header post jabbar blog

Kareem Abdul-Jabbar, una domanda e due soluzioni

SOCIETÀ, SPORT Lascia un commento

-di Stefano Delprete-

A casa, nella mia cameretta da undicenne c’era, e ancora c’è, il poster dell’altro.
Non poteva che essere così nel 1985, almeno per una questione di ruolo: quello di Magic era anche il mio e poi lui, a vederlo in televisione, sul campo sembrava dappertutto, prendeva il pallone a inizio azione e la telecamera lo seguiva passo passo fino all’altro lato del rettangolo di gioco dove di solito scaricava un passaggio eccezionale o la metteva dentro in solitaria.
Pulito, spettacolare, sempre al centro dell’attenzione. L’idolo perfetto per un ragazzino.
Il suo era un basket orizzontale.

Il compagno invece, Kareem Abdul-Jabbar, lo si vedeva di meno; altissimo ma sottile, scompariva per lunghi secondi dallo schermo passando come un’ombra nell’inquadratura mentre si spostava da un canestro all’altro, per poi ricomparire dall’altra parte quando tutto era più statico.
Allora prendeva la palla, usava il piede perno e segnava due punti.
Il suo era un basket verticale ed era logico che il suo gancio si chiamasse “cielo”.

Chi non capiva il basket liquidava il tutto con la frase definitiva: “Facile metterla dentro quando sei alto così, non devi neanche saltare”.
E i prodigi venivano relegati a norma, la bellezza a facilità.
Per tutti noi lo spettacolo lo facevano quelli “orizzontali”, capaci di cose che potevamo almeno sognare di ripetere – ci provavamo, quanto ci provavamo – e di tutto il basket a stelle e strisce sapevamo solo dei Celtics e dei Lakers, bianchi di viso e bianco-verdi di maglia di qua, neri in faccia e giallo-viola di là.
La differenza era soprattutto cromatica, perché nessuno di noi del minibasket sapeva ancora che dietro il colore della pelle c’era molto di più di 48 minuti di salti, canestri e sorrisi.
Solo con il tempo avremmo imparato a vedere altre cose, e avremmo letto i comportamenti dei nostri campioni con occhi diversi, non per giudicare, ma per aggiungere aggettivi che andassero oltre a “orizzontale” e “verticale”.
Per prima cosa venne il nome, e mi ricordo ancora oggi lo stupore di scoprire che Kareem Abdul-Jabbar non si chiamava davvero così, e che era stato lui a scegliersi un nome nuovo tanto esotico e fantasioso.
Me lo disse un compagno di squadra, di quelli grandi, dandomi l’idea di saperla molto lunga e di conservare un segreto che era riservato a pochi iniziati.
Quella rivelazione non mi lasciò indifferente: cosa c’è dietro un uomo che cambia il proprio nome?
Conoscevo solo un’altra persona che lo aveva fatto, un ragazzino che abitava a pochi isolati da casa mia, ma la cosa nasceva da una brutta cacofonia che si portava dietro il suo cognome, da una volgarità nascosta in poche sillabe che, con un semplice cambio di vocale, suo padre aveva voluto far sparire.
Ma lui perché? Lui che si chiamava Ferdinand Lewis Alcindor, nome degno di un eroe da epopea americana, perché cambiare tutto in quel modo un poco assurdo? Ci avremmo messo tempo a capirlo, un tempo intramezzato anche da un po’ di film durante i quali, poiché erano nulle quelle cinematografiche, potevamo far valere le nostre competenze cestistiche: “Guarda c’è Jabbar?” “Chi?”
E noi a spiegare, compiaciuti come se stessimo raccontando di un amico, perché nonostante il suo essere in qualche modo un’ombra, Kareem rimaneva uno dei nostri.
Poi, per permetterci di capire ancora di più, ci sono state le riviste che cominciavamo a leggere e collezionare, e all’improvviso è arrivato tutto insieme, tra cui la nuova generazione dei campioni che giocavano un basket allo stesso tempo orizzontale e verticale, e ci hanno fatto cambiare le magliette nell’armadio – sbiadite quelle dei Lakers per troppo sole preso al campetto, ora toccava al rosso di Chicago o, per quelli più cattivi, al bianco di Detroit.

In un attimo abbiamo cominciato ad apprezzare il basket anche per quello che succedeva fuori da quei 420 metri quadrati di legno, scoprendo che c’erano più cose in cielo e in terra di quante ne passavano al Forum di Inglewood.
Ciò che avevamo imparato guardando le partite era ormai diventato parte di noi, ci eravamo divertiti (molto) avevamo sognato (ancora di più) e avevamo passato pomeriggi a consumare scarpette sul cemento; ora però non ci bastava, sarà perché avevamo capito che ripetere quei movimenti era impossibile o perché il tempo che dovevamo passare senza la palla in mano cresceva per gli impegni nuovi che riempivano le nostre vite.
Dovevamo fare qualcosa: abbiamo cominciato a studiare.
Le vite dei giocatori erano meravigliose, le epopee del passato tutte da scoprire, le squadre molte più di quante credevamo.
Scava e scava si aprivano miniere di nomi, di storie e di curiosità che davano uno sfondo e uno spessore a tutto quel correre e sudare con il pallone.
Jim entra nel campo da basket, per esempio, perché non lo avevo letto prima? Fa la cosa giusta quando sarebbe passato al cinema di Cuneo? E poi, perché avevo aspettato il 2003 per scoprire Black Jesus? Il vhs di Soul in the hole non potevano farmelo avere almeno un anno prima?
In tutto questo, però, un nome ancora mancava, e Kareem Abdul-Jabbar rimaneva un’ombra sullo sfondo, difficile da afferrare; ormai avevamo capito la sua grandezza cestistica, e lui non era più quello alto e basta (era entrato di diritto tra i sapientissimi di Giordani), ma arrivare a comprendere anche la sua grandezza umana era un passo ancora da compiere.
Farlo, però, avrebbe portato immense sorprese come quella di scoprire che l’ombra che vedevamo in campo non era una posa, ma un modo di essere, che la faccia seria un po’ mitigata dagli occhiali era la sua vera faccia, che la saggezza con cui portava la palla al soffitto era la stessa con cui rifletteva sul senso delle cose.


A Kareem non mancava nulla per essere il centro di quel mondo che avevamo visto comparire oltre la linea di bordo campo, e lo era per le sue scelte etiche, per “quella cosa” del nome, per le prese di posizione e per come, smesse le scarpette, aveva continuato a conquistare la propria fama, con caparbietà e coerenza, senza pallone ma con le parole.
Per questo motivo l’anno scorso mi ha stupito scoprire che nessuno dei suoi libri fosse arrivato in Italia, e neppure fosse stato tradotto in Europa, se non il romanzo dedicato al fratello di Sherlock Holmes; ancora oggi non riesco a spiegarmene la ragione.
Forse però è vera la sensazione che ho avuto a marzo di quest’anno quando, andando oltre ogni credibile sogno dell’undicenne di 32 anni fa, ho incontrato Kareem Abdul-Jabbar parlando con lui di libri, condividendo un’aranciata, mezz’ora di chiacchierata e una cena*.
A vederlo, quest’uomo straordinariamente asciutto, con due mani giganti che davvero possono far pensare che non gli fosse poi così difficile fare quello per cui è passato alla storia, sembra essere in qualche modo prigioniero di quel corpo e della sua carriera.
38387 punti segnati sono più un fardello che un record, perché ogni volta che si parlerà di te quella cifra aprirà l’articolo, 6 anelli vinti sono l’altra notizia da dare in apertura e quindi lo spazio rimane poco per raccontare il lavoro di storico e di scrittore che stai facendo, e quello di romanziere, anche, oltre a quello di editorialista e attento lettore della contemporaneità.
Quel marchio che il corpo da mantide di Abdul-Jabbar si porta addosso, è come se avesse mangiato ogni altra immagine che si può avere di lui.
Ma non può e non deve essere così.
Alla domanda “come mai non è stato mai tradotto in Italia?” non ho una risposta, ma adesso due soluzioni.
La prima arriverà a settembre di quest’anno quando pubblicheremo il bellissimo ed emozionante Coach Wooden and me, appena uscito in America e libro imperdibile non solo per chi ama la palla a spicchi; l’altra soluzione farà invece la sua comparsa nel 2018 con Sulle spalle dei giganti libro scritto nel 2009, ritratto di Harlem, del jazz, del basket e della letteratura che lì sono nate e su cui si è formato Kareem Abdul-Jabbar, quando ancora aveva il suo nome da sogno americano, prima di cambiare, sorridendo molto poco, l’immaginario di milioni di ragazzini degli anni Ottanta.
Dell’incontro con Kareem a marzo di quest’anno mi porto dietro tante cose, una però mi rimane più di altre, ed è il momento in cui l’ho visto arrivare: avevo il sole negli occhi e la prima cosa che ho intuito è stata una sagoma, sottile, lunga, asciutta, ancora senza volto, che avanzava scura, ma che poco alla volta si è fatta nitida e visibile.
A quel punto l’ho visto davvero, era lui, inconfondibile, senza sorrisi di circostanza, attorniato da una decina di persone che sembravano sostenerlo nel suo incedere un poco stanco e distaccato come quello di chi sta pensando che forse non avrebbe voluto esser lì, ma da qualche altra parte, magari da solo, a studiare e scrivere il prossimo capitolo.

* A futura memoria di quella cena, si potrà fare un salto al ristorante Trilussa di Trastevere, girare nella prima stanzetta sulla destra dove, tra le molte firme lasciate sul muro dalle celebrità che di lì sono passate, quella più in alto recita “Kareem Abdul-Jabbar”.

Foto di copertina di Richard Avedon, scattata a Rucker Park (New York City, 1963).

Condividi