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La danza con il secolo degli Hessel: “Jules e Jim”, o meglio “Helen, Franz e Henri-Pierre”.

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-di Beatrice Brentani e Enea Brigatti-

Dal 4 marzo, grazie a Il Cinema Ritrovato, torna sul grande schermo la versione restaurata di uno dei capolavori della nouvelle vagueJules e Jim di François Truffaut.
Il film è tratto dall’omonimo romanzo autobiografico di Henri-Pierre Roché pubblicato in prima edizione nel 1953 (la decima edizione, invece, è stata pubblicata in Italia da Adelphi nel 2007) ed è nato grazie alla donna, protagonista anche della pellicola, che lo stesso Truffaut considerava sua musa ispiratrice: Helen Hessel – interpretata dall’attrice Jeanne Moreau -, resa immortale dallo scrittore come vertice del più celebre triangolo amoroso della letteratura e del cinema (dietro i grandi occhi azzurri e il casco biondo di Helen, infatti, si cela la figura di Catherine nel romanzo e nel film).

Così si legge nel comunicato stampa che accompagna l’uscita del film nelle sale: «La dolce vita secondo Truffaut. Nella Parigi bohémienne degli anni ’10, due uomini e una donna provano ad amarsi oltre le regole, attraverso il tempo, la guerra, matrimoni e amanti, accensioni e delusioni: Jeanne Moreau con i suoi travestimenti, il suo broncio altero, la sua voce magica percorre tutti i tourbillons de la vie, ma alla fine è lei a non saper accettare la resa. “Abbiamo giocato con le sorgenti della vita, e abbiamo perso”. Appunto il film definitivo sul perdere, sul perdersi. Capolavoro d’utopia dolcemente amorale, infinitamente replicato in tanti film à la manière de».

L’intreccio del romanzo (e del film) mette al centro il coup de foudre à trois tra Helen, Franz Hessel e Henri-Pierre Roché, di cui ci sono tracce non solo nei romanzi di quest’ultimo, ma anche in quelli di Franz (Romanza parigina, per esempio, pubblicato da Adelphi) e nella biografia di Helen (Helen Hessel. La donna che amò Jules e Jim di Marie-Françoise Peteuil, Baldini&Castoldi 2014), una storia i cui protagonisti si muovono in una delle cornici storiche più affascinanti di sempre: la Berlino degli anni Trenta; la Parigi dei surrealisti e dei cubisti; le avanguardie letterarie.
Helen, aspirante pittrice, arriva a Parigi dove conosce Rilke, Erich Klossowski, Costantin Brâncusi, Max Ernst, Giselle Freund, Marcel Duchamp e Man Ray. Molti di loro frequentano il Dome ed è proprio nel celebre locale di Boulevard Montparnasse che nel 1912 Helen incontra Henri-Pierre Roché e il suo amico, l’erudito berlinese di origine ebraica Franz Hessel.

Con Franz Helen avrà due figli, Ulrich e Stéphan: quest’ultimo crescendo parteciperà alla Resistenza francese, dopo la guerra lavorerà al Segretariato generale dell’Onu e sarà uno dei principali redattori della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo. Da Stéphan e basta diventerà Stéphan Hessel, e raggiungerà la fama con il pamphlet Indignatevi!, un piccolo classico della letteratura contemporanea, successo planetario che noi di add abbiamo pubblicato nel 2010 all’interno della collana Esclamativi.

Oltre a Indignatevi! Stéphan nel 2011 ha pubblicato con add anche Danza con il secolo, «molto più di un’autobiografia, un vero e proprio racconto di uomini, eventi, sentimenti, momenti di Storia e di grande riflessione».

In questa storia non potevano mancare Helen e Franz: in attesa di entrare al cinema per rivedere in grande Jules e Jim potete leggere qui un estratto da Danza con il secolo in cui Stéphan racconta di loro, di se stesso e di suo fratello Ulrich, e ovviamente di Roché e di Truffaut.

«Franz e Helen, entrambi così tedeschi e cosmopoliti, si incontrarono nel 1912 al Café du Dôme di Montparnasse. La Parigi degli anni prima della guerra era il crogiolo culturale e morale da cui io e mio fratello siamo usciti, luogo di sogni e di rivolte. È là che i nostri genitori hanno deciso di sposarsi.
Il matrimonio ebbe luogo a Berlino, un anno prima della dichiarazione di guerra. Helen era incinta, e decise di partorire a Ginevra. Il suo primo figlio, Ulrich, nacque il 27 luglio 1914, mentre Franz partiva per raggiungere il reggimento. Tre anni dopo, mentre a Verdun ci si massacrava, io fui il frutto di una licenza a Berlino accordata a Franz dal servizio della censura, dove si era fatto stanziare. Durante quella fase bellicosa delle relazioni franco-tedesche, mio fratello e io, bambini, non godemmo molto della presenza paterna. Helen e sua sorella Bobann costituivano il nostro universo fisico e mentale, un universo fatto di risate e di carezze, di giochi e travestimenti: due berlinesi scatenate. Helen aveva per me i tratti di Afrodite, con gli occhi azzurri e i lunghi capelli biondi, la tenerezza focosa e il bisogno di sedurre. Nostro padre? Helen ce ne dava soltanto un’immagine alquanto sbiadita, quella di una mente sottile in un corpo ingrato. Franz era quasi calvo, di bassa statura e piuttosto robusto. Il suo volto e i suoi gesti erano gentili, appariva ai nostri occhi come un saggio, un po’ assente, che viveva in disparte e non si occupava molto di noi. Quarant’anni dopo la sua morte, è diventato per me una figura iniziatica.
La sua opera, che conoscevo poco e dalla quale non mi aspettavo altro che svago, è riemersa offrendo un punto di vista profetico e malinconico sugli inizi del secolo, in accordo con Bertolt Brecht e Walter Benjamin.
Nella coppia decisamente insolita formata dai miei genitori, avevo subìto così tanto il fascino della personalità di Helen da aver rimosso quella di Franz. Helen aveva un bisogno di indipendenza che mal si accordava con una vita agiata. La sua passione era la pittura ed è sempre stata circondata da pittori; lei però non dipingeva più, giudicandola un’attività che sporcava troppo. Non smise mai di disegnare, realizzando con talento ritratti dei famigliari. Durante la guerra, però, decise di guadagnarsi da vivere lavorando come operaia agricola presso un proprietario terriero. In seguito avrebbe voluto diventare ballerina, o forse attrice. Ma alla fine è stata la scrittura ad avere l’ultima parola. Lei aveva trentaquattro anni e io tre quando ci ritrovammo incastrati in un triangolo tutto sommato banale ma che stava per essere trasformato in mito dalla sua trasposizione romanzesca e in seguito cinematografica. Henri-Pierre Roché, l’autore del romanzo Jules e Jim, prima della guerra era stato un caro amico di Franz. Con Marcel Duchamp, al quale era molto legato e di cui aveva abbozzato un ritratto assai affettuoso, condivideva una concezione che voleva essere radicalmente nuova dei rapporti tra uomini e donne, libera e senza concessioni. Franz ed Henri-Pierre si interessavano alle stesse donne e condividevano scoperte e piaceri. La guerra li aveva separati, la pace li riportò con naturalezza l’uno verso l’altro.
Come avrebbe potuto il francese, elegante e seduttore, non diventare l’amante della moglie del suo vecchio amico? Ma il triangolo si rivelò più tragico che frivolo, svelando le asperità di coloro che vi si trovavano coinvolti. Mio padre comprese che quanto succedeva a mia madre e al suo amico era una scoperta seria e bella che avrebbe potuto trasformare entrambi. Non soltanto non volle essere un ostacolo, ma si fece mediatore letterario di quella passione. Incoraggiò ciascuno dei due a descriverla minuziosamente in un diario personale dal quale sarebbe nato un libro scritto da entrambi, o addirittura da tutti e tre. Mio fratello e io, che allora avevamo sette e quattro anni, assistemmo a quella strana avventura che avrebbe potuto privarci di nostra madre se il suo proposito di rifarsi una vita e avere un figlio con Roché si fosse realizzato. Nella mia memoria non resta quasi nulla delle scene che Truffaut ha consegnato al dominio pubblico, e sono infastidito quando qualcuno che ha visto il film mi dice: «Ah, lei è la bambina di Jules e Jim!». Ero un bimbetto saltellante che pensava che quel francese alto, magro, slanciato, simpatico e dai gesti sicuri fosse un perfetto compagno di giochi nei prati della Baviera e sulle rive dello stagno dove ci insegnava a giocare a rimbalzello. Lasciavo a mio fratello Ulrich il compito di proteggere Franz, come ha fatto per tutta la vita. Fin da allora mi sembra che avessimo diviso il mondo in due parti: quella di mio fratello e la mia. La sua parte includeva Franz, il rigore, la rettitudine e la musica; la mia comprendeva Helen, l’irriverenza, l’ingegno e la poesia. Divisione arbitraria, discutibile, ma che ancora oggi fatico a negare.»

 

Beatrice Brentani (Borgosesia, 1994) studia Culture moderne comparate presso l’Università degli Studi di Torino; si è Laureata in Lettere nel 2016 con una tesi sulla critica militante di e su Italo Calvino. Attualmente vive a Torino, è Vicedirettore di OUTsiders webzine e lavora presso add editore come stagista.

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