Rabhi Giornata

La bellezza può salvare il mondo?

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– di Pierre Rabhi

Dal mio punto di vista, la risposta a questa domanda è «sì», ma serve un chiarimento tutt’altro che semplice, e ne sono cosciente. Cercherò quindi di dare la mia testimonianza, di fronte alla complessità di una società il cui avvenire dipende dalle utopie di cui avremo l’audacia.

Alcuni pensano dunque che la bellezza possa salvare il mondo; ma bisogna intendersi su che cos’è la bellezza e di quale mondo parliamo. Ciò che oggi possiamo ammirare della natura esisteva prima ancora della comparsa della nostra specie: una volta celeste, dominata dal sole che riversa i suoi fiotti di luce e di calore sulla terra di giorno, e disseminata la notte di costellazioni lontane, come pietrificate in un silenzio infinito, con una luna che ha i suoi cicli e le sue cadenze immutabili; le foreste, i fiumi, gli oceani, le montagne, e tutte le creature che li abitano; l’incanto dei colori, dei profumi, dei canti degli uccelli esisteva già molto prima che esistessimo noi. Lo stesso vale per la furia degli elementi, le tempeste, il fulmine e i cicloni, le eruzioni vulcaniche, il furore delle acque, i terremoti, ma anche la calma profonda, la pace profonda, la leggerezza della brezza… Potremmo dire, a rigor di logica, che la bellezza non si cura dell’essere umano. L’esistenza o non esistenza di quest’ultimo è, per così dire, contingente. La bellezza esisterebbe in sé e per sé; allo stesso modo, l’estinzione del genere umano non cambierebbe niente di questa realtà e il pianeta Terra proseguirebbe la sua evoluzione alleggerito di un bipede piuttosto «turbolento». Un’analisi che, se accettata, rimette le cose al loro posto. Contiene un meraviglioso spunto di umiltà per il principe autoproclamatosi della creazione. Che cos’è, allora, alla fine, il fenomeno umano in questo contesto?

L’antropologia e l’archeologia hanno messo in evidenza che, fin dalla sua comparsa, l’essere umano si è mostrato sensibile alla realtà alla quale apparteneva. Sensibile alla natura, non solo per ciò che gli offriva per la sua sopravvivenza biologica di raccoglitore-cacciatore-pescatore, ma anche, attraverso miti e simboli, a ciò che essa provocava nella sua psiche, nella sua intimità emozionale. Le pitture rupestri, ad esempio, testimoniano già la capacità dell’uomo primitivo di osservare in modo molto acuto le creature presenti nella sua èra. Le avrebbe persino divinizzate, probabilmente per esorcizzare il terrore che gli incutevano, come tanti altri fenomeni allora per lo più inspiegabili. Il tutto si inscriveva nel grande mistero della vita, che gli faceva presagire l’anima di un creatore in ogni cosa creata.

Per lunghi periodi, l’espressione della bellezza da parte di questo animista è stata ispirata e resa ogni volta diversa dalla diversità della natura. È così che rappresentando, ad esempio, le scene che illustravano la loro vita, i nostri lontani antenati ci hanno permesso, grazie alla magia dell’arte, di condividere le loro impressioni e i loro sentimenti profondi. L’essere umano opera così questo miracolo di produrre una sorta di fenomeno vibratorio sotto forma di un codice emozionale trasmissibile ai suoi simili attraverso il tempo e lo spazio, di generazione in generazione. Lo stesso si può dire di tutte le creazioni estetiche che hanno punteggiato la nostra storia. E ciò testimonia della bellezza che l’incontestabile identità del genere umano rappresenta. Tuttavia, l’espressione della bellezza come bisogno appurato della nostra specie non avviene in maniera consensuale. I giudizi sulla bellezza divergono sotto l’influenza dei valori sui quali si fondano le diverse culture. Così ciò che è bello per gli uni può essere brutto per gli altri. Il concetto di bellezza è in tal caso subordinato alla soggettività umana e di conseguenza oggetto di antagonismi, o addirittura di conflitti. Il pittore che esalta il corpo umano nella sua nudità può far felici gli uni e contrariare gli altri. Allo stesso modo, una magnifica sonata di Mozart può essere solo un rumore incomprensibile per chi non è stato preparato dalla propria cultura ad assaporarla.

Come fare allora perché la bellezza, per natura universale, possa operare l’unità profonda nella diversità, soddisfare i bisogni dell’essere umano, fragile ed effimero, sublimando ciò che ne costituisce l’esperienza tangibile e intangibile, per affrancarlo dall’oblio rendendolo immortale? Eppure, l’arte, che dovrebbe essere al servizio del bello, può anche estetizzare la bruttezza, rendendo così intelligibile, secondo l’interpretazione dell’artista, il messaggio a noi indirizzato di cui è portatrice. C’è poi il paradosso che fa sì che un essere umano che voti la propria vita all’espressione della bellezza possa nella propria vita non essere esente dalla bruttezza. Che rapporto può avere la bellezza con un’arte asservita alle pulsioni più laide, come gli inni alla violenza guerriera, esteticamente ben costruiti per galvanizzare le folle e attizzare l’odio, o i racconti eroici che riferiscono di epopee sanguinarie? Questa singolare bellezza non servirà di certo a salvare il mondo.

Tutte queste ambiguità, lungi dal chiarire il concetto di bellezza, lo confondono ulteriormente. Durante la sua intera storia, l’essere umano ha prodotto allo stesso tempo cose belle e brutture inaudite: musiche, dipinti, poesie, monumenti, belle architetture, bei giardini, bei vestiti… Ha punteggiato il proprio itinerario di opere straordinarie, ma sullo sfondo di violenze contro la propria specie e la natura di cui proclama al contempo la bellezza. Si sente parlare a volte di uomini che si dilettano di musica e di tutto ciò che l’arte può loro offrire da ammirare, e che comunque non si esimono dall’infliggere le peggiori sevizie a uomini, donne e bambini che le guerre o altre tragiche circostanze mettono alla portata dei loro istinti più bassi. L’arte come espressione della bellezza ha forse attenuato o addolcito i costumi, ma non ha salvato il mondo. Gli episodi più atroci, in cui l’essere umano ha raggiunto il culmine della laidezza, tramite un orrore imputabile solo a lui, ispirano l’arte del cinema, della letteratura, della pittura…

È tuttavia proprio nel bel mezzo dell’orrore che a volte alcuni uomini, a rischio della vita, si fanno testimoni della potenza e della bellezza della compassione. Oggi siamo costretti a constatare che l’essere umano ha disseminato in mille modi la bruttezza nel mondo. L’ha universalizzata e, mentre ci facciamo i complimenti, ci ricompensiamo con le nostre creazioni artistiche, ogni giorno un numero incalcolabile di foreste, oceani e creature vengono distrutti. Ogni giorno molti bambini muoiono nell’indifferenza per mancanza di cibo e di cure. Ogni giorno la guerra economica precipita le masse nell’indigenza. Ogni giorno vengono costruite e sparse per il mondo armi di distruzione. Tutte queste brutture vengono oggi banalizzate. La nostra sfera di vita, il cui splendore è evidente per ogni coscienza attenta, è in ogni istante oltraggiata dalla bruttezza.

Alcuni di noi si sentono feriti dai traumi inflitti a questa realtà alla quale apparteniamo e che, con la sua misteriosa potenza creatrice, ha fatto di ciascuno di noi un vero capolavoro senza che noi ne fossimo veramente coscienti. Al di là di ogni manicheismo e delle considerazioni morali primarie, la bruttezza distruttrice e la bellezza costruttiva coabitano in ciascuno di noi. Il meglio e il peggio del nostro universo sono certamente determinati dal nostro modo di vivere nel mondo che abbiamo costruito, e questo mondo può essere salvato da ciò che custodiamo di più bello: la compassione, la condivisione, la moderazione, l’equità, la generosità, il rispetto della vita in tutte le sue forme. Questa bellezza è la sola in grado di salvare il mondo, poiché si nutre di quel fluido misterioso di cui niente può eguagliare la potenza costruttiva, e che noi chiamiamo Amore.

Tratto da
Manifesto per l’uomo e per la terra
pubblichiamo questo estratto in occasione
della Giornata della Terra

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