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La gentilezza è rivoluzionaria: Arthur Ashe e i suoi giorni di grazia

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–  di Arthur Ashe –

Il 6 febbraio 1993 moriva Arthur Ashe.
Tennista capace negli anni Settanta di vittorie storiche (come quella, indimenticabile, in finale a Wimbledon nel 1975), Ashe è stato soprattutto un uomo gentile, in prima linea nella lotta alle discriminazioni razziali, fra i primi a sensibilizzare l’opinione pubblica nei confronti della diffusione dell’HIV, malattia che aveva contratto nel 1988 a causa di una trasfusione di sangue infetto nel corso di un’operazione a cuore aperto.

Nel ventiquattresimo anniversario della sua scomparsa lo ricordiamo con un estratto in anteprima da Giorni di grazia. La mia storia, autobiografia che Ashe ha scritto con il giornalista Arnold Rampersad, e che arriverà per la prima volta in Italia per add editore il prossimo 8 giugno.

«Da un fatidico pomeriggio del 1950 o del 1951, il tennis è sempre stato al centro, o quasi, della mia vita.
Avevo sette anni e quel giorno avevo passato un’ora in silenzio a guardare Ron Charity, il miglior tennista nero di Richmond, che si allenava da solo sul servizio, in uno dei campi da tennis che mio padre sorvegliava nell’area di settemila ettari di Brook Field, dove vivevamo.
A un certo punto, Charity interruppe l’allenamento, mi venne incontro e mi chiese gentilmente: “Ti piacerebbe imparare a giocare?”.

“Sì”, replicai. Così, quasi per caso, la mia vita cambiò.

Con impegno, per uno o due anni, Charity gettò le fondamenta su cui ho poi costruito la mia carriera prima nella categoria juniores, poi al college e da dilettante e, infine, come professionista. A Richmond, una volta che le lezioni di Charity e l’amore per il gioco si furono impossessati di me, nel mio cielo tre stelle cominciarono a brillare più forte di tutte le altre.
La prima era Pancho Gonzalez, che non era solo il migliore giocatore del mondo, ma anche, essendo messicano-americano, era un outsider come me. La seconda era il West Side Tennis Club di Forest Hill, a New York, un terreno per me sacro, perché ospitava il nostro campionato nazionale di tennis. La terza stella, splendente almeno quanto le altre, era la Coppa Davis, la competizione internazionale in cui un giorno, con un po’ di fortuna, avrei potuto giocare per il mio Paese.

[…] La segregazione e il razzismo mi avevano fatto detestare certi aspetti del sud bianco, ma non avevano svigorito il mio patriottismo.
Per me e per la mia famiglia, ottenere un posto in nazionale avrebbe decretato la vittoria finale su tutte quelle persone che nel Sud si erano opposte alla mia carriera, in nome della segregazione. Da giovane, a Richmond, mi era vietato giocare nella maggior parte dei campi da tennis che erano riservati ai bianchi; i dirigenti sportivi locali più potenti avevano tentato di tagliarmi fuori da tutte le competizioni che coinvolgevano i bianchi.

Ma non ci riuscirono, perché molte altre persone mi avevano dato la possibilità di coltivare il mio talento. E io lo avevo fatto, fino in fondo.»

Negli anni Ashe è diventato un punto di riferimento imprescindibile per chi aspira a diventare un tennista professionista, fonte di ispirazione non solo a livello tecnico ma anche, e soprattutto, umano.

Da Serena Williams a John McEnroe, è sterminata  la lista dei personaggi che gli hanno reso omaggio.
Per chi volesse approfondire suggeriamo la visione di Arthur Ashe: More Than a Champion, un documentario prodotto dalla BBC nel 2015 che restituisce un ritratto completo dell’uomo e dello sportivo.

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