Know Hope At The Roskilde Museum Of Contemporary Art

La memoria non è sacra, è umano rispetto

SOCIETÀ Lascia un commento

– di Elena Loewenthal

Nessuna unione, civile, storica, politica e sentimentale potrà mai nascere sopra questo suolo, se non si riconosce quello che c’è sotto. Se non ci si assume la coscienza e la responsabilità morale di avere un cimitero sotto le suole delle nostre scarpe.
A questo, in fondo, dovrebbe servire il GdM. A riconoscere quello che c’è sotto il fragile, sottile strato di terra su cui l’Europa si regge.
Altro che celebrare una memoria altrui. Altro che tributare un omaggio. Altro che risarcire.
No. Riconoscere, invece.
Che è una cosa ben più difficile e scomoda: ma non per niente si è dovuto istituire un giorno ufficiale. Riconoscere significa in fondo riconoscersi. Guardare quel passato e non negare che riguarda se stessi.
Non perché colpevoli ma perché quella storia è imprescindibile dalla propria identità collettiva. Perché quel passato lì è in comune, che piaccia o no. Appunto: fintanto che negazionisti e nostalgici di quei regimi saranno gli unici a rivendicare quel passato, l’avranno vinta sul piano della convinzione nella battaglia. Se invece si troveranno a fare i conti con l’evidenza che quel passato non è soltanto il loro, che lo evocano con rimpianto e lo vorrebbero veder tornare, ma anche della società civile che lo rivendica per quanto sia sgradito e scomodo, che lo sente proprio anche se lo considera orrendo, i nostalgici dei totalitarismi perderanno almeno il privilegio dell’esclusiva – la forza del possesso – di quella storia.
Solo se ci si contende veramente quella storia, la battaglia contro negazionismi e fascismi ha senso, ed è condotta ad armi pari.
Ma finché l’opinione comune e la percezione del GdM restano impantanati nell’idea che la Shoah è storia degli ebrei, che è «affar loro e non nostro, ancora grazie se ci prendiamo il disturbo di omaggiare la memoria», la battaglia è, se non perduta, certo in stallo.
Come infatti dimostra il proliferare di ingiurie e assurdità che accompagna la celebrazione del GdM e la segue sul lungo periodo.
Con la sua libertà di parola non esente dal rischio di vertigine, il web è un terreno favoloso per questo genere di cose, che vengono sputate senza dover neanche fare la fatica di nascondere il braccio dopo aver lanciato la palla avvelenata. È tutto così semplice, facile, immediato e innocuo, che sul web, nei social network, sui blog proliferano le discussioni. Ma soprattutto le asserzioni.
Le notizie false che tanto chi se ne frega se sono false, basta buttarle lì e l’effetto lo fanno. Dalle conseguenze (niente affatto letali! Ma figuriamoci! Tutte balle!) dello Zyklon B, ai numeri dello sterminio (saranno al massimo centomila!) ai presunti crimini d’Israele (sono uguali identici ai nazisti, se non peggio!), quella memoria viene offesa continuamente. Negata. Travisata. In questo senso il web è un terreno privilegiato, dove la libertà di parola viene scambiata non di rado per arbitrio, licenza di sfogo inconsulto, proterva disseminazione di falsità: tanto nessuno avrà modo di punire la diffamazione. Basta un nickname o anche solo la protezione che lo schermo di un computer
concede, perché al di là di quello schermo nessuno ha modo di vedere, perché sul web in fondo siamo tutti un poco in incognito. La Shoah è una miccia formidabile, sul web: capace come poche altre di far vomitare il peggio, di sturare le fogne più fetide. Naturalmente la storpiatura di quella memoria, la sua negazione o presunta confutazione è quasi sempre associata alla battuta antisemita, allo sfogo razzista
bello e buono.
A volte si ha l’impressione sconfortante che il GdM e la cultura della memoria non servano a nulla.
Anzi. Che sia sempre peggio. Per lo meno sul fronte della rete, con tutta la protezione che in fondo essa concede. Altro che terapeutica: la memoria in questo caso innesca il peggio. Meglio non evocarla, allora, se non altro per non scatenare quell’inferno di insulti. Quante volte viene questa tentazione di pensiero, seguendo un post delirante e quel che in un attimo si porta con sé.
Il negazionismo non è affatto diminuito con l’istituzione del GdM. Anzi, si è come sentito autorizzato a una libertà di parola che prima non c’era. Merito certamente del web, ma non soltanto. Perché l’enfasi sulla memoria produce una reazione inevitabile – di scomodità, fastidio e poi pure risentimento – soprattutto se è sentita come una memoria altrui. Come un corpo estraneo, e niente affatto gradito.
Accanto al negazionismo, l’abbondanza di memoria – o, meglio, di retorica sulla memoria che procede di pari passo con la sua dismissione, vale a dire «ne parliamo tanto, ma non è roba nostra, è roba degli ebrei» – genera una banalizzazione che fa altrettanto male a chi questa memoria si porta addosso. Paragoni impropri (mi sento come un ebreo perseguitato), accostamenti facili (Israele = nazismo). La Shoah è evocata costantemente come similitudine rafforzativa. Solo che rafforzando l’altro termine del paragone, finisce per perdere sostanza ogni volta che la si nomina impropriamente. No, non perde sostanza: è la memoria, piuttosto, che si svuota di senso e di pregnanza.
Quel passato resta lì dov’è, purtroppo: intoccabile.
Il punto è che negazionismi, banalizzazioni, paragoni impropri andrebbero sanzionati non dagli ebrei, ma dal resto del mondo.
Invece la prima reazione collettiva che emerge di fronte a questo genere di cose è quella di additare gli ebrei: o perché non reagiscono o perché reagiscono con troppa veemenza. Come se queste cose riguardassero soltanto loro. E invece riguardano molto di più, se non esclusivamente, gli «altri». Quelli cui la storia della Shoah e la sua memoria appartengono ancor più che agli ebrei, i quali in questa vicenda hanno messo le vittime. I morti. I sopravvissuti. Una storia subìta non ti appartiene mai. È di chi impone il sopruso. E non è mai sacra. Nessuna storia è sacra. Neanche la memoria lo è. È umana, ma non per questo va strapazzata, dismessa, deviata, negata.
Non si tratta dunque di culto della memoria. Nessuno deve rivendicare o rinfacciare il culto della memoria.
La memoria non è sacra, è umano rispetto. È, prima ancora, una necessità della coscienza e del sentimento. Gli ebrei non chiedono il culto della memoria. La coltivano come un meccanismo imprescindibile dell’identità. Ma non la memoria dell’assenza, quella opposta. La memoria della Shoah non dice nulla sull’identità ebraica, è silenzio di morte. La memoria della Shoah parla invece al resto del mondo. Questo è quello che padre Desbois intende quando spiega che l’Europa unita non ci sarà mai se prima non riconoscerà questo terreno comune, che è il suo: un cimitero che non si può fare a meno di lasciare lì dov’è, perché esumarlo, quella sì che sarebbe una profanazione.
La memoria non è sacra, i morti non riposano, perché quando si muore così come sono morti loro, che riposo potrà mai esserci, dopo?
E così per noi, che siamo sopravvissuti o perché usciti più o meno vivi da questa storia o perché venuti al mondo dopo.
Come scendere a patti con quella storia?

tratto da Contro il giorno della memoria

immagine di copertina: installazione dell’artista Know Hope (pseudonimo di Addam Yekutieli) dal titolo Re-reading the Ripples, esposta nel 2014 al Roskilde Museum of Contemporary Art, durante la mostra collettiva Black Milk, Holocaust in Contemporary Art

Condividi