. Salgo in auto e ripenso all’ultimo incontro di un giorno incredibile, quello trascorso nella riserva indigena di Kripre, una ventina di chilometri a nord di Tocantinia. È il posto in cui vivono circa 500 indigeni dell’etnia xerente, uno dei 9 popoli che abitano lo stato del Tocantins. A Palmas, la città dei Giochi mondiali indigeni, sono praticamente la “squadra di casa”. Il pubblico tifa per loro nel tiro con l’arco, nel calcio o nel tiro alla fune. E loro ripagano con grande affetto. Due giorni prima delle finali, riesco a scoprire qualcosa in più su questo popolo del nord del Brasile. L’idea della mia visita sorge per caso grazie a Carlos Amastha, l’eccentrico sindaco colombiano della città di Palmas. Mi consiglia di non perdere quest’occasione.

Dopo aver stabilito l’orario del viaggio, incontro Srêwe, la mia guida. È un indigeno xerente e mi accompagnerà a Kripre: «Tante tribù non accettano visite di estranei perché hanno paura che si tratti di spie governative, che vengono per controllare le condizioni delle riserve, o di agenti inviati dalle grandi imprese per verificare la presenza di materie prime. L’estraneo deve essere sempre accompagnato da una persona di fiducia, per questo vengo con te. Non ti conosco, ma mi fido delle persone dell’organizzazione». Srêwe fa molta vita politica, ma non è esattamente un idealista. Lavora per tre enti indigeni. In Brasile li chiamano articuluadores, sono sostanzialmente dei mediatori. Ascoltano le esigenze dei nativi, cercando di farsi sentire dalle autorità locali e nazionali. «Sono presidente dell’unione di Palmas, di quella del Tocantins e coordinatore regionale del Mopic, che si batte per i diritti dei popoli del Cerrado, il tipo di vegetazione della nostra terra». È un ecosistema con una biodiversità fantastica, lo chiamano la «savana brasiliana». Il clima, però, è meno secco di quello africano. «Il Cerrado non è molto conosciuto a livello internazionale, ma è il secondo bioma più diffuso in Brasile. Voi bianchi vi siete innamorati della causa dell’Amazzonia, mentre qui i pesticidi ci stanno intossicando. Soffriamo allo stesso modo; stiamo cercando aiuti dall’Unione Europea. A volte, gli indigeni difendono posizioni troppo rigide, ma non capiscono che la guerra non serve a nulla», sentenzia la guida mentre beve il suo succo all’arancia. Nel frattempo arriva Gilnei, l’autista indicato da un funzionario del comune. Dice di essere un ex-dirigente comunale, saltato da cinque mesi per giochi politici nell’amministrazione comunale. Una persona semplice, che aveva aiutato la giunta a ottenere voti in un distretto periferico: «Ci sono rimasto male. Il sindaco mi ha promesso che sarei tornato dopo pochi giorni, ma poi si è dimenticato di me. Me ne torno al mio paese, mi vogliono candidare come vice-sindaco».

Il paesaggio è fantastico. Alla sinistra il Rio Tocantins, alla destra la Serra, un grande bosco. Dopo una novantina di chilometri, la strada asfaltata cede il passo alla terra rossa e ai ponti di legno. «Gli indios non vogliono l’asfalto, spesso bruciano i ponti», dice Gilnei.
«Non è vero! Noi vogliamo la strada, e i ponti li bruciamo solo quando siamo arrabbiati. Sono i camion che li rovinano», ribatte Srêwe. Attraversiamo Tocantinia, una città semi-deserta. «Secondo me, è la prima città-tribù del Brasile, ormai qui vivono solo indigeni. Gli altri se ne stanno andando», racconta la guida. Finalmente arriviamo all’entrata della riserva e la sensazione è da subito unica. Strade deserte, vegetazione ben tenuta e due uomini a cavallo che controllano possibili incendi.

Ci attendono davanti alla casa del cacique, una specie di capo-tribù. Si chiama Sinã, ha 33 anni e 6 figli. Ride perché io non ne ho ancora uno. Gli fanno compagnia l’anziano del villaggio, quasi non vedente; il consigliere della pace; un arciere e una donna che mi presenta come la pasionaria degli xerente. Ovviamente non sono vestiti con i costumi tipici, lo fanno solo per le feste culturali e per la televisione. Ci sediamo in circolo per parlare della loro routine: «Io» esordisce il cacique «insegno alla scuola indigena, dove i ragazzi apprendono prima la nostra lingua e dopo il portoghese. Il mio ruolo è quello di prendere le decisioni per il bene della mia tribù. Penso di essere il leader più giovane dell’etnia; mi hanno scelto perché m’impegno molto per la comunità». Le decisioni, però, sono prese insieme alle persone più anziane, che tra i nativi sono sempre molto rispettate: «I saggi guidano le mie scelte, così come i consiglieri della pace. Abbiamo sofferto dopo il contatto con l’uomo bianco, adesso cerchiamo il nostro equilibrio». E, a occhio, almeno in questa parte di Brasile, sembrano averlo trovato: hanno internet; televisione satellitare; scuolabus; posti riservati nell’amministrazione pubblica e un paradiso terrestre in cui vivere. Il suolo che calpestano è dello stato brasiliano, ma loro sono deputati a preservarlo. La piazza, in terra battuta però, non mi sembra ben curata, c’è sporcizia e le condizioni igieniche dei bagni sono rivedibili. Saranno anche preoccupazioni dell’uomo bianco, ma pongo la domanda al cacique: «È la comunità a occuparsi della pulizia, ognuno fa il suo. Un po’ in tutte le cose, in generale, ciascuno ha il proprio dovere».

Srãpte, il consigliere, invece, mi racconta la sua impressione sui giochi: «Penso che sia stato fatto un grande torto agli indigeni xerente. Il giorno dell’inaugurazione siamo arrivati all’Arena, ma non ci hanno fatto entrare perché non avevamo l’invito! Una mancanza di rispetto con il popolo nativo di questa terra!». Gli spiego che era una questione di sicurezza, c’era la Presidente della Repubblica e la polizia federale esigeva in anticipo i nominativi. «Sì, ma allora perché non ci hanno invitato? E perché per le finali non ci mettono a disposizione autobus per andare a Palmas? Tutti vorremmo vedere i nostri amici competere». M’invitano a fare un giro per la riserva, ma prima devo essere incluso nel circolo delle amicizie, perlomeno battezzato. Arriva un ragazzo pronto per disegnarmi il corpo. Scelgono gli stessi simboli del clan Kuza, quello del cacique. Intinge il bastone in un miscuglio di jenipapo (un frutto), urucum (una pianta) e carbone, poi disegna delle linee rette fino all’altezza del collo. La pasionaria mi regala un paio di collari tipici, mentre Sinã si consulta con l’anziano e mi riferisce: «Come da tradizione indigena, abbiamo deciso di darti un nome. Per noi sei Suprawêkô, adesso sei parte del mio clan e ti invito a tornare per le nostre feste. Il tuo nome significa “colui che fugge dalla sabbia”». Sorrido, capisco che è dovuto al colore della mia carnagione. «Fra nativi è così, a volte il nome lo diamo da adulti, quando è possibile intravedere le caratteristiche di una persona». Ci scambiamo i contatti e la promessa di rivederci. E infine arriva José, con quel suo abbraccio forte e caldo prima di lasciarmi tornare a Palmas.

A breve l’ultimo reportage…

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